R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Se il primo lavoro di Lady Blackbird, all’anagrafe Marley Siti Munroe, il passionale Black Acid Soul (2021) poteva essere definito l’album delle beatitudini per via della sua toccante bellezza, quest’ultimo Slang Spirituals è evidentemente un passo di lato, meno pregnante e sorprendente ma sicuramente un buon lasciapassare per arrivare ad un pubblico più vasto. Perché questa cantante dalla presenza molto fisica che ricorda un ibrido tra Tina Turner e Grace Jones, con una voce feroce che la fa sembrare una Nina Simone arethafranklinizzata, s’impegna oggi nel suo nuovo album nel ribollente e fragoroso magma lavico in cui R&B, soul, gospel, spirituals gergali – mi riferisco al titolo dell’album – ne costituiscono gli ingredienti fondamentali. Lady B. non è una cantante jazz, almeno nei suoi tratti peculiari. Se la più giovane Samara Joy – leggi qui – può essere considerata a tutti gli effetti tra le migliori, se non la migliore espressione vocale femminile tipicamente jazz dei nostri giorni, la Munroe si trova ai suoi antipodi. Tanto la prima è raffinata, una voce esplicitabile tra dolci ballad, incandescenti swing orchestrali e nostalgici blues, così la seconda appartiene ad un para-universo differente, quello dell’estetica potente della musica soul declinata in tutte le sue forme, dove Lady B. si muove liberamente nei territori del rhythm & blues più sanguigno, marcata a fuoco da una voce aspra percorsa da fitte ombre alternate a squarci abbaglianti di luce.

Una voce che umilia le migliaia di altre normalizzate dagli autotune e sacrificate alle mode più correnti. Del resto il gospel è un engramma inciso nelle corde più intime della Munroe, educata fin da piccola nelle comunità cristiane e che ha alle spalle addirittura una militanza musicale in gruppi rap d’ispirazione religiosa. Cos’è cambiato dal 2021 ad oggi? L’album, sin dal titolo, evoca un dialogo tra spiritualità e quotidianità, dove lo slang inteso come linguaggio urbano diventa il ponte ideale tra aspirazioni e necessità, collocandosi a larghe linee nel mezzo delle due dimensioni integrate del sacro e del profano. Tutto questo sembra una sorta di resa dei conti nella personalità della Munroe che ha cercato di svincolarsi dagli stilemi educativi per maturare un senso religioso personale più individualizzato. Senza ricorrere a soluzioni semplicistiche assistiamo a un continuo rincorrersi tra sonorità che sanno di tradizione frammiste ad un linguaggio però moderno, anche a tratti provocatorio. Per realizzare tutto ciò, Lady B. sceglie oggi un repertorio più agevole, senza torch-songs, meno crepuscolare ma più estroverso, non privo comunque di fragranze retrò, realizzando una parziale cosmesi sonora di quello che è un importante sentimento motore della tradizione black più pura americana, cioè la soul music. Ogni brano è una testimonianza di forza, di vulnerabilità e passione – soprattutto quest’ultima – e diventa quasi una confessione rivolta all’anima e al mistero dell’esistenza. Quindi grande spazio alle voci, non solo a quella della protagonista, dove si dà agio anche al contro-canto dei cori e ad uno sviluppo strutturato su pochi strumenti, però tirati verso dinamiche sapientemente un po’ esasperate, in grado di realizzare uno stile sgargiante e sonicamente effervescente. Questo grazie non solo alle qualità della cantante ma anche alla partecipazione ormai costante del produttore e musicista Chris Seefried, una sorta di pigmalione in grado di far sbocciare in Lady Blackbird il suo talento più autentico e verace. I musicisti che accompagnano la voce solista sono lo stesso Seefried alle chitarre e al piano, Kenneth Crouch al pianoforte, organo e moog, Deron Johnson, Paul Cartwright, Steph Yu, Kerenza Peacock e Daphne Chen agli archi, Jon Flaugher al basso acustico ed elettrico, Jimmy Paxson alle percussioni, Tamir Barzilay e Rich Pagano alla batteria.
Partiamo subito col primo brano Let Not (Your Heart be Troubled). Pezzo letteralmente esplosivo con un poderoso coro gospel che ricorda nell’attacco il musical Hair. Questo è il primo accenno di un hippismo – il secondo verrà riproposto nell’ultimo brano della scaletta – il cui aspetto misticheggiante non è lontano anni luce dall’essenza del soul. Una strabordante onda emotiva investe l’ascoltatore ma la voce di Lady Blackbird non si fa decisamente sopraffare, conducendo il tutto con piglio autorevole così come un direttore d’orchestra guida i suoi orchestrali. Like a Woman è un sudato r&b che si colloca tra Aretha e Shirley Bassey, con un pianoforte martellante e l’antifonica presenza insistita del coro. I suoni sono accecanti, rumorosi, si capisce che qui non si fanno prigionieri. Reborn avrebbe potuto far parte del repertorio della Winehouse ma in questo caso c’è qualche decibel vocale in più e inoltre compare tra le righe una chitarra wha-wha che sembra rileggere Shaft e i temi della blaxploitation cinquant’anni dopo… L’angolazione espressiva della Munroe è quasi sfacciatamente perentoria in un brano che parla di rinascita e di recupero del controllo personale, attraverso una trasformazione dell’Io che si riallinea faticosamente al proprio Sè, evidentemente troppo trascurato nel tempo.

