Henry Carpaneto – Voodoo Boogie (OrangeHomeRecords, 2014)

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Henry Carpaneto Voodoo Boogie

Articolo di Antonio Spanò Greco

Esordio discografico a proprio nome per Henry Carpaneto, pianista blues nativo di Genova e adottato da New Orleans, città dove la musica regna di casa e il blues ha influenze particolari, come i suoni caraibici e quelli delle grandi orchestre jazz, dove il piano e i fiati sono strumenti imprescindibili, amalgamati insieme allo spirito casereccio e allegro della gente del sud; prende vita così un sound corposo e intrigante che ci riporta sì agli anni 40 e 50, ma che miscelato ai gusti personali e alle esperienze vissute crea un lavoro attuale, internazionale e godibile, che si lascia ascoltare tutto d’un fiato.

Henry è giunto al traguardo del suo primo lavoro solista attraverso innumerevoli collaborazione sia italiane, Paolo Bonfanti, Fabio Treves, e Guitar Ray solo per citarne alcune, che internazionali, Otis Grand, Sonny Rhodes, Jerry Portnoy (armonicista della Muddy Waters Band e di Eric Clapton), Big Pete Pearson e Brian Lee, autentica istituzione del blues di New Orleans che incide in maniera determinante nella creazione di Voodoo Boogie. Da citare inoltre la nomination come “best European blues piano player” del 2005 ricevuta dalla rivista specializzata “Blues feelings” e da Trophees France Blues e le sue partecipazioni a numerosi festival sia in Europa che in America (come il New Orleans Jazz Festival e i Blues Memphis Awards, tra gli altri) e il tour estivo con il chitarrista Tee Dee Young.

Brian Lee è la special guest dell’album, registrato tra New Orleans, Londra (dove si sono aggiunti gli altri due ospiti Otis Grant e Tony Coleman batterista di B.B. King) e Leivi dove vengono aggiunti i fiati, i contrabbassi e le batterie (rispettivamente di Paolo Malfi, Pietro Martinelli e Andrea Tassera) e viene missato e prodotto da Raffaele Abbate negli studi della OrangeHomeRecords.

Lavoro di caratura internazionale Voodoo Boogie, esemplare tipico di piano blues come nella migliore tradizione, prova di grande maturità artistica di Henry capace di dare al sound una personale interpretazione basata su buon gusto, classe sublime e interventi sempre precisi e deliziosi per le nostre orecchie.

Album composto da 12 tracce più una cosiddetta ghost song che in realtà è un finale di solo piano con cui Henry ha voluto chiudere il disco, splendido epilogo di un lavoro discografico che sono sicuro riscuoterà molti consensi. I brani portano tutti la firma di Brian Lee eccetto One Room di Mercy Walton, Steady rolling di Memphis Slim, Caldonia di Louis Jordan e Rock me baby di B.B. King; tra i miei preferiti cito la lenta One room, l’ipnotica Welfare woman, l’intrigante interpretazione del classico Caldonia, l’escursione nei suoni caldi caraibici in Mambo mamma, la rockeggiante Turn down the noise, il lentone blues Dog & down blues, l’evocativo e sempre verde Rock me baby e la struggente ballata finale Blind man love sublime e incantevolmente arricchita dai piacevoli interventi di Henry.

Prima prova superata a pieni voti, disco da ascoltare e riascoltare per la gioia dei nostri sensi.

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