Bonetti: prima o poi mi compro un camper!

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Intervista di Luca Franceschini

Ci piacciono i cantautori, c’è poco da fare. In Italia, difficilmente usciremo da questa logica. Non è per forza un male, comunque. Negli ultimi anni ne abbiamo visti molti, di nuovi nomi interessanti, di realtà che si richiamano alla gloriosa stagione negli anni ’70 ma che portano avanti un discorso totalmente immerso nei tempi e nelle circostanze odierne. Bonetti è tra gli ultimi arrivati e, mentre il mondo indie impazzisce per Calcutta, lui era già uscito da qualche giorno con “Camper”, un disco di debutto che, lo dico sinceramente, mi piace e mi convince molto di più del tanto osannato “Mainstream”. Canzoni che sono quasi appunti su block notes, brevi schizzi pieni di ironia e disincanto che denotano un’intelligenza sulle cose molto maggiore di quella che vorrebbe apparire in superficie. Arrangiamenti minimali, quasi inesistenti, una voce sgraziata ma terribilmente confortante, che racconta storie generazionali ma dove in fondo in fondo c’è anche un po’ di verità universale. Questo, in estrema sintesi, è “Camper”. Mi sarebbe piaciuto andarlo a sentire a Milano, durante un suo recente passaggio, ma non ce l’ho fatta. Ho comunque rimediato facendo una piacevole chiacchierata telefonica con Maurizio (questo il suo nome all’anagrafe) per cercare di capire un po’ di più su questo disco. Ecco a voi il resoconto, in attesa di poterlo vedere presto su qualche palco…

Partiamo dal disco, che mi è piaciuto davvero molto…
Dirò una banalità ma ho cercato semplicemente, omaggiando certi cantautori degli anni ’70, di fare un album. Un album nel senso vero del termine: una raccolta di pochi pezzi, di breve durata complessiva, un insieme di canzoni che c’entrassero tra loro, unite da un qualche filo conduttore. Parlo di cose che mi riguardano da vicino anche se c’è ovviamente c’è anche della fiction. Le canzoni del disco sono una fotografia di un periodo importante della mia vita, quello che ruota attorno ai 30 anni. Le ho scritte in un certo lasso di tempo e poi, una volta finite, mi sono buttato nella registrazione. È dunque un album cantautorale, esattamente per come lo si intendeva negli anni ’70.

Cosa mi puoi dire del monicker che ti sei scelto? È il tuo cognome o viene fuori da qualcos’altro?Diciamo che è un nome d’arte, anche se ormai è quasi il mio secondo nome, visto che gli amici è da anni che mi chiamano così. È una cosa che mi è venuta in mente dopo, però presentandomi così è anche un modo per omaggiare Dalla: hai in mente, è uno dei personaggi di “Come è profondo il mare”…

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Tra le altre cose c’è anche un qualche richiamo ad un’Italia provinciale, un po’ comica, un po’ umile. Non so, mi sembra il tipico cognome da impiegato statale…
Sì, è vero, tra le altre cose mi pare che ci sia anche un personaggio in ” Fantozzi” che si chiama così. Hai presente la scena in cui lui si mette in malattia e c’è quel collega che gli regala i biglietti per il circo e lui ci deve andare di nascosto perché se no lo beccano? Ecco, mi pare che quel collega si chiami Bonetti ma non ne sono proprio sicuro… Comunque sì, è un cognome che dà l’idea dell’Italia provinciale. Del resto io sono molto legato alla provincia, anche se adesso abito a Torino ho sempre vissuto lì, per cui ne conosco molto da vicino i pregi e i difetti. Sai, quando uno si trasferisce in una grande città a 29 anni, la provincia rimane dentro per forza.

Gli arrangiamenti di queste canzoni sono semplicissimi, minimali e a tratti quasi dimessi. È una provocazione verso una certa scena musicale oppure semplicemente ti piaceva fare così?
È stato pensato così, non c’è dietro nessun discorso provocatorio. Tra i miei ascolti ho sempre messo molte cose Lo Fi, anche di recente. Con il produttore abbiamo pensato un discorso di arrangiamenti scarni, soprattutto per cercare di dare più spazio ai testi. Io poi non ho una voce bella, per cui andava bene così, l’obiettivo era semplicemente quello di arrivare dritto all’ascoltatore.

