Il sogno americano dei Guano Padano

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Intervista di Andrea Furlan Fotografie di Antonio Spanò Greco

Una band con l’infinito negli occhi. Americana (il loro ultimo album) è l’omaggio a un luogo dell’anima, una raccolta di suggestioni sonore capaci di evocare i grandi spazi dell’ovest con lo sguardo di chi sa immaginare col cuore. Dalla via Emilia a Pian della Tortilla, i Guano Padano percorrono le strade polverose e solitarie che uniscono due mondi solo in apparenza distanti. Omaggio compiuto attraverso l’omonima antologia di Elio Vittorini che negli anni ’40 traduceva la grande narrativa americana con sensibilità tutta italiana. Ho incontrato Alessandro “Asso” Stefana, Zeno De Rossi e Danilo Gallo poco prima del loro concerto all’1&35circa di Cantù in cui hanno fatto sfoggio di tutta la loro bravura in un caleidoscopio di stili e atmosfere che vanno dallo spaghetti western al tex-mex spingendosi al confine del free jazz. Un menù assai ricco e gustoso servito con classe e passione da tre validissimi artisti.

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OT: Prima di iniziare, vorrei chiarirmi un po’ le idee. E’ sicuro che siete padani (geograficamente parlando) e non uno dei tanti gruppi americani che approdano all’1&35circa? Qualche dubbio mi è venuto…
All’unisono: made in Italy D.O.C. (risate..)

OT: Dal profondo nord al deserto dell’Arizona. Qual è la connessione? Cosa vi affascina dell’America?

Asso: Difficile spiegarlo con razionalità. Non so dirti esattamente qual sia il filo conduttore, però nella nostra immaginazione sono due territori che ci ispirano particolarmente, due lande sconfinate, lontane e allo stesso tempo vicine. In Arizona ci sono stato un mesetto fa e mi sono sentito a casa. Il deserto sembra fatto da pali della luce con tutti quei catus uno in fila all’altro. In entrambi i luoghi c’è quel senso di infinito e di vuoto che noi cerchiamo di colmare con la musica.

OT: Trovo molto interessante la prospettiva con cui avete guardato all’America. Il disco si ispira alla collana Americana di Elio Vittorini e alle sue traduzioni della narrativa degli anni quaranta. Vittorini non è mai stato in America, l’ha solo immaginata. Perché proprio Vittorini e quali suggestioni ne avete tratto?
Danilo: Per quanto sia il titolo del disco sia la musica che suoniamo rimandino innegabilmente agli Stati Uniti, il nostro è in realtà un’omaggio all’Italia. Un tributo al tributo, una parola che non amo particolarmente, ma che rende perfettamente l’idea. Vittorini oltre a non essere mai stato in America non conosceva nemmeno bene l’inglese, per cui la sua è stata una traduzione molto creativa (così come quelle di Moravia e Montale). Noi abbiamo usato lo stesso approccio, la musica al posto della letteratura, ci siamo in un certo senso reinventati l’America, che anche noi non conosciamo bene se non per essere stati in alcune città. Una prerogativa del nostro suono è la dimensione dell’immaginifico, del farci delle visioni in senso cinematografico.
OT: L’album, tranne un paio di brani, è interamente strumentale. Viene quasi naturale fare dei riferimenti cinematografici. Joey Burns dei Calexico vi ha definiti come la colonna sonora ideale di un film girato a sei mani da Sergio Leone, Jim Jarmusch e Sofia Coppola. Vi ritrovate in questa definizione?
Danilo: Sono assolutamente d’accordo, anzi, senza presunzione, sono parole che ci fanno molto piacere! Il testo, detto in senso positivo, in un brano la fa da padrone, mentre la musica strumentale, quella con cui ci troviamo maggiormente a nostro agio, ci dà la libertà di creare una suggestione sonora. In ogni caso nel disco ci sono anche degli interventi recitati e cantati: abbiamo avuto l’onore di ospitare Dan Fante (il figlio di John Fante) che ha scritto di suo pugno un aneddoto riguardante il padre quando aveva appena cominciato a scrivere; anche Joey Burns ha voluto scrivere un brano, cosa che ci riempie d’orgoglio perché i Calexico sono un gruppo cui siamo molto legati.

OT: Com’è stato il rapporto con Joey Burns?

