Mandolin’ Brothers with Horns @ Spazio Teatro 89 – Milano 30 Gennaio 2016

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Articolo e immagini sonore di Andrea Furlan

I Mandolin’ Brothers arrivano in città ed è subito festa. Alla guida del loro magico freak out train dispensano il viatico per lasciarsi alle spalle l’ansia della quotidianità e tuffarsi in un viaggio emozionante e ricco di suggestioni. Dalle parti di Pavia sanno benissimo come condurre il gioco, forti della conoscenza a menadito della roots music, territorio in cui si muovono agevolmente, come pochi sanno fare in Italia. Intrecciano rock, blues e country in una fitta trama di influenze e riferimenti che dal Dylan elettrico si spingono fino a New Orleans, passano dal Texas e non disdegnano una puntatina oltre il confine messicano. La ricetta è decisamente gustosa e ad ogni loro concerto non smetto di apprezzarne i sapori forti e la varietà di sfumature che la rendono unica e preziosa.

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Passato il tempo delle celebrazioni del cinquantenario della pubblicazione di Highway 61 Revisited di Bob Dylan, che poco più di un fa hanno riproposto interamente dal vivo proprio qui a Spazio Teatro 89 (leggi il live report), in una serata memorabile, il gruppo pavese torna in grande stile sulla piazza milanese e aggiunge al già ricco menù la novità della sezione fiati. Si sono così inventati uno show double face focalizzato nel primo set sui brani di Far Out (il loro album più recente e più bello che, per inciso, da due anni continua prepotentemente a girare nel mio lettore), nel secondo invece sulla personalissima interpretazione di alcuni classici senza tempo la cui chiave di lettura è da intendersi proprio nell’utilizzo dei fiati che ha spostato l’asse del concerto verso i climi caldi e festosi, tinti di nero, caratteristici della capitale della Louisiana.

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Jimmy Ragazzon (voce, chitarra e armonica) e Paolo Canevari (chitarra), i padri fondatori del gruppo, veterani con 35 anni di carriera, salgono sul palco concentratissimi, seguiti a ruota dagli altri compagni d’avventura: Daniele Negro (batteria) e Joe Barreca (basso) sono una solidissima sezione ritmica, Marco Rovino (chitarra, mandolino e voce) è un fantasista di grande qualità, Riccardo Maccabruni (tastiere, fisarmonica, mandolino e voce) il folletto tuttofare che riempie il sound con i suoi interventi ficcanti.

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L’insieme è entusiasmante, i brani scorrono veloci, c’è grande feeling con la platea e l’atmosfera non fatica a surriscaldarsi. Pura American Music bagnata sulle sponde del Po, una vera goduria che l’ottima acustica della sala amplifica con precisione. Basterebbe solo la prima parte per decretare il successo di una serata che invece ha ancora molto da regalare. Una breve pausa tra un set e l’altro, poi i nostri si lanciano in una folle corsa insieme a Andres Villani al sax tenore, Marco Grignani al trombone e Massimiliano Max Paganin alla tromba. Come on Linda, il singolo perfetto di Far Out, è reso in una versione assolutamente fantastica portando nel cuore i dischi della Stax, Hey Senorita, ballatona a tempo di valzer calda e avvolgente fa sognare il pubblico cullandolo con classe, la slide di Canevari stende tutti appena prima della chiosa in stile marching band. Non faccio in tempo a chiedermi cos’altro potrà succedere che arriva il colpo di grazia: nell’ordine il nerissimo omaggio al B.B. King di The thrill is gone, lunga, dilatata, intessissima, in cui tutti i musicisti si distinguono in interventi di gran pregio. Impossibile non esaltarsi di fronte a questi suoni. La tensione è altissima quanto partono le note di Caravan: il burbero Van sarà contento, i Mandolin’ Brothers la fanno loro chiudendo il cerchio tra America e Irlanda, l’emozione è palpabile nei presenti, io ascolto estasiato. La festa continua con Shake, Rattle and Roll, ritmo a palla e R&B sugli scudi, prima dell’apoteosi finale. Resta l’ultimo tassello di uno splendido puzzle: è ormai un classico dei loro concerti chiudere con Like a Rolling Stone anche stasera resa con un tiro formidabile, un tripudio di emozioni alimentato dall’uso dei fiati in una delle più belle versione mai ascoltate.

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Esperimento riuscito (sempre che di esperimento si tratti) e i Mandolin’ Brothers promossi a pieni voti! L’innesto dei fiati su una base di già elevato livello qualitativo è stata una scelta vincente. Ampliare la gamma di sonorità disponibili non può far altro che bene a un gruppo che ha già una sua solida personalità e ha pochi rivali tra chi sceglie come stella polare il rock americano nella sua dimensione più classica. Quindi ragazzi avanti così, la direzione presa è quella giusta! Di musica così ne abbiamo bisogno come l’aria per respirare.

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