Nei tuoi testi si parla di realtà molto circostanziate, c’è una enorme dose di autobiografia però, contrariamente ad altre cose dello stesso genere uscite di recente, non è impossibile un’identificazione con certi pezzi. Forse perché, tra le righe, traspare sempre una profondità maggiore? Penso soprattutto a “Sandra a Torino”, che è quella che mi ha colpito di più…
Sì, la penso esattamente come te. Non è casuale infatti che nei miei pezzi ci siano nomi di persone: dare un nome ai personaggi è un modo per dare più consistenza possibile alle mie canzoni.
In particolare, “Sandra a Torino” racconta di quando con la mia compagna ci siamo trasferiti in questa città ma, allo stesso tempo, c’è un livello di lettura più ampio che va a descrivere la situazione di molti trentenni di oggi, che mettono da parte i loro sogni per arrivare a fine mese.  I fogli di cui parlo a un certo punto sono in realtà sono i curricula della mia ragazza, quelli che all’epoca stava spedendo in giro. Quindi: è una fotografia di ragazzi che convivono ma anche un quadro più ampio della generazione di oggi. Non volevo però farlo in maniera didascalica, non mi piacciono i luoghi comuni, voglio lavorare più per immagini: evocare quindi i fogli che prendono polvere, le canzoni sulle mensole… tutte quelle difficoltà che abbiamo oggi tra sogni e vita quotidiana, ecco.

E che mi dici di “Camper”, che poi è anche il titolo che hai scelto per il disco? Da ragazzo ci andavo sempre coi miei genitori, è un tipo di vacanza che in qualche modo mi è rimasto dentro…
Anche lì, è partita da me, io non sono mai stato in camper, ogni tanto vado nei concessionari a fare finta di acquistarne uno anche se poi non ho mai i soldi! Vorrei comprarlo anche perché ho paura dell’aereo, e poi mi piace il campeggio. Per ora non è possibile ma chissà! Sto portando avanti questo sogno, lo sto tenendo lì…

Mi pare che la canzone abbia anche a che fare con un certo desiderio di fuga…
Fuga direi di no, diciamo piuttosto libertà: si parla di viaggio, certo, ma poi ognuno ha il suo pallino da soddisfare: parlo di desideri non impossibili da realizzare, cose magari anche piccole, ma che condiscono di positività la vita di tutti i giorni.

E poi c’è “Tom Petty and The Heartbreakers”: esilarante la prima strofa, con quel personaggio improbabile dell’assessore, mentre la seconda cambia completamente di atmosfera, con quell’accenno allo sguardo dei cani…
Anche qui nelle intenzioni c’era quello di mettere un sottotesto, che in questo caso è la ricerca della spontaneità: io credo che nel 2015 se uno vuole fare il cantautore debba tirarsi su le maniche perché non abbiamo bisogno di nuovi dischi, quindi uno deve essere sincero, sempre. In questo senso, l’immagine del giurato da reality che critica, va a incontrarsi con l’immagine del cane. C’è una canzone bellissima di Fiumani, che cita “l’amore negli occhi dei cani vagabondi”: lo sguardo puro del cane è una delle cose più belle, più pure che ci siano, quindi, allo stesso modo uno può non vergognarsi di cantare: “stringimi forte che ho le gambe molli”. È così, se si perde la spontaneità non ha senso fare musica. Credo che ultimamente ci sia un po’ la tendenza a perdere questa spontaneità, a costruirsi un’immagine. Anche oggi ci sono artisti bravi che hanno cose da dire, comunque, mi auguro solo che trovino sempre più spazio rispetto a quelli che sanno vendersi meglio…

Ma esiste veramente questo assessore “che sembra un Tom Petty delle risaie”?
Assolutamente sì. Ed è anche vero che l’ho sognato! Walter invece è un mio grande amico, insieme abbiamo formato i primi gruppi in cui ho suonato.
Tra l’altro, ti ringrazio che mi hai chiesto di questa canzone, ci tenevo a spenderci due parole in più: è un pezzo che io ritengo molto importante e non a caso l’ho scelto come primo del disco. Volevo usarlo come manifesto: “State per ascoltare un disco semplice, io sono solo uno dei tanti che vi dovete beccare in Italia, sono consapevole dei limiti della mia proposta ma spero di essere riuscito a realizzare un prodotto onesto”.

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Senti, noi italiani non usciremo mai da questa cosa dei cantautori, vero?
È anche una questione tecnica: la lingua italiana si presta molto per il cantautorato. E poi c’è anche il fatto che siamo orgogliosi di essere italiani, gli italiani che cantano in inglese non ci piacciono tanto.
Per quanto riguarda me, fin da quando ho iniziato a scrivere, l’aspetto più importante è stato il testo: ho iniziato a scrivere prima di imparare a suonare, quindi me ne è sempre fregato poco della musica. Comunque è vero che in Italia abbiamo tanti pregiudizi, il fattore lingua è importante,  e diventa difficile fare cose convincenti con il rock, la lingua italiana dà il meglio con i cantautori e con l’hip pop, non a caso anche quest’ultimo sta avendo un enorme successo.
E poi credo che dovremmo volerci più bene: quando un esordiente è bravo, quando potrebbe dare il via ad un nuovo filone, viene ammazzato da tutti, lo massacrano. Bisognerebbe essere più tranquilli, ascoltare e sponsorizzare le cose più sincere, senza farsi troppi problemi. Guarda I Cani, ad esempio: tutti ad osannarli col primo disco, poi adesso che hanno fatto un singolo un po’ diverso dal solito, le stesse persone sono lì a denigrarli…
Certamente in tutto questo internet non aiuta, si va giù a gamba tesa coi giudizi. Noi oggi non siamo liberi di dire: quello è bravo, teniamolo d’occhio.
Adesso dico una cosa così ma non è che i vari Venditti, De Gregori abbiano fatto sempre bei dischi. De Gregori e Dalla sono inattaccabili ma non è che le prime cose siano poi così belle. Sarà anche un luogo comune, ma io non credo che, se fossero usciti oggi, avrebbero avuto la possibilità di diventare quello che sono diventati.

