Brunori srl @ Villa Arconati, Bollate (Mi) – 15 Luglio 2015

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Starfooker

“Non sono mai stato bravo in nessuno sport, le uniche due cose che mi sono sempre riuscite bene sono fare il buffone e questa cosa qua di scrivere canzoni”. Lo confessa verso la fine, Dario Brunori, dopo che per quasi due ore ci aveva fatto ridere coi suoi monologhi e incantato con le sue canzoni.
“Una società a responsabilità limitata”, la nuova ragione sociale che ha temporaneamente preso il posto della s.a.s. con cui di solito va in giro, è uno spettacolo equamente diviso tra monologhi e canzoni che è partito questa primavera e che ha registrato un successo francamente inaspettato, tanto che si è presa la decisione di intraprendere anche una serie di date estive.
Villa Arconati, a pochi chilometri da Milano, è una location suggestiva da anni sede di un festival che richiama nomi di spessore (quest’anno sono passati Patti Smith ed Einsturzende Neubauten, per rimanere all’interno della musica che mi interessa) ed arrivare qui, per il cantautore calabrese, è sicuramente un punto di tutto rispetto.
Dario Brunori ha esordito sul mercato discografico qualche anno fa: i suoi primi due album sono due piccoli gioielli di cantautorato italiano limpido e senza fronzoli, leggero e profondo allo stesso tempo, nel solco della tradizione già tracciata da Rino Gaetano, pur senza la sua caustica irriverenza.

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“Il cammino di Santiago in taxi”, uscito lo scorso anno, ha purtroppo messo in evidenza certi limiti compositivi che un po’ erano già affiorati ascoltando la colonna sonora di “È nata una star”, il film di Lucio Pellegrini di cui si era occupato delle musiche.
Canzoni belle, quelle dell’ultimo disco, ma un po’ meno delle precedenti e soprattutto senza quel quid di lucentezza che forse l’effetto sorpresa aveva reso più evidente. Il tutto, con una produzione più ricercata ad opera del maestro Takedo Gohara che forse però non era richiesta in questo contesto.
Risultato: una caterva di dischi venduti e una consacrazione come artista che ha avuto tutto il sapore della definitività. Contenti loro, contenti tutti, verrebbe da dire, anche se il Brunori amato dal sottoscritto è soprattutto quello dei primi due dischi.
Mi ero perso per impegni sopraggiunti la data di marzo al Dal Verme di Milano, ma confesso che ero scettico sulla tenuta di questo spettacolo. D’accordo che il nostro è un grande intrattenitore, questo lo si vedeva già nei suoi primissimi concerti, ma da qui a poter tenere un’ora e passa a raccontare storie, ce ne passa, pensavo io.
Invece, sono fin troppo contento di dire che mi sbagliavo: a conti fatti, la parte narrativa è stata forse addirittura meglio di quella musicale.
Di per sè, lo spettacolo risulta perfettamente diviso in due: cinque monologhi della durata di dieci-quindici minuti l’uno, alternati cinque mini set di tre canzoni eseguite assieme alla sua solita band.

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E davvero, occorre dirlo, il ragazzo ci sa fare. La sua simpatia è naturale e contagiosa, le sue doti di intrattenitore risultano ben evidenti anche al servizio di uno spettacolo più strutturato.
Esordisce con un divertente racconto di una giornata perfetta in cui tutto, ma proprio tutto, sembra andare per il verso giusto in maniera surreale, fino all’epilogo di una serata in cui “Vi recherete a sentire uno che dice cose intelligenti ed emozionanti”. E a suscitare le risate del pubblico quando dice che “State pure tranquilli perché tanto non accadrà.”
Invece, manco a farlo apposta, accade davvero. Perché Brunori è simpatico, lo abbiamo detto, fa ridere, lo abbiamo detto e lo sapevamo; però, francamente, lo dico senza timore, non immaginavo che ci fosse così tanto giudizio, serietà e consapevolezza, sotto tutto quello che ha raccontato.
Che potrà sembrare che gli sto dando del cretino indirettamente ma, davvero, non è così. Semplicemente, Dario è molto più intelligente di quel che tenderebbe a dar a vedere.
Innanzitutto per come ha raccontato della sua infanzia a Joggi, provincia di Cosenza, un posto piccolo ma dove “le persone si guardano in faccia, anche se poi scoppiano le risse, perché guardare in faccia qualcuno vuol dire che ti prendi la responsabilità di quello che gli stai dicendo”. Un posto dove tutti hanno un soprannome, perché “avere un soprannome vuol dire che non sei uno tra tanti, ma sei proprio tu”. Un posto da cui prima o poi vien voglia di scappare, ma dove certamente, finché ci stai, puoi imparare qualcosa di importante sulla vita.