Asso: E’ stata una cosa molto naturale, ci siamo proprio trovati, sia umanamente che musicalmente. Joey è una persona molto semplice, umile, uno dei primi fan dei Guano Padano, ci ha sostenuto fin dal primo disco. Gli avevamo mandato l’album chiedendo se ci potesse fare una piccola premessa. Lui invece, dopo qualche settimana, ci ha spedito queste note (riportate nel booklet) in cui spiega, brano per brano, la genesi del lavoro, facendo l’analisi musicale di ogni singolo pezzo. E’ stata una delle prime persone che ha creduto nel nostro progetto, per questo nell’ultimo disco abbiamo voluto coinvolgerlo con un suo contributo.

Danilo: Abbiamo avuto l’onore e il piacere di aprire qualche data per i Calexico, in occasione della loro tournée italiana dello scorso anno, così si è cementato il nostro rapporto e lui si è proposto di sua iniziativa.
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OT: Restiamo in ambito cinematografico, quali film vi piacciono?
Zeno: Dì qualcosa e vediamo se indovini… A me piacciono molto i film italiani degli anni ’60, soprattutto quelli sconosciuti. Di recente ho visto “Adua e le compagne” un film drammatico di Antonio Pietrangelicon Simon Signoret e Marcello Mastroianni, fantastico!
Danilo: Tante volte, soprattutto in passato, ci hanno accostato (giustamente) allo spaghetti western, un genere che amiamo molto, in particolar modo Asso che adora le colonne sonore. A me piacciano tutti quei film che danno spazio all’immaginazione, con un finale aperto e un punto interrogativo su come si sarebbe potuta svolgere la trama se la pellicola fosse continuata. Ecco l’idea dello spazio, dell’infinito…
Asso: Non abbiamo mai citato i film dei fratelli Cohen che culturalmente sono molto vicini al nostro modo di sentire. Oltre ai western, ci sono opere italiane molto belle, dei veri e propri punti di riferimento, penso in particolar modo a Franco Piavoli, mio concittadino, che recentemente ho avuto il piacere di conoscere di persona, un regista straordinario concentrato più sulle immagini, sulla fotografia, che sui dialoghi. Per non parlare di Ermanno Olmi che rappresenta il legame con il territorio…
OT: Avete mai pensato a comporre una vera e propria colonna sonora?
Zeno: Ci abbiamo pensato, certo, ma non è ancora capitata l’occasione… Abbiamo collaborato al bel documentario “L’uomo che amava il cinema” sulla vita di Piero Tortolina, padovano, grande appassionato di cinemache ha recuperato (e salvato) moltissimi film della cinematografia mondiale, che possiamo vedere proprio grazie al suo lavoro. In questo caso è stato fatto tutto all’ultimo momento, è stata usata la nostra musica, ma non abbiamo composto qualcosa di specifico.
OT: Nel vostro primo album avete ospitato il mitico fischiatore di Sergio Leone, Alessandro Alessandroni…
Danilo: Certo lui è il famoso fischiatore, ma è anche un grandissimo musicista, un chitarrista di valore, lui ci tiene molto che lo si dica. Siamo stati a casa sua, nelle campagne del viterbese, in occasione di quella registrazione, è stata una bella esperienza.  Ci raccontava che ha iniziato a fischiare per caso. Il suo non è un fischio normale, sentirlo lì, dal vivo, è pazzesco. E’ un sibilo proprio lieve, si fa fatica a catturarlo, a registrarlo. Non ha il soffio intorno al fischio, solo suono.
Zeno: Quando gli abbiamo fatto ascoltare i brani che volevamo proporgli, lui ha fatto una faccia come per dire: ecco, le solite cose… Ridendo ci ha chiesto “ma fateme fischià un po’ de ggezz…”
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OT: Ho letto una bella definizione di Asso: Rigattiere della musica. So che collezioni strumenti molto strani…
Asso: Una definizione veramente adatta, perfetta! Farei molto volentieri il rigattiere come lavoro.
Zeno: Purtroppo o per fortuna ci ha contagiato: prima di conoscere lui avevo una batteria, adesso ne ho sette/otto…
OT: Negli ultimi anni si è creata una scena di gruppi dediti alla musica strumentale. Insieme a voi ci sono i Calibro 35, i Sacri Cuori…
Asso: E’ un aspetto molto positivo. Per il grande pubblico la musica strumentale non è un genere molto facile, di solito è legata al jazz o alla classica. Invece quello che facciamo noi e i gruppi che hai citato (tutti bravissimi) è per certi versi è riconducibile al pop, quindi un pubblico più vasto può accostarsi alla nostra musica.
