Non Voglio Che Clara – incontro con Fabio De Min

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Intervista di James Cook

I Non Voglio Che Clara sono un gruppo che si distingue nel panorama musicale italiano per la vena raffinata ed intimista dei testi proposti, abbinata ad una melodia altrettanto intensa, in cui modernità ed accenti retrò si fondono alla perfezione. Abbiamo incontrato Fabio De Min, cantante ed “anima” della band a Milano alla fine della sessione dal vivo presso gli studi di Radio Popolare, in occasione della presentazione del nuovo disco. Ne è uscito il ritratto di una personalità dai tratti riservati, che, con un dosaggio attento delle parole, ci ha permesso di entrare in modo forse ancor più diretto, nel suo mondo fatto di sentimenti autentici e profondi. Un uomo, ancor prima che un artista, che, con lucida determinazione, ci ha trasmesso una visione niente affatto “omologata” della vita…

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Ho una domanda che vorrei farti da circa 10 anni in merito al nome del gruppo. Secondo wikipedia l’origine sarebbe una frase – non voglio che Clara si sposi – tratta dal romanzo “La prosivendola” di Daniel Pennac. Verità o fantasia?
“Non voglio che Clara si sposi”, è vero, appartiene a Pennac, perché presa da un suo scritto. Funziona così: hai delle canzoni che appartengono a un progetto musicale, ti trovi con le persone che lo condividono e ti domandi “come lo chiamiamo il progetto?”. Tra le tante risposte ne esce una che ti fa pensare ”cazzo, questa è bella!“. Nel nostro caso l’ispirazione è nata da Pennac, che tra l’altro non è uno dei miei autori preferiti. A suo tempo, dopo aver letto quella trilogia l’avevo lasciato perdere, con l’occasione l’ho riscoperto e quindi, direi, nobilitiamo anche Pennac.

Sono passati 4 anni dall’album precedente: cosa è successo nel frattempo? Non credo ci abbiate messo tutto questo tempo per comporlo.
C’è voluto molto tempo per finalizzarlo, nel senso che i brani li ho scritti durante l’estate 2012. Poi abbiamo eseguito delle pre-produzioni, siamo stati in studio, però il risultato non ci piaceva. Dopo un cambio di sala di registrazione non eravamo ancora soddisfatti, per cui abbiamo lavorato a casa. Un anno è andato perso così. Nei due anni successivi all’uscita dell’album “Dei cani” siamo stati in giro per concerti, per cui i tempi si sono conseguentemente allungati. Francamente, a me non riesce molto facile pensare di fare un disco all’anno, anche se sarebbe bello, la considero una sfida anche quella. Nel frattempo ho portato a termine alcune collaborazioni con band come Unòrsominòre e i La-bas. Progetti in musica poi ne ho sempre, in questo periodo ho finito il disco nuovo di Artemoltobuffa, lui è bravissimo, mi piace un sacco. Ho dato anche una mano ai Valentina Dorme per il disco nuovo che uscirà in autunno.

L’amore fin che dura è un disco che offre una sonorità molto varia, curata nei minimi dettagli. Si va dal folk all’elettronica, agli arrangiamenti “orchestrali” dei fiati. Ad ogni ascolto colgo nuove sfumature. È stato complicato portarlo a termine?
Sì, lo è stato, perché si è creata un’idea già molto forte quando abbiamo provinato i pezzi. In quella fase, quando suoni magari con la chitarra scordata e stonando, si genera un’energia che difficilmente riesci a riprodurre in studio. Non trovi più l’impasto giusto, ti accorgi anche che le cose come te le eri immaginate, nella realtà non funzionano, quindi sei costretto a rivedere un po’ il tutto. Il disco, in origine, aveva una matrice unica country-folk, pensata giocando però sull’ambiguità, perché la musica elettronica e il folk condividono una cosa che è la cassa in quattro. A me sarebbe piaciuto, a livello di suoni, riuscire a mantenere un equilibrio fra i due generi. In alcuni episodi l’accoppiata funziona, in altri la matrice folk si è un po’ persa.

