L I V E – R E P O R T


Articolo di Monica Gullini, immagini sonore di Katia Castignani

Vidi per la prima volta la copertina di Spira un annetto fa a casa di una amica. In me crebbe forte la convinzione che Daniela Pes fosse un’accabadora. L’ho inseguita a lungo e non ho avuto pace finché non l’ho raggiunta una sera di prima ‘era – direbbe lei con quella voce magnifica che la contraddistingue, mentre mastica dolore e bellezza – a Perugia, nel bellissimo Auditorium di San Francesco al Prato, il 20 maggio scorso. Con lei Maru, già al suo fianco dalle finali di Musicultura, e Mariagiulia Degli Amori, nuovo acquisto in casa A Toys Orchestra. Dicevo di averla scambiata per una accabadora, la figura mitologica che nell’isola sarda simboleggia colei che regala pace ai quei moribondi cui la parca non recide il filo. Una sorta di dispensatrice d’eutanasia ante litteram che la leggenda descrive, nella maggior parte dei casi, con un bastone tra le mani, pronta a praticare il suo triste uffizio.
Niente di più lontano dalla realtà musicale della musicista gallurese, classe 1992, proveniente dal jazz, con solidi studi di canto alle spalle e un talento inarrivabile. Fa strano che un’artista così geniale, dotata e dalla voce così potente ed evocativa abbia avuto il successo che merita a trentun anni. Padroneggia le corde vocali come uno strumento che usa per accarezzare e affilare, mentre dona agli astanti una bellezza che sconquassa, travolge e destabilizza.

A distanza di tre settimane faccio fatica a parlare di lei e della meravigliosa musica che ho ascoltato senza provare un groppo alla gola. Niente è stato più come prima, dopo aver avuto tra le mani il sorprendente disco d’esordio. Niente sarà più come prima ora che l’ho toccata, vissuta, adesso che ho pianto con tutte le lacrime che avevo in corpo.

Daniela entra così, meravigliosa e seria, prende posto al centro, dietro a tutti i gingilli elettronici che porta con sé da tempo immemore. Alla sua destra Mariagiulia si posiziona tra le sue percussioni mentre Maru, dall’altra parte, guadagna la consolle con un sorriso sollevato. Eccole dare inizio alle danze. Magia, incantesimi, spiriti che tornano dall’aldilà, radici di una terra lontana – quella Sardegna cresciuta a suon di tradizioni ancestrali, canti pastorali e strani carnevali – si incarnano davanti agli occhi di noi increduli spettatori. È la di’sim’bruna ad accoglierci: cosa voglia dire solo Daniela lo sa, persa in quel meraviglioso linguaggio destrutturato che è il gallurese e l’italiano da lei stessa forgiato. A me, che sogno pur essendo sveglia, piace associare Ora a quel momento tra il tramonto e le ultime luci del giorno, ed è lì che la vedo comporre, curva sulle sue manopole, attentissima a ogni emissione e ai sussurri che invadono l’atmosfera. Ca Mira eleva al cielo i suoi campionamenti che sembrano organo e i vocalizzi che si fanno carne e sangue in un auditorium immerso nel più completo silenzio. Ecco le pulsioni elettroniche di Illa sera farsi strada e immagino milioni di biglie cozzare l’una contro l’altra in un percorso infinito verso il mare, interrotto dal meraviglioso momento corale che il trio incarna nel ritornello; quel nasci via risuona per tutto l’auditorium con una potenza devastante. Mariagiulia è veloce e delicata sui tamburi, Maru ondeggia prima su una gamba e poi sull’altra, Daniela lascia roteare le treccine tutto intorno, completamente pervasa da quel ritmo che mi ricorda An Echo, A Stain di quel capolavoro che fu Vespertine. “I’m Sorry you saw that, I’m Sorry you did It”, mi suggeriscono la memoria e i miei trascorsi di björkiana di ferro.

