James Maddock – The Green (2014 – Appaloosa / IRD)

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james maddock the green

Articolo di Fabio Baietti

Per James Maddock è arrivato il momento di “riportare tutto a casa”. Camminando all’alba nella Lower East Side di una Manhattan che si sta risvegliando stropicciandosi gli occhi. Ammirando l’ennesimo alzarsi del Sole, in una Avenue divenuta nel tempo familiare come i campetti dietro casa, in quel di Leicester, UK. Ricordi di gioventù che riaffiorano nell’anima. Nostalgia venata di sottile ironia, sguardo benevolo sull’età dell’innocenza. Fissata in foto non troppo ingiallite che ancora provocano sussulti nel cuore.

Once there was a boy, tempo di scoperte e di risate. Di ginocchia sbucciate e di ritorni a casa poco prima che l’ultimo brandello di luce si trasformi in una Luna complice di una madre troppo apprensiva. Gioiello d’apertura, intrecci serrati ad aprire le danze. Le relazioni intessute negli anni dell’infanzia, in un quartiere (My old Neighbourhood) che ti conosce, ti coccola. Giochi sul fiume, sulle rive della memoria. E i nomi dei “complici” di un’età rimpianta si confondono in un arpeggio e tra i tasti di un pianoforte. Dichiarazione d’amore per luoghi, persone, abitudini. Incastonata nel cuore di Maddock, come un diamante. La melodia perfetta, la voce che asseconda una canzone di garbata malinconia. Un ricordo che si credeva perduto per sempre, pronto a riaccendersi in una giornata di sole nel Leicestershire. Seconda gemma di un cd che inizia a lasciare il segno.

Qual è la causa che consente a Maddock di traslare la sua vita dalla campagna inglese alle notti della Grande Mela? Una donna, ovviamente. James arriva a New York per Amore, scrive canzoni, ha il cuore pieno di sentimento tradotto in versi e accordi. Ma possiede pure la naturale inclinazione ai rapporti tormentati. Il “lieto fine” non fa per lui, anima randagia al crocevia tra una strada che non porta da nessuna parte e una che conduce al cuore di una Lei. E allora si fa portavoce di sé stesso. Speaking for the Man è pomposa, nel senso più nobile del termine. Archi, cori, chitarre e la voce, sempre più “torbata”. Domande senza risposta, su un rapporto che ha lasciato il segno. E foglie da raccogliere per poi vederle volare via, once again. Impossibile non seguire la melodia, inventandosi l’ennesimo singalong, mentre una naturale simpatia nasce per il protagonista della canzone. Terzo centro pieno, ma non è ancora finita. A pochi centimetri dalla canzone perfetta, ecco Crash by design. Irresistibile, con gli archi che giocano con il riff proposto dai tasti del pianoforte. Il ritmo cresce, quasi ispanico nel suo incedere. L’elenco dei “disastri” ha nomi di donne, conosciute tra Long Island, la Spagna, l’Irlanda. Inconsapevoli di annegare in un sorriso pronto, ogni volta, a schiantarsi al suolo. Come in un copione già scritto. Il finale è apoteosi strumentale, elettrico e vibrante. Tra i migliori pezzi in assoluto di Maddock.

Ma New York non è solo luci e lustrini. E’ lo specchio di un’America di retroguardia che fatica a tirare avanti. Piena di aguzzini e professionisti della competizione. Quella che lascia indietro troppi sconfitti, quella che porta a scannarci per “The Green”, il “grano”. Maddock e la denuncia sociale, la sua presa di posizione. Non un leader che lancia proclami con la sua musica ma un uomo che, a suo modo, è vicino a chi spinge un carrello sotto la pioggia. Perché la poesia può e deve “sporcarsi le mani”, scendendo nelle strade, carezzando la paura di un futuro senza spiragli. Barricate della e per la speranza, più che della guerriglia. Se Driving around, Too many boxes e Let’s get out of here sono (peraltro ottimi) esercizi di stile che non aggiungono o tolgono nulla alla bellezza di The Green, Rag doll e la seconda parte di Once there was a boy fanno da degnissimo corollario ai miei personali “pezzi forti” del cd. Limitrofo a paragoni importanti ma con una sua precipua originalità, James Maddock abbandona le atmosfere rarefatte e la bambola di pezza si ritrova scaraventata in un rock tirato e senza fronzoli. A chiusura del cerchio, si ritorna a Leicester, ai giochi, agli amici, al quartiere. Alla serenità ritrovata nel calore delle proprie radici, a visi che non hanno più un nome ma ugualmente familiari. Arrangiato con cura, prodotto da Lestyn Polson (uno che ha condiviso le sale di incisione con David Bowie, Patti Smith e David Gray, tanto per capirci), suonato dalla cerchia di amici che ruotano attorno al Rockwood, The Green suona potente e gentile allo stesso tempo. Maddock style, al 100%

Turn up the stereo!

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