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Ogni pezzo del disco è un racconto, uno spaccato di vita, una sorta di short-movie: com’è il tuo rapporto con il cinema?
Ottimo, in genere mi guardo un sacco di film. In questo periodo ne vedo molti meno perché sono in giro, ma io e la mia compagna ce ne godiamo 3-4 alla settimana. Li  prendiamo a noleggio alla biblioteca di Belluno, che è fighissima, stra-fornita! Non riesco a guardare anche i contenuti extra, non arrivo a tanto, però sono profondamente appassionato di cinema, ne vedo veramente un botto di film…

Hai mai lavorato per il cinema? Penso all’idea di comporre una colonna sonora.
Solo con produzioni indipendenti…

Hai un regista di riferimento con il quale ti piacerebbe lavorare?
Mah, in Italia a me è piaciuto proprio molto il Virzì di “La prima cosa bella“, quindi ti direi Virzì. So che ha fatto un film nuovo di recente, ma non l’ho ancora visto per cui… Lui però è bravo, secondo me è l’unico ad avere quella cifra stilistica da regista degli anni sessanta.

Il titolo del disco è L’amore fin che dura, in un brano dici “l’amore fin che dura, poi resta la paura…” Paura di cosa? Di restare soli, di rimettersi in gioco?
Più la seconda. Secondo me noi siamo programmati per stare soli di fatto, anche se, di sicuro, in due si vive molto meglio. Molto spesso, però, quest’ultima condizione è semplicemente una convenzione, come dico esplicitamente nel brano “Lo zio”. Ho veramente un parente così, che è stato fustigato tutta la vita per non essersi mai trovato una moglie. Vivendo in un paese piccolo, dove è più facile che succeda, è stato martoriato dall’opinione delle persone. Da noi si dice “artelùs”, che significa scapolo, quello di Paolo Conte, il tipico scapolone. Mio zio lo era ma, in realtà, aveva tutto il diritto di vivere felice la sua condizione senza subire la gente che gli puntava il dito contro. Per cui, tornando alla tua domanda, direi rimettersi in gioco e penso che imparare a stare bene da soli sia doveroso. Ripeto, sono convinto che naturalmente siamo programmati per vivere soli, ciò non toglie che si stia molto meglio in due o formando una famiglia. La convivenza ti regala emozioni che magari da solo…però se non riesci a star bene con te stesso, “vecchio”, secondo me non stai bene neanche in due!

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Ti confesso che la prima volta che ho ascoltato il brano “Le mogli” ho pensato istintivamente a Sanremo. Cantato sul palco dell’Ariston quel pezzo sarebbe arrivato a milioni di telespettatori, che avrebbero potuto conoscervi e magari innamorarsi della vostra musica.
Anche io la prima volta che ho ascoltato “Lezioni di musica” del Teatro degli Orrori  mi son detto “che bello sarebbe sentire questo pezzo a Sanremo!”. Mi fa strano che chi si occupa di musica indipendente o chi suona in questo ambito, che è totalmente distante da “quella cosa lì”, poi citi così spesso Sanremo. E’ una manifestazione musicale che in realtà, secondo me, rappresenta un mondo totalmente a parte. Il fatto che si sia aperta a band come Marta sui tubi, Marlene Kuntz, Perturbazione, credo rappresenti un po’ uno specchietto per le allodole. Penso che a questi gruppi partecipare magari faccia bene per diventare più popolari, ma che gli possa nuocere da altri punti di vista. Giulio (Favero) dice che Sanremo ha il potere di far sì che anche una canzone che ti piaceva, quando passa di lì poi ti fa cagare. È un format, è televisione, non ha nulla a che vedere con la musica. Certo conquistare maggiore visibilità è importante, c’è gente che meriterebbe di averne di più. L’unico canale è quello e si fa. Secondo me è anche estremamente divertente farlo, perché, insomma, dev’essere un bel delirio. Noi, o meglio il nostro editore, ci aveva provato a partecipare un po’ di anni fa, tra il secondo e il terzo disco, con il brano “L’estate”. Lui era convinto che potesse funzionare ma Baudo, che era il selezionatore, gli ha detto di no. Se fosse successo, saremmo andati, ben predisposti verso quest’esperienza…certo, le feste le avrei saltate, ma per il resto mi sarei divertito.  Comunque, son contento ugualmente, perché davvero mi sembra un mondo molto distante da me.

