L I V E R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini, immagini sonore di Raffaele Galli
Scivolata dentro una botola ed oltrepassata una soglia spazio-temporale di tre decenni, mi ritrovo in un’atmosfera anni ’90 che mi fa sussultare di gioia. Sono al Viper Theatre di Firenze non per un revival new wave ma per assistere al concerto di Motta. Confesso con il cuore aperto quanto più possibile, perché, come me credo che tanti di quelli dei ’70, sebbene con un sottile pregiudizio generazionale, erano lì mossi da una inspiegabile ed irrefrenabile curiosità. Da tempo lo spio da lontano con grande attenzione per l’emanazione che lo precede, la profondità del suo sguardo mefistofelico, l’amore che emerge dalle sue canzoni per la ricerca del suono e il racconto e l’innata anima musicale scissa tra rock e pop.
Entrato sul palco, la silhouette controluce e il suo reclinare la testa all’indietro più volte nell’atto di cantare, invocano il fantasma del Mr. Mojo Rising unico ed irripetibile della storia del rock.

L’immaginazione corre sulle note dei primi due brani tiratissimi che demarcano lo spirito della serata. Anime perse e La musica è finita infiammano incondizionatamente la sala. Idiosincratici il suo corpo fusiforme e la sua voce imponente e profonda, scaricano fasci di energia vitale travolgente ed entusiasmante. I due brani, firmati rispettivamente insieme a Danno dei Colle der Fomento e Francesco Bianconi, sono parte dell’ultimo lavoro di Motta uscito a fine Ottobre per Sugar Records e costellato di collaborazioni e voci del panorama del cantautorato italiano come Willy Peyote, Giovanni Truppi e Ginevra e motivo del suo tour appena partito da Livorno. Tra le collaborazioni internazionali vanta nientemeno che Mauro Refosco, geniale e brillante percussionista della scena newyorchese e riconosciuto tra i migliori al mondo.

Motta gioisce dei suoi compagni, li esalta: sono i protagonisti di una coralità sonica di respiro ampio, diretta ed espansa che compiace e gratifica il pubblico elettrizzato. Whitemary al synth, cori ed elettronica, Davide Savarese alla batteria, gli ultimi arrivati nella band, Giorgio Maria Condemi alle chitarre e Francesco Chimenti al basso e cello compongono armoniosamente lo scenografico palco, dove un elegante piano verticale è il centro di una costellazione sonora fatta di poderoso rock, pop cantautorale ed elettronica-dance. Sul quale Motta, in piano solo e voce, esegue Alice, intimista e melodica dedicata alla sorella e Via della luce del precedente album Semplice del 2021.
Canzoni che fluttuano tra luce ed ombra, ci raccontano e ci mettono di fronte alle nostre fragilità esistenziali iniettandoci lirici impeti emotivi ed immediatamente catartici. Strumenti di confessione di amore e tensione conflittuale per la musica come mezzo di ricerca dell’oltre e fuori dal sé, Motta decostruisce per poi ricomporre e stratificare suoni che raccontano e parole che suonano. Il risultato funziona ed arriva perché si porta dentro urgenza e verità. Rock.
E alla fine posso affermare che “he’s got the mojo”.




Photo credit: Raffaele Galli




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