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E quindi la fuga, il trasferimento a Siena per gli studi di Giurisprudenza, l’improvvisa morte del padre (“È stato uno shock ma oggi posso dire che è stato un fatto utile, da un certo punto di vista, perché mi ha costretto a mettere in ordine le priorità, a responsabilizzarmi”) che è anche il momento in cui ci si commuove sul serio, anche per come ha introdotto la cosa, nel bel mezzo di una spiritosa rievocazione del genitore che, tra una bestemmia e l’altra, lo sgridava quando non riusciva ad addormentarsi. Ma ci ha commosso anche per come ha ricordato che la madre continua a ripetergli che il successo che sta avendo è merito del padre, che intercederebbe per lui dal paradiso (“Mio padre aveva questo vizio di bestemmiare, ma guai a far notare a mia madre che per questo non sarebbe in paradiso!”). E, occorre dirlo, questa capacità di far ridere e piangere allo stesso tempo è proprio tipica dei grandi.
Ma ha parlato anche dei figli, Brunori, ha lamentato senza mezzi termini che i figli un tempo erano una risorsa mentre invece oggi sono visti come un costo. Quindi si mette a far ridere tutti, raccontando di quanto costa un figlio oggi, di come ti cambia la vita in termini di ritmi e fatiche aggiuntive, di come spesso e volentieri i genitori si facciano eccessivamente determinare dalla vita dei loro pargoli, di come guardando certi suoi amici distrutti e con le occhiaie gli passi la voglia di diventare padre. Ridono tutti eppure, sotto sotto, l’impressione è che, al di là delle sue scelte personali, gli dispiaccia davvero di questa deriva disillusa ed egoistica dell’umanità. Soprattutto perché, ad un certo punto, dopo avere ammesso che “sembro mio nonno”, si ferma ed esclama: “Ma io voglio proprio essere vostro nonno!” Come a dire che a volte, il luogo comune secondo cui “prima era meglio”, non è poi così tanto un luogo comune.

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Ma l’apice lo si tocca nell’ultima parte, quando riflette sul fatto che tanti fan idealizzano i propri beniamini e questo è un problema grave perché, in effetti, la vita di un personaggio pubblico, alla fine, non è molto diversa da tutte le altre.
Un concetto che in “Kurt Cobain” (guarda caso eseguita subito dopo) aveva espresso già molto bene.
Per quanto riguarda la parte strettamente musicale, le canzoni vengono eseguite dalla solita band che lo accompagna dagli esordi, ma con la netta preminenza di archi e fiati, provando soluzioni nuove di arrangiamenti e modificando alcune atmosfere.
Il repertorio viene ordinato in modo tale da accompagnarsi ai temi delle narrazioni e, nonostante la presenza di troppi episodi dal nuovo disco (tra cui comunque la versione inedita di “Pornoromanzo”, con un bel crescendo nella seconda parte, e “Le quattro vite” risultano coinvolgenti a sufficienza), alla fine la selezione risulterà più che soddisfacente. Tra i momenti migliori, sicuramente l’apertura con “Tra un milione di stelle” e “Lei, lui, Firenze”; quest’ultima priva del vestito new wave che l’aveva caratterizzata nel precedente tour, ha invece acquistato una malinconica verve anni ’60, grazie al tappeto di archi e fiati.
Poi c’è “Bruno mio dove sei?”, ovviamente dedicata al padre, la sempre valida “Una domenica notte” (probabilmente il pezzo più bello del suo repertorio, almeno per chi scrive) e “Nanà”, uno dei pochi estratti dal primo album, che gioca con la normalità della sua vita, ammettendo che è proprio questo che la rende speciale. Ben riuscita anche questa, grazie ad un efficace controcanto di clarinetto nel ritornello.
Arriva anche “Italian Dandy”, che personalmente non sentivo dal vivo da parecchio tempo, proposta in una versione dall’andamento più disteso, con uno strumentale inedito nel finale.

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Non c’è “Guardia 82”, una delle sue canzoni più amate (“Il mio pubblico è composto per metà da studenti fuori corso che si presentano ai concerti con la bottiglia di vino e mi chiedono sempre “Guardia 82” e “Rosa”. Sempre queste due!”), se non con una fugacissima apparizione che strizza l’occhio ai Monty Python, quando si presenta con un teschio in mano e ne declama il testo come un consumato attore shakespeariano. Uno sketch che, a detta sua, “Non c’entra nulla col resto dello spettacolo ma morivo dalla voglia di farlo per cui adesso lo faccio tutte le sere anche se gli altri non ne possono più!”.
Nel finale, dopo una “Kurt Cobain” particolarmente sentita e una “Arrivederci tristezza” più disincantata del solito, arriva “Mambo reazionario”, durante la quale tutti si alzano in piedi e corrono sotto il palco. È il suo nuovo classico, questa canzone, che sembra quasi avere preso il posto di “Rosa” nelle preferenze del pubblico. È un peccato perché, nonostante un ritmo accattivante, è un pezzo decisamente banale, sia musicalmente sia dal punto di vista lirico, col ritratto di un uomo imborghesito, che ha rinnegato gli ideali comunisti della gioventù.
Un bellissimo spettacolo, nel complesso, la miglior risposta a chi (me compreso) pensava che mettere insieme monologhi e canzoni fosse per lui ancora prematuro, oltre che eccessivamente ambizioso.
Fa piacere vedere che ha smentito tutti. Rimane solo da capire come sarà il prossimo disco ma diciamo che adesso possiamo lasciare Dario a godersi il meritato successo.

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