Beirut – No no no (4AD, 2015)

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beirut - no, no, no

Articolo di Gianluca Porta

Quando vado a una festa c’è sempre un momento che sento in dissonanza con la serata. Mentre sono lì, a bere, chiacchierare, ridere e scherzare con persone che conosco da una vita, per un istante è come se mi assalisse una tristezza strana, una malinconia o meglio ancora una nostalgia. Di cosa non so, non ancora, però c’è. Dura un secondo o poco più, ma è abbastanza per portarla dentro tutto il resto del tempo. Poi esco, mi accendo una sigaretta, a volte con il freddo e il vento a sferzarmi la pelle. Magari il cielo non è nuvoloso come ci si potrebbe aspettare da un ottobre che si fa sempre più scuro, c’è la luna, e ci sono le stelle. Per un attimo capisco di cosa ho nostalgia: di quella bellezza, che si mostra a me. Semplice, ripetitiva perché non varia se non di pochissimo, però presente e tangibile. Per me le canzoni dei Beirut son sempre state questa cosa qua, qualcosa di vero da cui ripartire. Penso ad esempio ad “Elephant Gun”, piuttosto che a “Scenic World” o addirittura “My night with the prostitute from Marseille”. Ad ascoltarle sembrano delle feste tristi, le trombe danzano sul valzer della voce e dell’armonica, il giro degli accordi è sempre uguale e semplicissimo. In due o tre strofe (la durata media dei testi di Zach Condon) esprimono concetti puri e cristallini, raccontando di isole lontane e idilli nascosti. Tre album e un paio di Ep, dei gioiellini da custodire gelosamente e che è valsa la pena ascoltare sempre.
Poi l’11 settembre di quest’anno è uscito “No no no”, e un po’ mi sono sentito tradito. Che fine hanno fatto gli ottoni, la musica balcanica, le danze intorno al focolare e lo sciacquio dell’onda? Quello che è rimasto è un album pop, di nemmeno mezz’ora, che si fa ascoltare facilmente ma trasmettendomi quasi niente. In un’intervista a NPR (un’emittente radio americana) Zach ha spiegato i motivi di un disco così differente dal resto della sua produzione: perché lui è così. Tutti i lavori precedenti, quelli che attingevano a piene mani dalla tradizione balcanica dell’Est Europa, erano come una forzatura, rispondevano al desiderio di essere diverso dai suoi contemporanei, che impazzivano per il punk. Con il tempo e con il riposo si è pian piano accorto di essere molto più “americano” di quanto pensasse: lui è cresciuto con un certo tipo di musica, e quella musica ce l’ha nel cuore. Insomma, questo era il disco che voleva fare, che aveva bisogno di fare.

beirut

Le percussioni portano avanti il primo pezzo, “Gibriltar,” formando un tappeto sonoro sul quale la malinconica voce di Zach inizia pian piano ad avvolgerci, promettendo che “everything should be fine”, e potremmo anche crederci. “No No No” riprende il ritmo e l’arrangiamento della precedente, ma con l’aggiunta di tromba e trombone, quella sezione così cara ai Beirut, come ai loro fan. Per ora la promessa della prima traccia sembra reggere, si tratta di pezzi semplici, senza troppe pretese, che comunque nel riascolto riescono ad entrarmi nel cuore. Subito dopo attacca “At Once” e, nonostante il ritmo lento e trascinato, si intuisce lo struggimento dei primi Beirut, con le trombe lasciate libere di correre come un torrente, pure e squillanti. La successiva “August Holland” rompe, irrimediabilmente, questo incanto. Il ritmo saltellante, le seconde voci che rincorrono la prima, i violini che sembrano usciti dalla più pacchiana delle colonne sonore, un arrangiamento che nel complesso non regge, il tutto, insomma una grande delusione. Ora, io capisco che Zach Condon avesse il bisogno di farlo, di tornare ai suoni con cui era cresciuto, però credo che avrebbe potuto farlo decisamente meglio, considerata anche l’esperienza di quasi un decennio passato a far musica. “As Needed” rincara la dose, lasciando gli archi a farla da padroni, con qualche accenno di chitarra e un intermezzo di tastiera. Noia per tre lunghissimi minuti, tutti ripetitivi. Vorrebbe descrivere qualcosa, forse un bisogno viscerale, ma si risolve in un nulla di fatto. “Perth”, invece, è tutta un’altra storia. Emerge bene quel tratto corale, quasi da banda di paese, che i Beirut sono così bravi ad interpretare. Si sente un insieme, si sente la passione e l’emozione. Si percepisce uno sparuto accenno di bellezza che però pian piano si impone, e ti prende tutto. Il brano seguente, “Pacheco” si trascina con tono lamentoso, per poi scomparire lentamente all’orizzonte, come non ci fosse mai stato. La doppietta finale, composta da “Fener” e “So Allowed” scivola via lasciando in bocca uno strano retrogusto, un mix di delusione e occasione mancata.

beirut - back

L’ultimo lavoro di Condon e amici non colpisce, né stravolge, ma, allo stesso tempo non è nemmeno qualcosa dal cui ascolto scappare il più in fretta possibile. lo lo percepisco più che altro, come un’opportunità giocata male. Va bene che lui sentiva il bisogno di farlo, va bene che c’è libertà artistica, ma questo non giustifica la carenza di spunti realmente interessanti. Poi, per chi come me ai Beirut c’è affezionato, il fatto che sia uscito un nuovo disco, rimane comunque una soddisfazione. Se non altro, non si sono ancora sciolti…

Tracklist
01. Gibraltar
02. No No No
03. At Once
04. August Holland
05. As Needed
06. Perth
07. Pacheco
08. Fener
09. So Allowed

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