Non sei molto presente sui social network ed hai la fama di essere piuttosto schivo. Qual è il tuo rapporto con questa società in cui sembra fondamentale essere sempre reperibili?
C’è la necessità di migliorare il mio rapporto con i social network, anche se in realtà non mi piacciono. Uso un profilo che è poi quello dell’etichetta, ma mi rompo i coglioni, cioè non riesco a trovarci nulla di interessante. Un sacco di gente posta sciocchezze e se mi metto a leggerle mi rendo conto che in quel momento sto perdendo tempo, ma quando trovo qualcosa d’interessante me lo guardo con piacere. Non  mi piace neanche molto l’idea della condivisione con gente che non conosco: che cazzo me ne frega? Se ho voglia di parlare di qualcosa, chiamo un mio amico ed usciamo insieme. In realtà dovrei entrare anch’io nel terzo millennio, nel senso che probabilmente c’è un modo intelligente per usare questi social. A me ancora non riesce, non mi piace. Quanto alla definizione di schivo, non mi ritengo di esserlo particolarmente, direi piuttosto che sono riservato, insomma, mi faccio i cazzi miei…

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Molti tuoi colleghi si sono spostati da località di provincia verso Milano o Roma, aree “calde” del circuito musicale, in cui sembra ci siano molte più possibilità di suonare/vivere di musica. Tu se non erro vivi a Belluno, città piuttosto decentrata. È la dimensione in cui ti trovi meglio?
A me piace molto stare a Belluno, così come mi entusiasma l’idea di creare delle nuove opportunità nella mia città. Da tre anni sto organizzando un festival in un luogo in cui non c’è assolutamente nulla a livello musicale. Non ci sono club, Belluno  generalmente è fuori dalla cartina dei tragitti della musica indipendente. Ne è entrata a far parte proprio grazie a questo festival che io ed altre persone organizziamo. Mi piace un sacco l’idea di sfruttare la verginità di Belluno per dare vita a nuovi progetti culturali. Ciò non toglie che ogni tanto sarebbe meglio essere un po’ più presente in luoghi in cui le cose succedono. Comunque, considera che molti artisti ben più affermati di me, dai Marlene Kuntz a Brunori, in realtà sono usciti dalla provincia. Secondo me non è un limite in termini assoluti, anche se rimane la scomodità nel momento in cui decidi di dare un seguito concreto alle tue idee. Tieni conto che io, in ogni caso, sono a due ore di gap da qualsiasi posto… Già solo per arrivare a Padova ci metto un’ora e mezza, quindi questo un po’ mi  condiziona, però se conosci Belluno capisci che è un posto fichissimo, una meraviglia totale, magnifica, solo un po’ snobbata…

Sempre più spesso artisti del cosiddetto circuito “indie” (Dente, Dimartino, Alessandro Raina, Diego Mancino…) diventano autori per cantanti “popolari”. Ci hai mai pensato anche tu ? 
E’ una cosa che sto facendo, mi stuzzica molto l’idea di mettermi in discussione in tal senso. Misurarti con degli schemi, far cantare i pezzi a qualcun altro, è molto divertente. Mi piace provarci, non ho alcun tipo di pregiudizio verso nessuno, perché alla fine ritengo che ognuno faccia il meglio che può. Lo trovo uno sbocco abbastanza interessante, pur non condividendo parte del sistema che lo genera. In particolare, non capisco tanto il fatto di realizzare le cose seguendo degli schemi che poi vengono applicati in stile fotocopia su ogni artista. Lavori sempre seguendo uno standard, con il pensiero di come funzionerà il brano. Invece secondo me ci si dovrebbe concentrare anche sugli interpreti. Credo che questo ragionamento i vari Fossati, Conte, ecc. lo facessero sì, ma solo fino ad un certo punto. Erano molto bravi a scolpire il pezzo sull’artista che lo cantava. Le canzoni che ha scritto Fossati per la Bertè sono strepitose, ma credo che nessuno gli rinfacciasse un ritornello in più o una strofa in meno. Oggi, invece, “essere radiofonici” sembra sia diventata la caratteristica più importante, siam convinti che il pubblico medio sia stupido. Probabilmente è vero, però l’obiettivo sarebbe quello di migliorare le cose, non di peggiorarle, no? Dovrebbe essere il contrario, perché nelle case degli italiani di trent’anni fa entravano dischi estremamente intelligenti e la gente li comprava come fossero dei dischi stupidi. Jannacci creava canzoni incredibili, difficili, tristissime, però erano popolari, tutti avevano il suo disco a casa. Quindi, secondo me, è più interessante seguire questa direzione più scomoda ma diretta verso una maggiore qualità, piuttosto che inseguire sempre la scia del successo.

