Paolo Benvegnù – Earth hotel (Woodworm, 2014)

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Articolo di Luca Franceschini.

Devo confessare la verità: non avevo tutta questa fretta di ascoltarlo, questo “Earth Hotel”. Paolo Benvegnù è semplicemente uno degli artisti più grandi che abbiamo oggi in Italia ed “Hermann”, il suo lavoro precedente, era stato uno di quei dischi che dopo un po’ non ero più riuscito ad ascoltare. Perché troppo bello, mica per altro.
Per esperienza, quando succede così, è difficile che il parto successivo sia all’altezza. Due capolavori di fila non sono cosa da riuscire tutti i giorni, nemmeno se sei uno che, finora, non ha mai fatto passi falsi.


Ecco, diciamo invece che Paolo Benvegnù ci è riuscito. Perché se la parola “capolavoro”, prudenza vorrebbe non venisse spesa prima che sia trascorso un bel lasso di tempo dall’uscita, è indubbio che “Earth Hotel”, quarto disco in studio del cantautore toscano, sia di una bellezza quantomeno rara.
“Hermann”, che era uscito nel 2011, aveva aperto una fase nuova per l’ex Scisma: la dimensione cantautorale dei primi due lavori si era allargata fino a comprendere un ampio spettro di soluzioni musicali, dall’elettronica alla new wave, e i testi si erano ammantati di una dimensione universale, in un’esplorazione profonda e inesorabile dell’itinerario dell’umanità, come in un’epica moderna in cui Omero dialogava con Melville e l’atmosfera scura lasciava poco spazio all’ottimismo e alla speranza.
Una scelta ambiziosa, che aveva però pagato, tanto che negli ultimi anni è veramente difficile trovare qualcosa che gli si avvicini anche solo lontanamente.
“Earth Hotel” prosegue, per fortuna, sulla stessa falsariga. Innanzitutto per quanto riguarda il team dei musicisti coinvolti: ancora una volta sono della partita Michele Pazzaglia, Luca Baldini, Andrea Franchi e soprattutto Guglielmo Gagliano, che assieme allo stesso Benvegnù si è occupato anche della produzione. Una squadra vincente, rimpolpata in questo lavoro dagli archi di Francesco Chimenti ed Emanuela Agatoni, oltre che dalla batteria elettronica di Ciro Fiorucci.
Non un semplice gruppo di session men al servizio delle composizioni di un singolo autore, bensì una vera e propria band, che scrive e arrangia i pezzi assieme al proprio leader e che dona quindi anche a questo lavoro una varietà ed insieme una coesione formidabile.
Musicalmente, siamo sugli stessi territori di “Hermann”: ancora una volta è l’intera umanità, con le sue altezze e le sue bassezze ad essere presa in considerazione. L’Earth Hotel del titolo, quello dove viviamo tutti, è il palcoscenico sul quale vengono rappresentate le dodici vicende (ognuna è infatti ordinata progressivamente col numero di un piano) di cui si compone l’album; vicende che questa volta hanno al centro l’amore, declinato nelle sue varie forme e sfaccettature, ma sempre come un qualcosa di meraviglioso, nonostante possa talvolta essere brutale o anche fare enormemente soffrire.
È questo il bello del disco: che pur nella sua tristezza (del resto, da quando ha lasciato gli Scisma, Paolo non ha più scritto una sola canzone allegra), lo sguardo positivo sull’essere umano non viene mai a mancare.
“Cos’è la vita se non amarsi? Cos’è la vita, se non proteggersi? Cos’è la vita, se non cercarsi sempre? (…) È un nuovo giorno, il giorno in cui avrò cura di te, e se vorrai svegliarti vedremo il sole sorgere e la notte cadere giù dalle autostrade. E non chiedermi nulla, perché non saprei rispondere, perché tutto è un mistero da non rivelare”. Così canta in “Orlando”, un brano che, possiamo dirlo, è già uno dei suoi più belli di sempre.
Oppure, nella conclusiva “Sempiterni sguardi e primati” può dire che “È la fine del mondo e ti vengo a cercare. Ora possiamo finalmente restare in silenzio e guardarci negli occhi. A tenerci per mano. Dove siamo. Qui.”
Un meraviglioso inno alla vita, nonostante tutto.
