John De Leo @ La salumeria della musica, Milano. 16 Gennaio 2015

Postato il Aggiornato il

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Articolo di James Cook, foto di Andrea Furlan

Seguo da sempre John De Leo e le sue acrobatiche traiettorie sonore. Negli anni ha costantemente sviluppato una ricerca originale nell’uso della voce, catturando la mia attenzione di “curioso all’ennesima potenza”.
Lo scorso ottobre è stato pubblicato il suo secondo lavoro solista “Il grande abarasse”, uscito a 7 anni di distanza dalla prima prova, per cui l’occasione di vederlo dal vivo con il suo nuovo ensemble è decisamente ghiotta.


La Salumeria della musica lo aspetta, gremita, pronta a riabbracciarlo. Nell’attesa, per scaldare la sala, si presenta sul palco il romagnolo Giacomo Toni, simpatica figura di atipico cantautore. Accompagnandosi al pianoforte, propone una serie di filastrocche stralunate, spesso ciniche e surreali, “facezie nazionalpopolari” che fanno divertire e preparano la giusta atmosfera.
Spente di nuovo le luci, entrano in scena, ad uno ad uno, i componenti della “Grande abarassse orchestra”, un ensemble vario, di assoluto livello qualitativo: Fabrizio Tarroni, fedele chitarrista semi acustico, la coppia di sassofonisti/clarinettisti Beppe Scardino e Piero Bittolo Bon, Silvia Valtieri al pianoforte, un trio d’archi – Paolo Baldani al violoncello, Dimitri Sillato e Valeria Sturba al violino, nonché Franco Naddei (anche noto come Francobeat) alla chitarra e soprattutto alla manipolazione del suono in tempo reale, con l’utilizzo di sola attrezzatura analogica (ci tiene a ribadirlo).

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L’inizio trasmette la forte sensazione di assistere ad un’improvvisazione collettiva, con gli strumenti che fluttuano liberamente, creando un’atmosfera quasi surreale. John, entrato in scena con un sobrio completo nero, inizia a dirigere oscure sonorità finché la sua voce non diventa anch’essa strumento. Questa sorta di ouverture, sul filo dell’avanguardia, è composta da alcuni frammenti tratti dalle ghost tracks de “Il grande abarasse” (nel disco ne sono presenti ben sei, per oltre 30 minuti di musica, un vero e proprio “ghost album” nell’album!).
Si parte poi da beat box e voce per lo sviluppo del “Gatto persiano theme”, geniale brano senza testo che coinvolge in un esaltante crescendo l’intera orchestra. A seguire, un po’ scherzando sulla sua “romagnolità”, John propone “La mazurka del misantropo” con una bella fisarmonica in primo piano (suonata da Silvia Baltieri). Arriva l’ovazione da parte del pubblico, che si sbraccia come può, “costretto seduto” sulle sedie della Salumeria.
Con “Io non ha senso” riprende il viaggio nell’universo della sperimentazione sonora, in qualche modo coniugata al pop. John si da un gran da fare tra loop e beat box, mettendo ancora una volta in luce le sue incredibili capacità vocali.

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Per un momento la scena viene lasciata a Valeria Sturba che ci ipnotizza con i magici suoni del suo Theremin in “Primo moto ventoso”, introducendo poi un altro brano che rimane ancora al confine tra il jazz e l’avanguardia colta, “Le chain et le flacon” (titolo rubato ad un poemetto di Baudelaire).
Dalle labbra di De Leo fuoriesce un caleidoscopico oceano di suoni che trasforma la sua voce ora in contrabbasso, ora in batteria, ora in armonica a bocca.
Un pianoforte suonato a quattro mani (Dimitri Sillato si siede di fianco a Silvia Valtieri) introduce “The other side of the shadow” (nel disco vi era la partecipazione di Uri Caine), brano il cui testo è tratto da “La linea d’ombra” di Conrad. Nella canzone “Muto (come un pesce rosso)” c’è poi ancora tempo per giocare a distorcere la voce con l’utilizzo della “mitica” valigetta-microfono fisher price rosa, vera chicca vintage.
Arriva a questo punto il brusco risveglio: la musica finisce, è il momento degli applausi, seguiti da inchini ed uscita di scena, che però dura pochissimo.
John torna sul palco con i due sassofonisti per condurci in un viaggio ancestrale travolgente, una versione splendidamente dilatata di “Canzo” . La conclusione è affidata a “Spiega la vela”, alla quale partecipa tutta l’orchestra in una divagazione che, per il suo carattere corale, riassume bene l’essenza del percorso artistico della serata.

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Un concerto di John De Leo è un’esperienza unica completamente appagante, l’occasione per compiere un appassionante percorso non omologato. Un’esperienza che attraversa generi musicali diversi, proponendo brani che raccontano storie “normali” in modo sempre originale. Si sente quanto le sue canzoni sono il frutto di una ricerca infinita e maniacale, sia in ambito testuale che musicale . Tutto questo “arriva” ancor di più dal vivo, la dimensione che preferisco senza riserve. In quest’ambito, infatti, si percepisce come lo sviluppo dei pezzi sia ancora in divenire e quanto lo spazio per improvvisare, sfruttando al meglio le sue infinite potenzialità creative, è davvero tanto. La crescita di John De Leo prosegue senza sosta, vi consiglio vivamente di non perdere un suo concerto se passa dalle vostre parti, soprattutto ora che la “Grande abarasse orchestra” riesce a integrarsi alla perfezione con il suo universo sonoro, facendo brillare le gemme compositive di una luce deliziosamente abbagliante.
Ci vuole un po’, a fine concerto, per metabolizzare il flusso potente di emozioni che mi hanno pervaso durante tutta la serata. Quando esco dalla Salumeria la pioggia è cessata: una Milano stregata da John De Leo si mostra immobile, come appagata da tanto godimento.

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