Tra le altre cose… non credi che oggi ci sia un problema piuttosto importante con il numero delle uscite? Voglio dire, fino a qualche anno fa c’era un filtro, nel senso che tutti registravano il demotape, poi i più bravi arrivavano al disco. Oggi tutti fanno direttamente il disco e chi non ha un’etichetta si autopromuove. A me piacciono tante cose che escono in questo modo però bisogna essere onesti: alcune di queste, forse la maggior parte, dieci o venti anni fa non sarebbero usciti dalla fase demo, che dici?
Internet ha il suo ruolo, la tecnologia pure: oggi chiunque può registrare un disco spendendo pochissimo. La penso come te, non è che tutto quello che è nuovo sia bello, quando ognuno può dire la sua succede sempre un casino, quindi le cose più interessanti sono più difficili da trovare, il livello è lo stesso ma tutti hanno possibilità di esprimersi e quindi la selezione preliminare che c’era anni fa adesso è venuta meno.
C’è poi forse anche un discorso economico, nel senso che le etichette hanno bisogno di più artisti per rientrare con le spese, non so.
Anche per questo, credo che la dimensione live non dovrebbe perdere di importanza, perché è ancora il modo migliore per capire se qualcosa è interessante o meno. Quand’ero ragazzino andavo a vedere i concerti e le cose più belle, quelle che ascolto tuttora, le ho scoperte proprio dal vivo, senza ascoltare prima il disco. Oggi si è un po’ persa, questa dimensione, bisognerebbe ritrovarla proprio per ovviare al problema della enorme offerta di internet. Io quando vado su internet ascolto distrattamente, dal vivo sei molto più attento, se anche un gruppo fa schifo, mal che vada te lo sei guardato per mezz’ora di fila e hai materiale sufficiente per esprimere un giudizio!

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Eh certo, però poi succede sempre che ai concerti non ci va nessuno, a meno che non si parli dei grandi nomi. Poi però ti ritrovi sempre un sacco di italiani al Primavera Sound, gente che magari non si muove nemmeno per il concerto al bar sotto casa…
Ma è perché si ragiona sull’evento. Anche su Facebook ogni cosa è denominata “evento”. Ma è anche un fenomeno generazionale. Forse oggi la gente passa più tempo sui Social, per cui chi si avvicina alla musica forse è più portato a viverla in una dimensione solitaria. Prima si ascoltava in gruppo, si usciva e si andava al concerto. Quindi forse il grande evento attira di più. Al Primavera, come hai detto, ci vanno tutti, mentre sui concerti piccoli si ha meno voglia perché non si è educati ad una vera e propria dimensione di ascolto. Dovremmo fare tutti una grossa riflessione, anche per noi musicisti questo dovrebbe essere uno stimolo per proporre cose sempre più interessanti, invece che rimanere sempre ancorati alle stesse formule.

A proposito, come vanno i tuoi concerti?
I concerti stanno andando molto bene. Porto in giro due set, uno con la band, che è più simile al disco anche se più rock, e uno ho acustico in cui sono solo io con chitarra e voce. In generale stanno andando bene, la presentazione a Torino è stata indimenticabile ma anche nelle altre date la risposta è stata positiva, direi anche al di là di ogni aspettativa. Sto chiedendo sempre che mi diano date, è una cosa che mi piace davvero molto.

Ultimissima domanda: che cosa vuol dire fare musica e vivere a Torino? Perché per come sono abituato io a vedere le cose, tutta Italia ruota attorno a Milano, anche se poi ci sono microcosmi interessanti, tipo Pesaro…
La scena milanese la conosco poco ma ti posso dire che Torino per chi fa musica è una gran bella città, storicamente preparata alla musica indipendente. In passato c’è stata una scena Hardcore piuttosto importante, ci sono cantautori… insomma, è una città viva. Mi ritengo fortunato di avere iniziato qua, ci sono locali che fanno suonare, è una città che offre possibilità per vari generi, esperimenti… Poi chiaro, non è che vedi 300 persone a concerto, però è una bella realtà, ci sono tanti musicisti!

 

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