Non è un lavoro di così facile ascolto, però: “Hermann” aveva arrangiamenti complessi ed una profondità molto maggiore di quanto fatto in passato, ma possedeva anche melodie aperte e un bel po’ di pezzi con la carica fulminante dei migliori singoli pop.
Qui è tutto più teso, più contenuto, come se ci fosse un discorso lungo e complesso da portare avanti, e non ci fosse tempo per le pause o per i sussulti isolati. Ci sono melodie a volte quasi salmodiate, sequenze di accordi che non spalancano e linee vocali che non esagerano con gli  ammiccamenti, neppure quando il contesto generale del pezzo lo prevederebbe. E non aiuta neppure la lunga durata: bisogna ritagliarsi un’ora, per sentirselo tutto; un’ora nella quale ci si imbatte spesso in lunghe code in cui spiccano voci recitate in inglese o francese, che indubbiamente completano il senso del pezzo ma che non ci lasciano indovinare esattamente che cosa ci facciano lì.
Ci vuole coraggio e anche un po’ di spregiudicatezza, per cominciare. Non per arrivare in fondo, però: una volta finito il primo brano, non vi fermerete più. Perché Benvegnù è un maestro, sia del songwriting, sia dell’interpretazione vocale e ogni singolo episodio, a patto che lo si ascolti più di una volta, è un’opera d’arte.
Ci sono le sue cose più classiche (l’opener “Nello spazio profondo”, la già citata “Sempiterni sguardi e primati”, la cavalcata inesorabile di “Feed the Destruction”), ci sono gli episodi a la New Order (“Piccola pornografia urbana”, “Nuovo sonetto maoista”), le ballate che lo hanno reso famoso (la quasi folk “Hannah”, che cita Battiato nella sua parte finale”, “Orlando”, ascoltando la quale farete fatica a trattenere le lacrime, il meraviglioso bozzetto acustico di “Life”). Infine, ci sono quegli episodi in cui sperimenta con campionamenti e orchestrazioni, giocando con melodie difficili ma ricche di fascino: è il caso di “Stefan Zweig”, l’apocalittica e funerea “Avenida Silencio”, il singolo “Una nuova innocenza”, accompagnato da un video girato a Bangkok che è un completamento davvero struggente alle parole cantate.
Inutile dire che sarete stremati, quando arriverete alla fine. Ma non potrà non venirvi voglia di ricominciare, credetemi. Non se avete un cuore.
Aggiungiamo che “Nuovo sonetto maoista” rappresenta probabilmente il giudizio più lucido e affascinante, anche se inesorabile, sull’epoca che stiamo vivendo (“Abbiamo aperto una porta all’intelligenza, all’amore sprecato, al talento sfrenato. Abbiamo aperto una porta per il risarcimento, per i danni del Settecento, dell’Ottocento, del Novecento. E voi siete caduti dentro. Se l’esistenza è una ruota che giri vorticosamente, perché questa è una restaurazione crudele e velocissima, che tra cinquant’anni non mi si venga a dire, Mio Dio com’erano mediocri, ciechi, vili, trasformisti, gli uomini di quel tempo. Esiste un nuovo ordine nel caos, senza movimento, diseducazione ad ogni sentimento”).
“Earth Hotel” è già nella top five dei dischi di questo 2014, per quanto mi riguarda. Difficile che qualcuno arrivi a scalzarlo, in questi ultimi tre mesi…

Tracklist:

01. Nello spazio profondo (Primo piano)
02. Una nuova innocenza (Secondo piano)
03. Nuovosonettomaoista (Terzo piano)
04. Avenida silencio (Quarto piano)
05. Life (Quinto piano)
06. Feed the destruction (Sesto piano)
07. Stefan Zweig (Settimo piano)
08. Orlando (Ottavo piano)
09. Divisionisti (Nono piano)
10. Piccola pornografia urbana (Decimo piano)
11. Hannah (Undicesimo piano)
12. Sempiterni sguardi e primati (Dodicesimo piano)

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Un pensiero riguardo “Paolo Benvegnù – Earth hotel (Woodworm, 2014)

    […] disco ha  privilegiato il  suo lato maggiormente Pop e immediato, rispetto al precedente “Earth Hotel”,  nel complesso più pesante e caratterizzato da momenti maggiormente […]

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