Man On a Boat tira per un attimo il fiato inizialmente per merito di una dinamica a tre con voce, chitarra acustica e contrabbasso. Compare poi la cornice del pianoforte ed una timidissima partecipazione corale. Non si tratta di una ballata ma di un brano pop splendidamente cantato che allenta la torrenziale tensione strumentale e vocale fino qui evidenziata. When the Game is Played on You è l’unica cover di Slang Spirituals, ed è un brano originariamente inciso su 45gg nel 1974 da un’altra cantante soul, Bettye Swann, e firmato Bell-Hurrt. Lady B. lavora su questo brano facendogli la posta per circa tre minuti e trenta prima di intervenire con il canto. In questo lasso di tempo si sviluppa una lunga sequenza modale con tanto di interventi di moog in un lento e inarrestabile groove dall’afrore sudaticcio che piano piano coinvolge chitarre e piano elettrico con qualche accenno da parte del coro. In The City si canta “…no time for sorrow...” ed il brano è costituito da due parti, dove il primo minuto è occupato da un’intro che è forse l’unico momento aromatizzato al jazz dell’album, dopodiché sulla base di due accordi noir si sviluppa un brano che può sembrare un classico Motown, caratterizzato da un bell’intreccio tra voce solista e coro. Il brano vuol essere liberatorio e allontanare dispiaceri con inutili sensi di colpa annessi ma deve lottare con quell’impronta di base leggermente cupa su cui si sviluppa la seconda parte, più decisamente catartica. Matter of Time, dopo un brevissimo inizio che sembra quasi un omaggio a Robert Wyatt, s’indirizza verso la sua strada pavimentata a r&b snodandosi in un mid-tempo dal tocco vocale irresistibile. Sullo sfondo violini suonati ad arco e pizzicati, con una chitarra acidula e il sempiterno coro femminile, l’arma segreta di brani come questo. If I Told You perde di originalità con un deja entendu che pesca in molte direzioni, purtroppo anche in un pop un po’ facilone. Con No One Can Love Me (Like you Do) si torna a ragionare sulle note di un lentaccio nero come la notte che vola attraverso una ballata dai toni rugginosi. Lady B. dimostra tutta la sua dirompente sensualità via via che la musica si distende nella sua atmosfera di umori densi. Someday We’ll Be Free interrompe l’eccitazione continua dei brani precedenti imponendosi con un gioco di voce, contrabbasso, chitarra acustica e qualche nota di piano. Si tratta di un brano melodico addolcito – almeno in teoria – dalla forma quasi mono-partita di una struttura a ballata, però scombinata dagli inserti della Munroe che comunque si tiene a freno, accompagnando con la sua voce il clima pacificato della canzone. L’incredibile Whatever His Name che conclude l’album c’entra poco o nulla. Un pasticcio simil-orientalista di tastiere elettroniche e di chitarre timbricamente orientate a tanpura indiana, bonghi e atmosfere acide tirate per la lunga. Una beffarda rivisitazione di certa psichedelia degli ultimi ’60 che sembra più pensata a tavolino che non vissuta e sentita a fondo come gli altri brani.
Per chi ha ancora nelle orecchie e nel cuore il precedente album Black Acid Soul, il nuovo lavoro di Lady Blackbird può essere interpretato come una piccola delusione o una scintillante rivelazione, a secondo dei casi. Certamente è una prova d’autore che, per la sua intensità e per l’approccio così personale alla tradizione nera, rappresenta oggi una delle vette più alte del r&b contemporaneo. Lady Blackbird non è solo una cantante ma una narratrice di storie emozionali nel cui profondo c’è un nodo che ha cominciato a sciogliersi dopo aver raggiunto la liberazione individuale da un insieme di stereotipi educativi religiosi che sembra l’abbiano condizionata a lungo. Per quello che mi riguarda avrei pensato che la sua cifra distintiva fosse quella espressa nel suo esordio del 2021 ma evidentemente così non è stato e del resto non spetta al pubblico scegliere la direzione che un musicista voglia prendere, anche qualora decidesse, più o meno come in questo caso, un evidente spostamento di prospettiva.
Tracklist:
01. Let Not (Your Heart Be Troubled) (04:26)
02. Like a Woman (04:26)
03. Reborn (03:22)
04. Man on a Boat (03:02)
05. When the Game Is Played On You (07:11)
06. The City (04:27)
07. Matter of Time (03:57)
08. If I Told You (04:26)
09. No One Can Love Me (Like You Do) (03:09)
10. Someday We’ll Be Free (04:47)
11. Whatever His Name (08:23)
Photo © Christine Schwan (2)






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