Anathema – Alcatraz, Milano. 6 ottobre 2014

Postato il Aggiornato il

anathema 02

Articolo di Luca Franceschini.

Gli inglesi Anathema fanno parte di tutta quella nutrita schiera di band che, iniziata la propria vicenda artistica all’interno del vasto calderone del cosiddetto “Gothic metal” (per quanto possa essere riduttiva tale etichetta) hanno reso via via più melodico il loro sound, fino ad allontanarsi completamente dal mondo metallico in generale, e andando ad abbracciare una fetta di pubblico completamente differente. Un’operazione che iniziò ad andare di moda a partire dalla seconda metà degli anni novanta, quando improvvisamente suonare un certo tipo di musica sembrava una cosa da bambini e staccarsi dal sound originario per andare verso nuove sonorità sembrava una mossa da musicisti adulti e consapevoli.


Lo hanno fatto in tanti, all’epoca, ma non hanno resistito in molti. Gente come Paradise Lost e Amorphis (tanto per citare i nomi più celebri) sono tornati presto all’ovile, spaventati dalla tiepida reazione dei fans e probabilmente anche perché (diciamolo), sapevano fare solo e soltanto un certo genere di musica.

Gli Anathema, al contrario, sono sempre stati più eclettici e profondi: con “Eternity”, loro terzo lavoro, uscito nel 1996, spiazzarono per la prima volta tutti e da allora non si sono mai più guardati indietro. Certo, almeno fino a “Judgement” (1999) potevano ancora interessare i metallari meno oltranzisti ma a partire da “A Fine Day to Exit” sono diventati proprio un’altra cosa: una virata sostanziale verso il rock, inserimenti elettronici tipici di gente come Radiohead o Portishead, un certo gusto pop/progressivo a la Porcupine Tree. Tutti ingredienti che da allora in avanti sono rimasti nel sound della band dei fratelli Cavanagh. In molti hanno parlato di psichedelia, di progressive, in tanti hanno fatto il nome dei Pink Floyd: la verità è che gli Anathema hanno dentro un po’ di tutto e che negli anni sono riusciti a sfornare dischi sempre diversi gli uni dagli altri, e sempre di altissima qualità.

Dopo “A Natural Disaster” (2003) le cose sono un po’ cambiate: i problemi legali seguiti al cambio di etichetta li hanno tenuti fermi per ben sette anni e l’uscita di “We’re Here Because We’re Here”, nel 2010, ci ha riconsegnato una band in forma ma decisamente provata dalla vicenda. Da allora in avanti le uscite si sono susseguite ad un ritmo più elevato ma la qualità è un po’ andata scemando, complice una formula compositiva ormai piuttosto sclerotizzata.

anathema 01

“Distant Satellites”, il loro decimo lavoro in studio, marca il ventunesimo anniversario di attività discografica di una band ancora anagraficamente giovanissima (hanno tutti da poco passato la quarantina), i cui componenti erano ancora quasi adolescenti alla firma del primo contratto, ma che purtroppo sembra ormai faticare a trovare qualcosa di nuovo da dire.

Un disco nuovo debole non è però mai stato un valido motivo per mancare un concerto, almeno per quanto riguarda le band che amo di più. Oltretutto i britannici non hanno mai deluso dal vivo e la voglia di gustarmeli era tanta, soprattutto perché era dal 2008 che, per vari motivi, non riuscivo a vederli.

Stupisce e dispiace sempre che un gruppo del genere, la cui proposta sarebbe sicuramente più adatta a piccoli teatri, venga ancora fatto suonare nei club. Anche se si tratta di una buona venue come l’Alcatraz, le condizioni non sono certo ideali per godersi appieno un loro show.

Ad ogni modo, quando alle 21 spaccate i sei salgono sul palco, nessuno sembra lamentarsi. Il pubblico è numeroso ed è anche interessante notare come di metallari, ormai, non ce ne siano davvero più. La prova che, se si è bravi e se si ha pazienza, è davvero possibile conquistarsi una nuova fan base.

