Pierpaolo Capovilla @ Villa Ada – Roma – 30 Luglio 2014

Postato il Aggiornato il

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Testo di Sabrina Tolve, immagini sonore di Elena Schiavoni

Questo concerto non è per noi che in Capovilla abbiamo sempre creduto. Per noi che siamo abbagliati dalla sua statura intellettiva e culturale, per noi che ci arrampicheremmo volentieri sulle sue spalle da gigante, per guardare avanti e Oltre.
Questo concerto sarebbe stato perfetto per chi in Capovilla non ha mai creduto. Per chi non ha creduto in questo album, per chi non crede nel suo spessore artistico.
Noi lo sappiamo già. Lo sapevamo. Ben prima di fare un passo nell’area concerti di Villa Ada. Sapevamo che sarebbe stato un concerto sublime.

Siamo in pochi. È l’ultimo sgocciolare di luglio, e fa fresco. Così tanto che Pierpaolo sale sul palco accaldato, sì, ma con tanto di giacca scura su scuro completo. Che gli si addice.
L’apertura è La ballata delle madri di Pasolini. Ed è un’apertura vera. Non solo del concerto e della presentazione del suo album, Obtorto collo, di cui nemmeno canta tutti i brani: si aprono falle nei petti di ogni spettatore.
Siamo pochi, ma buoni. Dovremmo creare alleanze. Lo dice anche lui.

02

Perché siamo tutti così, in fremente attesa, quasi avessimo paura di creare dislivelli emozionali a ogni pié sospinto.
Ogni pezzo cantato, recitato, declamato, crea una sorta di pesante silenzio e timore reverenziale che esplodono con grida e applausi tali da farci dimenticare che siamo solo un centinaio di persone, ad assistere all’evento.
E forse, mi viene da pensare, siamo i pochi eletti cui è giusto vengano regalati anche due brani del Teatro degli Orrori: Io ti aspetto e Vivere e morire a Treviso.
Obtorto collo soprattutto, mi sorprende per la potente rabbia con cui viene cantata e suonata.
E non c’è tregua. Nemmeno se ripenso all’ossimoro sonoro di Ottantadue ore o Invitami.
Sembra che tra palco e platea ci sia una lotta silenziosa, continua, ripetuta lemma per lemma. È come stare in una sala chirurgica e avere un medico che rimesti nel nostro sangue le mani, permettendoci di vivere momenti di estasi completa ed altri di totale disperazione. Un’altalena disturbante.

Sono due ore che trascorrono assai velocemente. E si chiudono – dopo una pausa falsata dal chiaro annuncio “Non andiamo via, se volete qualche altro pezzo dipende da voi.” – con Lilička! In luogo di una lettera, di Majakovskij.
E non ci sono altre parole, se non la poesia stessa. E la sensazione di essere sopravvissuti a un massacro.

03

Il fumo del tabacco ha roso l’aria.
La stanza
è un capitolo dell’inferno di Kruchenych.
Ricordi?
Accanto a questa finestra
per la prima volta
accarezzai freneticamente le tue mani.
Oggi, ecco, sei seduta,
il cuore rivestito di ferro.
Ancora un giorno,
e mi scaccerai,
forse maledicendomi.
Nella buia anticamera, la mano, rotta dal tremito,
a lungo non saprà infilarsi nella manica.
Poi uscirò di corsa,
e lancerò il mio corpo per la strada.
Fuggito da tutti,
folle diventerò,
consunto dalla disperazione.
Ma non è necessario tutto questo;
cara,
dolce,
diciamoci adesso addio.
Il mio amore,
peso così schiacciante ancora,
ti grava sopra
lo stesso,
dovunque tu fugga.

04

Lasciami sfogare in un ultimo grido
l’amarezza degli offesi lamenti.
Se lo sfiancano di lavoro, un bue
se ne va
ad adagiarsi sulle fredde acque.
Ma, al di fuori del tuo amore,
per me
non c’è mare,
né tregua c’è in amore anche nel pianto.
Se l’elefante sfinito cerca pace,
si stende regalmente sulla sabbia arroventata.
Ma, al di fuori del tuo amore,
per me
non c’è sole,
e io non so neppure dove sei e con chi.
Se così tu avessi ridotto un poeta,
lui
avrebbe lasciato la sua amata per la gloria e il denaro
ma per me
non un solo
suono è di festa
oltre a quello del tuo amato nome.
Non mi butterò nella tromba delle scale,
non ingoierò veleno,
non saprò premere il grilletto contro la tempia.
Su di me,
al di fuori del tuo sguardo,
non ha potere la lama di nessun coltello.
Domani dimenticherai che ti ho incoronato,
che l’anima in fiore ho incenerito con l’amore,
e lo scatenato carnevale dei giorni irrequieti
scompiglierà le pagine dei miei libi…
Potranno mai le foglie secche delle mie parole
trattenerti un momento
per aspirare avidamente?
Ma lascia almeno
ch’io lastrichi con un’ultima tenerezza
il tuo passo che s’allontana.

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