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Ho la sensazione che i NVCC non abbiano mai suonato molto dal vivo. È solo un caso o non ami startene in tour? 
Beh, non è vero… oddio abbiam sempre fatto tour da 30-40 date, non da 150, questo è vero. Amo molto di più suonare dal vivo adesso che non all’inizio, però almeno mi piace.

I tuoi testi sono sempre molto intensi, ma c’è anche voglia di leggerezza ed ironia nella tua vita ?
Certo, nella mia vita ce ne è parecchia. E alla fine anche i miei testi contengono ironia, solo che non è capita. In fondo son canzoni…

I  NVCC hanno pubblicato il primo disco nel 2004. Cos’è cambiato nel mondo della musica in questi 10 anni?
È cambiato tanto: si vendono meno dischi, si è abbassata l’età media del pubblico, o almeno di chi segue i concerti, ci sono meno soldi in generale per realizzare progetti musicali, non sappiamo se fra due anni esisterà ancora il cd. L’industria discografica ha avuto tutto il tempo durante questi dieci anni di pensare ad una soluzione alternativa ma non è riuscita a trovarla . In generale, secondo me, come proposte ci stiamo decisamente livellando verso il basso.

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Credo sia anche un po’ determinato dal fatto che la musica oggi è accessibile a tutti, tutti possono fare musica e proporre il loro disco no? Escono molti più dischi, molte più proposte e la tendenza di conseguenza è un livellamento verso il basso. 
In realtà non parlo tanto di “quelli nuovi”, mi riferisco piuttosto agli artisti che poi ritrovi sui giornali, giustamente li trovi sui giornali, perché sono loro che fanno i numeri. Mi sembra che in generale ciò che propongono non sia così forte, e non lo sto affermando perché vorrei essere io al posto loro, cioè non recrimino niente. Sto dicendo che da ascoltatore non sento queste cose così clamorose. Vent’anni fa, se compravo “Il vile” dei Marlene Kuntz mi sembrava un disco clamoroso. Se vado ancora più indietro nei ricordi i dischi di Carboni, della Bertè, di Battisti erano clamorosi, c’erano autori di un certo tipo…

Non è che prima venivano pubblicati meno dischi ed uscivano solo i migliori ?
Beh, mica così pochi rispetto ad oggi. Io parlo dei dischi promossi, che hanno una distribuzione, non dell’autoproduzione, che è sempre esistita in canali alternativi. Solo che si faceva con i vinili o le cassette. Non so se si pubblicassero meno dischi, secondo me se ne producevano di più una volta, se ne vendevano tanti e aveva più senso “sfornarne” in maggior numero. 

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Ancora una curiosità: come si fa a intonare l’inno di Forza Italia con il culo (citazione dal testo di “La caccia”)?

(risata generale)

Seriamente, cosa significa questa frase?
In realtà significa molto meno di quello che sembra,  nel senso che si inserisce all’interno di un contesto quotidiano. La scena rappresenta un uomo che semplicemente si guarda allo specchio e nel farlo vede riprodotte delle azioni. Insomma, non c’è da parte mia la velleità di proporre una canzone sociale, poi non mi aspettavo che un mese dopo si rifondasse un partito, anzi ero in dubbio e mi dicevo: cosa scrivo ormai questa cosa che tanto è finita? Fra l’altro, l’inno di Forza Italia esiste, quello di Nuovo Centrodestra no…

Tu però nelle canzoni non parli quasi mai dell’attualità, racconti sempre storie virando sul personale …
Non è una scelta, è un caso…c’è gente che lo fa anche meglio di me. Alla fine vengo stimolato da alcune situazioni e scrivo di quelle, magari al prossimo giro sarò incazzato più di adesso per quel che succede intorno a me e allora mi spingerò più in là. Però, a dire il vero, non ho mai sentito il desiderio di esprimermi attraverso la canzone sociale. Anche perché è un tipo di composizione che, secondo me, o la fai bene, oppure rischi veramente di passare per populista e superficiale.

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Ringraziamenti:

a Starfooker per le foto
Niccolò Vecchia per l’ospitalità
Rossana Savino per la disponibilità
Ellebi per il grande aiuto.

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