Si parte con le due parti di “The Lost Song”, indubbiamente gli episodi migliori del nuovo disco, che vengono seguite a ruota da “Untouchables”, dal precedente “Weather Systems”, anche questa divisa in due sezioni. Siamo all’inizio ma si è già raggiunto il momento più alto del concerto. Bellissima la melodia portante, ripetuta con un’ossessione quasi da New Wave, all’interno di diverse soluzioni di arrangiamento, emozionante il crescendo, che sfocia in un’esplosione chitarristica sottolineata dai cori e dai battimani dei fans, che proprio non ne vogliono sapere di rimanere ad ascoltare impassibili.

I sei non sono purtroppo aiutati dalla resa sonora (non pessima ma neppure adeguata ad una band raffinata come la loro) ma danno comunque il meglio a livello di intensità e qualità di prestazione. Bella ed espressiva come sempre la voce di Vincent Cavanagh, seppure i volumi a volte non ci aiutino a goderla appieno. Lee Douglas, che da anni è ormai entrata in pianta stabile nell’organico, è sempre bravissima e la parte iniziale dello show, quella in cui è maggiormente impiegata, risulta anche per questo essere la migliore. Dal canto loro, gli altri non sono da meno: menzione speciale per gli altri due fratelli Cavanagh, Daniel alla chitarra e tastiera, che è anche la vera mente portante del gruppo; Jamie, al basso, sempre puntuale e preciso anche se molto più timido e defilato degli altri due.

anathema 03

Per il resto, ci si muove esattamente a metà tra cose maggiormente energiche, adatte a coinvolgere il pubblico, ed altre più riflessive, che necessitano di maggior attenzione per essere fruite appieno. Il livello è sempre altissimo ma purtroppo lo show non riesce ad incanalarsi per tutta la sua durata, sui binari emozionali da cui era partito. Colpa, molto probabilmente, delle scelte in sede di setlist: in questo tour la parte centrale varia più o meno ogni sera ma il periodo preso in considerazione è sempre e soltanto quello più recente. “Distant Satellites” la fa da padrone, costituendo in pratica il 50% del materiale suonato. Una decisione infelice, perché brani come la title track, “Anathema” (dedicata da Daniel a tutti i fan che da anni supportano il gruppo), “Take Shelter”, “Ariel”, pur gradevoli, non sono certo le cose migliori che abbiano mai composto. Anche la presenza di “The Beginning and the End” e “Universal”, dai due dischi precedenti, non ha aiutato il concerto a decollare. Ma la pecca più grave è stata sicuramente quella di ignorare completamente la parte centrale della loro carriera: “Eternity”, “Judgement” e “A Fine Day to Exit” sono stati infatti completamente lasciati da parte. In realtà non sembra dispiacere a nessuno ma il sottoscritto, che ricorda il concerto di qualche anno fa, la differenza l’ha sentita eccome.

Per fortuna nel finale arriva una splendida versione acustica di “Are You There?”, cantata in solitaria da Daniel, mentre nei bis Lee Douglas incanta tutti con una meravigliosa “A Natural Disaster”. “Se fate i bravi, vi facciamo un vecchio classico” aveva scherzato Daniel poco prima. Ed infatti ecco arrivare “Fragile Dreams”, che fa letteralmente esplodere di gioia l’Alcatraz. Più indietro di così ormai non si va più: comprensibile da un certo punto di vista, anche se un brano come “Angelica” ha fatto sentire molto la sua mancanza.

Un bel concerto, in definitiva. Difficile dire cosa ne sarà degli Anathema su disco, ma di sicuro dal vivo sono ancora una band da vedere. Comunque vada, il numero di capolavori che ci hanno lasciato è tale che potremmo anche essere a posto così.

Grazie a Mairo Cinquetti e ad Anathema – official band page per le foto.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...