Abiku – Ohibò, Milano. 25 ottobre 2014 [opening act: Finistère]

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Articolo di Luca Franceschini, foto di Paola De Marini.

Degli Abiku e del loro meraviglioso “La vita segreta” ho già parlato abbondantemente pochi giorni fa. Il disco è da poco nei negozi e il gruppo di Grosseto si è appena imbarcato in un giro di concerti che lo vedrà toccare alcune delle principali città del nostro paese. Se, come dicono ironizzando, dalle loro parti “non succede mai niente” (destino che hanno in comune con gran parte della penisola, se non altro), non resta che muoversi verso nord, per trovare qualcuno disposto a passare una serata in compagnia della loro musica.

E così, dopo il successo della prima data a Bologna, è il turno di Milano, di cercare di innamorarsi follemente degli Abiku. La città lombarda è un po’ la loro seconda casa, del resto: qui risiede il quartier generale della Sherpa Records, che li ha messi sotto contratto dopo aver loro organizzato un po’ di date del tour di “Technicolor”.
Qui c’è anche l’Ohibò, che non sarà proprio il posto più bello del mondo, ma è uno dei pochi in città dove ancora si può suonare senza problemi: la Costello’s Booking e Il Cielo sotto Milano (che sono le due realtà da cui è nata la Sherpa) di gente ne hanno portata una valanga per cui ormai possiamo dire che questo scantinato ha un bel po’ di belle storie da raccontare.
Arrivo poco prima dell’inizio, giusto in tempo per scambiare quattro chiacchiere con la band al completo, far loro i complimenti per il disco e farmi rilasciare un’intervista che potrete però leggere da un’altra parte.

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Ad aprire ci sono i Finistère, che è un’altra realtà che seguo con vivo interesse. Nati tra Lecco e Bergamo, dall’iniziativa dei due chitarristi-cantanti Matteo Graziotti e Carlo Pinchetti,  già attivi in buone realtà della zona come i Daisy Chains, hanno da poco registrato un disco, “Alle porte della città”, con la Costello’s Records. Il lavoro viene pubblicato oggi e questo opening risulta l’occasione migliore per suonarlo dal vivo. Sono pezzi che la band porta in giro da un po’, ma adesso che c’è un disco fuori è tutta un’altra cosa.
Rock di matrice anglosassone con chitarre in primo piano, una linea di basso costante e avvolgente e voci perfettamente armonizzate per lunghi tratti di ogni canzone. Il cantato in italiano conferisce personalità a pezzi che, date le sonorità, ti aspetteresti si avvalessero della lingua inglese. Canzoni non originali ma straordinariamente godibili, dotati di fraseggi chitarristici cantabilissimi e ritornelli caldi e coinvolgenti. Che sia il pop irresistibile di “Stella” e “Sfida” (per chi scrive, il brano migliore del disco), la vaga psichedelia di “Soffoca” o le esplosioni rock di “Lo so che mi odi”, il repertorio dei Finistère è di alta qualità ed è capace di intrattenere i presenti per tutti e quarantacinque minuti della loro esibizione. Aggiungiamo che sul palco i quattro si divertono un mondo, con Matteo e Carlo autentici mattatori dello show, simpatici e coinvolgenti anche nei momenti di pausa tra un pezzo e l’altro. Dal vivo, come era lecito aspettarsi, i pezzi rendono alla grande e risultano superiori alla versione in studio. Sarà anche il primo disco, ma si vede che sono tutti navigati. Promossi a pieni voti, viene già voglia di andarli a rivedere a breve.

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Rapidissimo cambio palco e poi tocca agli Abiku deliziare i presenti. Si parte, come era lecito aspettarsi, con l’acustica “Guerra civile”, con il finale full band che sfocia immediatamente in “Canzone nichilista”. Nella chiacchierata di prima, parlando del loro approccio al live show, mi avevano confidato di avere come modello i Wilco, per come sanno coniugare potenza espressiva a finezza e precisione esecutiva. Ma lo dicevano sospirando, come se fossero un punto di riferimento irraggiungibile. Beh, per quanto possa forse essere un paragone azzardato, questi cinque ragazzi non sembrano essere poi così tanto indietro.
La naturalezza con cui tengono il palco è disarmante, favoriti anche da suoni al limite della perfezione (considerando la celebre pessima resa acustica del posto, c’è da gridare al miracolo), mettono in piedi uno spettacolo incredibile, da cui semplicemente è impossibile staccare gli occhi.
Giacomo Amadii Barbagli è un frontman nato, la sua voce e la sua chitarra acustica costituiscono il fulcro a cui ruotano tutte le canzoni proposte; ma non sarebbe la stessa cosa se non ci fosse una sezione ritmica impeccabile (Virna Angelini al basso e Stefano Campagna alla batteria fanno un lavoro costante, silenzioso e strabiliante) e soprattutto una tastiera, quella di Edoardo Lenzi, che si fa sentire ancora di più che su disco e che è fondamentale per dare ad ogni brano una veste tutta sua.
Aggiungiamo poi che da questo tour è entrato in pianta stabile il chitarrista solista Lorenzo Falomi (che questa sera è alla sua seconda data in assoluto). Pulito e preciso, dotato di un ottimo gusto, abbellisce le ritmiche di Giacomo senza mai strafare e stando sempre al posto giusto.
Il risultato è eccezionale, ha la luminosa freschezza del pop e l’impatto dirompente del rock, esattamente i due ingredienti che fanno grande “La vita segreta” e che sul palco aumentano esponenzialmente la qualità dei brani.

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Il disco viene ovviamente eseguito per intero, ed è praticamente impossibile dire quali siano i pezzi migliori: indubbiamente le cose più immediate come i singoli “Qui non succede mai niente” e “Dammi una mano (Pakistan)”, unitamente a “Parsec” o alla tiratissima “Otto ore” sono le cose che hanno incontrato il maggior gradimento, anche per le notevoli code strumentali con cui i nostri le hanno abbellite. Ma anche episodi più toccanti e riflessivi come “Sommergibile” o “Fonteblanda” ci hanno letteralmente incantato.
A compendio di tanta bellezza, qualche pezzo da “Technicolor”, tra cui una versione completamente riarrangiata di “In Nuova Zelanda”, che ha molto diminuito la differenza col nuovo repertorio. In mezzo, una intensa cover di “Amarsi un po’” di Battisti (giusto per far capire dove stia una buona parte delle loro influenze) e l’outtake “Bocciolo”, che era uscita come singolo nel 2012 e che non sfigura affatto accanto al resto della scaletta.
Si chiude con le due parti di “Non andare via”, apice assoluto del concerto per carica emotiva e precisione strumentale. È passata poco più di un’ora ma i cinque hanno dato tutto e sono visibilmente stanchi e felici. Se ne vanno a rifiatare qualche minuto e poi tornano per una splendida “Canzone stilnovista”, giusto per celebrare nel modo migliore anche il loro primo singolo.
“Mi raccomando, fate finire i nostri cd – aveva detto Giacomo a metà concerto – così avremo la possibilità di farne un altro. In caso contrario, non so che succederà…”
Ecco, lasciatemi dire che, pur in un periodo di vacche magre come questo, gli Abiku meritano di vendere il più possibile e di registrare un altro disco. Dopo averli visti dal vivo non ci sono più dubbi: questa è una delle band più grandi che abbiamo in Italia. Chi se li è persi, dia un’occhiata online per vedere dove saranno la prossima settimana. Sarebbe un delitto rimanere ignoranti sul loro conto…

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