Danilo: Noi tre, per qualche motivo magico, siamo riusciti a centrifugare i nostri bagagli musicali in maniera naturale, spontanea. Per questo veniamo invitati a suonare in contesti molto diversi fra loro, dal festival jazz al club indie-rock.
OT: Vantate un buon numero di collaborazioni, dai Calexico a Mike Patton, a Marc Ribot. Quale ricordate con più piacere?
Zeno: Sicuramente l’apertura ai Faith No More a Londra davanti a seimila persone che non avevano assolutamente idea di chi fossimo e cosa suonassimo. Seimila incazzati che erano lì per ascoltare i Faith No More. Avere portato la pelle a casa è stata una bella prova. E’ andata bene, la risposta è stata ottima. C’è ancora gente che ha sentito il concerto che ci scrive e vuole sapere cosa facciamo.
Danilo: Per quanto mi riguarda la cosa che ricordo con più piacere è la recensione di Bill Frisell.
Zeno: Conosco Frisell da molti anni, probabilmente è il musicista che più mi ha ispirato. Un giorno ricevo una sua mail in cui mi racconta di lui che vive a Seattle e di un club che frequenta abitualmente, The Royal Room, gestito da Wayne Horwiz (produttore e compositore che incrocia jazz, musica sperimentale e rock). Una sera si trova lì per una data e, in attesa di suonare, ascolta la musica diffusa nel locale, musica che lo colpisce a tal punto da chiedere al fonico chi fosse il gruppo; questi gli spiega che sono un gruppo italiano che passano spesso. Vi immaginate Bill Frisell che, finito il concerto, torna a casa, accende il computer, cerca informazioni sui Guano Padano e scopre che ci suono io? Già ci conoscevamo, quindi mi scrive per farci un sacco di complimenti e parlare della nostra musica! Qualche volta la realtà supera la più fervida immaginazione!
Asso: E’ stato semplicemente fantastico! Pensare che uno dei più grandi musicisti al mondo, senza nemmeno averci visti dal vivo, dopo aver ascoltato il nostro disco nella confusione di un locale, si sia preso la briga di informarsi e ci abbia scritto, è una cosa che ha dell’incredibile!
OT: Avete suonato anche con Bobby Solo. Cosa lega Bobby solo ad Hank Williams?
Zeno: Io l’ho conosciuto personalmente proprio quando abbiamo registrato il brano. Mentre eravamo in studio ci raccontava che sono queste le sue grandi passioni, soprattutto Willie Nelson, il suo mito. Certamente è legato ad una certa immagine, gli chiedono di fare quello e lui giustamente lo fa, ma ha una cultura musicale enorme.
Asso: E’ un grande professionista. Vederlo dal vivo cantare a un metro di distanza è stata proprio una cosa che mi ha colpito. Ha un modo di cantare che probabilmente non esiste più.
OT: Qual è un musicista con cui vi piacerebbe suonare?
Danilo: Bill Frisell !!! Non ci siamo riusciti su questo disco, lo avevamo contattato per invitarlo a partecipare a un brano, ma purtroppo in quel momento era oberato di impegni, era appena uscito il suo ultimo disco. Però chissà, in futuro….
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OT: Due di voi (Zeno e Asso) suonano da anni con Vinicio Capossela. C’è qualcosa di questa esperienza che portate nei Guano Padano?
Zeno: Probabilmente senza di lui non esisterebbero i Guano Padano. Io e Asso ci siamo conosciuti lì.
Asso: Per quanto mi riguarda tante cose. Suono con lui da tanti anni, soprattutto da quando ero molto giovane e dovevo ancora formarmi come musicista. Da solo non avrei potuto scoprire tante cose della musica e, tramite lui, abbiamo conosciuti artisti (Marc Ribot per esempio) con cui poi abbiamo collaborato, quindi lui in qualche modo c’entra sempre. Intorno a lui si respira un’aria molto fertile, a volte ha intuizioni veramente bizzarre che se poi analizzi con razionalità dici: ci sono!
OT: Progetti futuri?
Danilo: A noi piacerebbe molto suonare negli Stati Uniti e restituire, con il concept Americana, qualcosa che li appartiene, filtrato però dalla nostra cultura.
OT: Come direbbe Capossela, fate attenzione a quello che desiderate, capace che poi magari si avvera…
Danilo: …e dici: caspita adesso cosa sognerò?
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