Sera di prima ‘era, continua a ripetere in un vortice di beats e colpi ben cadenzati, e io ringrazio proprio la bella stagione per avermi portata qui, a godere di uno spettacolo che mai avrei immaginato così devastante. Cambio di registro per il trio, che propone un brano inedito e dal sapore techno danzereccio ma per nulla scontato e banale. Láira è una sublime preghiera drum ‘n’ bass scandita dalle percussioni e dai lampi elettronici che ne delineano l’intero scheletro, mentre la voce della Pes ora sussurrata e implorante, ora sempre più alta su nel cielo commuove e lascia attoniti. La osservo inchiodare gli occhi al soffitto e mesmerizzarsi, minuscole particelle che aleggiano e si posano lì, su di noi, che non riusciamo a fare altro che guardarla con lo stesso timore reverenziale dovuto alle divinità e agli sciamani. Mariagiulia possiede un timing perfetto ed è l’unica – lo ammetterà lei stessa dopo il concerto – a suonare musica con strumenti veri sul palco, la sola a non avvalersi dell’elettronica (a eccezione del pad) e il suo intervento rende tutto più ancestrale, e perché no, apotropaico. Se i campionamenti di Maru e dell’artista gallurese trascinano tutti verso quella dimensione a metà tra l’oblio e la realtà, la percussionista pianta ogni cosa a terra regalando un finale che sembra cantato dalle viscere del creato. È il momento di Arca e la Pes imbraccia la chitarra. Recita come un mantra il suo linguaggio mai udito e pizzica le corde una a una, ieratica come solo un deus ex machina sa essere. Maru e Mariagiulia le fanno eco in ogni sillaba, in ogni suono. Arca è vestita di un’aura sacrale e spettrale al tempo stesso, è inafferrabile come la vita e arriva dritta in faccia con la stessa veemenza della gioia mista al pianto più sfrenato. Ci avviamo verso la conclusione con A te sola, unico pezzo salvato dalla prima stesura: quando la musicista sarda incontrò Jacopo Incani (noto ai più come Iosonouncane) aveva già pronto un album completamente diverso, il cui linguaggio prendeva ispirazione da alcuni componimenti di un prete sardo del Settecento suo concittadino, Gavino Pes. Dalle sue poesie in dialetto aveva estrapolato alcuni termini con i suoni più congeniali alla sua musica e vi aveva costruito un corpus linguistico di gallurese e parole senza alcun significato.

L’unica canzone rimasta dell’iniziale progetto è proprio A te sola, dolcissima ninnananna composta di due parti, la prima più eterea e commovente, quasi un valzer elettronico, con la Pes che gorgheggia e gira in tondo senza mollare la chitarra, la seconda una marcia oscura, tribale ed evocativa, dove tutte e tre innalzano le note, meravigliose sciamane di un rito che volge al termine. Escono alla velocità della luce, ma il pubblico già sa che all’appello manca la grande assente, Carme, ballata sospesa tra cielo, terra e mare. In alcuni passaggi mi ricorda dentali e gutturali dell’islandese: la bellissima lingua inventata dalla Pes risuona di vita propria, non solo delle suggestioni del suo prete ispiratore. Daniela ondeggia sulle manopole, il capo ora reclinato, ora fisso sul soffitto, gli occhi chiusi, quasi chiamasse a raccolta tutti gli spiriti della notte; Mariagiulia accartoccia palline di carta sotto il microfono, per poi sferrare dei colpi secchi e precisi durante il ritornello, intervallati dal sonaglio che agita nell’altra mano. Maru, che poco prima ci ha regalato un momento techno in solo, accarezza la sua consolle e mormora appena. Nel finale la voce si esaspera e canta un antico dolore che forse era preghiera suonata da uno strumento a corde (‘ore ‘lirano nell’a’ria: è proprio questo il bello della musica dell’artista gallurese, evocare immagini e istanti di vita che possono avere doppio significato) e lì la rivedo come nel video, figura incappucciata (fi’gura ‘kolma ‘sia; è veramente un’accabadora?) che svanisce tra le onde. Copro la bocca con le mani per soffocare la meraviglia, senza rendermi conto che due lacrime silenziose mi solcano il viso e scendono lungo il collo. La chiusura è intensa, Daniela si spinge oltre le colonne d’Ercole con una intensità tale da lasciare tutti esterrefatti dalle note alte che riesce a emettere. Le luci si accendono, le ragazze lasciano le postazioni, si stringono in un abbraccio e salutano il pubblico.

“Che cosa vi ha evocato questa musica?”, chiede la Degli Amori a fine spettacolo. Saviane, l’uomo preistorico de Il Mare Verticale e le sue innumerevoli vite, rispondo. È vero solo in parte. Esiste nella mia vita un’altra figura incappucciata, colma d’amore, che mi ha stretto la mano per tutta la durata dello spettacolo, ma questa è un’altra storia.

Immagini sonore © Katia Castignani

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