Cheap Wine – Mary and the fairy (Cheap Wine Records, 2015)

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Articolo di Andrea Furlan

Antefatto: Carpiano, 3 Giugno 2006, Cheap Wine e il pittore Giuliano Del Sorbo. Ricordo molto bene quella serata, di cui conservo ancora su una mensola in cucina la bottiglia di vino (vuota, ovviamente) con etichetta personalizzata che venne distribuita fra i presenti. Action painting e rock’n’roll uniti in un binomio entusiasmante, un’occasione unica e speciale per assistere alla suggestione reciproca di musica e pittura mentre intersecano la propria arte in un divenire di suoni e colori che mi impressionò molto.

Da allora sono passati quasi dieci anni e di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia: la band pesarese è cresciuta a livello esponenziale fino ad arrivare al secondo live in carriera, Mary and the fairy, che proprio Del Sorbo illustra con i suoi dipinti, due volti immaginari ispirati alle due donne protagoniste dell’album. La chiusura del cerchio, il ritrovarsi di artisti che fanno della libertà espressiva il loro credo, che catturano con suoni e colori il fluire spontaneo della creatività lasciandosi guidare dall’istinto nel cogliere la magia di momenti unici e irripetibili.

La performance racchiusa in Mary and the fairy è un estratto del concerto tenutosi al Teatro Sperimentale di Pesaro lo scorso Aprile e fotografa i Cheap Wine in otto intensi brani, mirabile espressione del loro attuale stato di grazia. Non è un live usuale (per questo basta rivolgersi all’ottimo doppio Stay alive del 2010 e comprendere cosa rappresenta un loro concerto), nel senso che qui è sottesa un’idea ben precisa di suono, di fare musica, che lo rende un concept, un unicum nella loro discografia dove i brani sono uniti da un filo logico che travalica i singoli episodi: non ci fossero gli applausi a ricordarci che è stato registrato dal vivo, potremmo tranquillamente pensare ad un album in studio frutto di un lavoro molto accurato in fase di produzione. Invece (e proprio qui sta il bello) tutto ciò è il fermo immagine della band nell’attimo stesso in cui il tempo si dilata, sospeso tra finzione e realtà, e la musica interpreta le pregnanti visioni della scrittura immaginifica di Marco Diamantini, che prendono corpo e si dispiegano nel libero fluire di lunghe code strumentali. Messi da parte i sing along da sottopalco, sono i colori scuri e autunnali a prevalere, così ben riprodotti non solo dalla musica ma anche dalla grafica di copertina. L’impatto è fortissimo: l’universo in cui siamo proiettati ha i contorni di una lunga discesa agli inferi in quella beggar town dove siamo costretti a vivere, dove le pietre rotolano senza direzione, dove non c’è riparo, ne speranza. Non abbiamo scampo, potremo uscirne solo alla fine del nostro tempo e librarci, questa volta sì, sulle ali di una fata, finalmente liberi.

Colpiscono la straordinaria compattezza e omegeneità conferita a brani che pure provengono da periodi diversi della storia del gruppo. La direzione intrapresa a partire da Spirits trova qui la sua naturale evoluzione e confluisce in un sound robusto, corposo, assolutamente personale: l’impianto elettroacustico è l’innesto su cui poggiano le acide e poderose staffilate della chitarra di Michele Diamantini (di cui non smetterò mai di lodarne la bravura) e i virtuosismi del pianoforte di Alessio Raffaelli, che nell’alternarsi continuo degli assolo caratterizzano un live act di primissimo livello. La voce di Marco, più bella che mai, ricca di sfumature ed espressività soprattutto nei toni medio bassi, si adatta alla perfezione a questi brani dalle tinte forti. Quelli ascoltati qui sono i migliori Cheap Wine di sempre: ispirati, intensi, emozionanti, dotati di una grande tecnica sfoggiata con estrema naturalezza, senza perdere di vista il risultato complessivo.

Il mio personalissimo cartellino vede ai primi posti una stupenda Dried leaves, introdotta dal pianoforte di Raffaelli e gli echi dell’armonica, seguiti poi dalle note malinconiche della slide e da una batteria appena accennata: versione da brividi! Altre gemme sono I like your smell, ballata ripresa da Crime stories, che gode di un nuovo arrangiamento reso struggente dalla fisarmonica, e La buveuse dall’atmosfera jazzy in cui i significativi interventi della chitarra hanno un suono particolarmente azzeccato. Fuori classifica Mary, dovete solo ascoltarla per capire a che altezze possano arrivare Michele e la sua chitarra spaziale! Se questi sono solo alcuni semplici esempi rientranti nella sfera dei gusti personali, vi assicuro che il resto non è da meno: ogni brano di Mary and the fairy è affascinante ed ha saputo conquistare il mio cuore. Il consiglio è quindi quello di assaporare tutto l’album dalla prima all’ultima nota e di lasciarsi trasportare dall’ondata travolgente di sensazioni che è in grado di trasmettere. Una menzione particolare va fatta all’ottima qualità della registrazione che restituisce un suono preciso, ben definito, e permette di godere anche del più piccolo passaggio strumentale.

In conclusione non posso che ripetere quello che sostengo da tempo: i Cheap Wine sono una delle migliori realtà della scena italiana e fanno di passione e credibilità le armi vincenti. Affrontano da soli, da veri indipendenti, ogni aspetto del fare musica e produrre dischi. Non hanno mai sbagliato una scelta e, passo dopo passo, sono cresciuti sino a maturare la splendida forma che dimostrano oggi. Mary and the fairy è il più recente tassello di un percorso straordinario iniziato diciotto anni fa che non smette di sorprendere ed entusiasmare. Un album molto importante nella forma e nei contenuti che resterà per sempre nel cuore di chi ama la buona musica!

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