Roberto Zanisi: la mia musica annulla i confini

Postato il Aggiornato il

foto cover album_ph_CristinaCrippi

Articolo di Eleonora Montesanti

E’ uscito un mese fa Bradypus Tridactylus, il secondo album solista di Roberto Zanisi, polistrumentista dallo stile unico che, tramite strumenti particolari e melodie ricercate, trasforma il suo disco in un viaggio intorno al mondo. Per l’occasione lo abbiamo intervistato, ripercorrendo la sua carriera non canonica, tra lentezza, salsa, Sanremo e John Fahey.

Quando hai capito che da grande avresti fatto il musicista?
Alle scuole medie suonavo il flauto dolce ed ero piuttosto bravo, in più, prendevo lezioni di chitarra dallo zio di un mio compagno di classe. Suonavamo sempre i Beatles. L’ultimo giorno di terza media il mio professore di musica, nel consueto discorso di ringraziamenti e saluti verso le scuole superiori, ha detto: “L’unica cosa che so per certa è che Zanisi farà il musicista.” Boom. Marchiato. E io lì, in quel momento, ho detto: “Va bene. Ci credo.” Questa è stata la prima scintilla. E le scintille sono fondamentali in tutte le fasi della vita.

Qual è il primo strumento “non canonico” che hai iniziato a suonare?
Ad un certo punto ho mollato la chitarra – e la tecnica del fingerpicking, a cui per anni sono stato legatissimo – e mi sono appassionato allo steel pan. All’inizio lo suonavo in casa, andavo sempre in un negozio di dischi in Sant’Agostino (Milano) e mi facevo tenere via tutti i vinili in cui si sentiva uno steel pan, poiché non c’erano maestri all’epoca, né tanto meno video su youtube per imparare a suonarlo.
Un giorno, per l’esattezza al mio ventiseiesimo compleanno, mi sono stancato di fare il tipografo e ho mollato il lavoro.
Per festeggiare sono andato a fare un piccolo concerto improvvisato di steelpan proprio da Rossetti Dischi. Lì, ho fatto uno degli incontri più importanti della mia vita: un losco figuro mi si è avvicinato e mi ha detto: “Sei impegnato stasera? Noi suoniamo, e mi piacerebbe che venissi con noi!” Era Carlos Ugueto, uno dei frontman degli unici due gruppi di salsa in Italia dell’epoca. Quella sera mi sono fatto coraggio e sono andato, anche se non avevo la minima idea di cosa dovessi suonare. Carlos mi diceva soltanto: “Non preoccuparti! Suona quando ti faccio un segno!” Quella sera ci siamo esibiti per quasi tre ore. E sono andato in giro con loro per ben due anni! La musica latino-americana, seppur all’inizio non mi piacesse, è stata una delle influenze più importanti.

IMG_1255_ph-ElenaPassoni

Com’è avvenuto, invece, il tuo incontro con un altro strumento particolare, ossia il bouzouki?
Per molti anni ho lavorato a Mediaset come consulente musicale e non avevo idea che anche lì, prima o poi, ci sarebbe stata una catalizzazione, dovuta a un incastro perfetto: grazie a un collega macchinista che non sapeva più che farsene, ho comprato un bouzouki.
Non avevo idea di come si suonasse, né ero intenzionato a imparare, finché un giorno, un cugino chitarrista-liutista mi ha chiamato chiedendomi di partecipare a un lavoro in cui era necessario qualcuno che suonasse il bouzouki. In breve, quel lavoro era il Festival di Sanremo del 1996. Con Spagna.
Da quel giorno, il bouzouki e io siamo diventati inseparabili. E sì, ho imparato a suonarlo!

Perché “Bradipo Tridattilo?
L’ispirazione è venuta dal fatto che uso tre dita per suonare gli strumenti a corda, su cui metto tre ditali. Questa è una tecnica che nasce da John Fahey, il precursore del fingerpicking e mio mito indiscusso. Il tridattilo mi ha sempre affascinato per esprimere questo concetto.
L’idea di bradipo, invece, deriva dal fascino della lentezza, perché è un atteggiamento che mi appartiene: io sono lentissimo, tant’è che ci ho messo dodici anni per pubbicare il secondo disco. Non tanto per farlo, ma per maturare certe scelte e una direzione univoca che attingesse da tutte le mie esperienze. E più bradipo di così…

Per te un album è un punto di arrivo?
Sì. Il motivo per cui non ho fatto dischi solisti per dodici anni è perché per me il cd è morto nel momento in cui lo ascolti: è passato, è finito, è storia. Domani è già tutto diverso. La musica più importante è quella che si fa sul palco, perché ogni performance è un’opportunità per perfezionarsi. Ad esempio nel tour di Bradipo tridattilo faccio già due pezzi che non sono presenti nel disco, per scoprire che effetto hanno sul pubblico.

IMG_1345ph-ElenaPassoni

Come ti senti quando sei sul palcoscenico?
Ho scoperto che lo scopo della mia vita è stare su un palco. Io godo, mi carico, mi emoziono. Quando vado a vedere un concerto, vorrei salire sul palco anche lì. Ci sarò anche a ottant’anni. Non so cosa farò, ma sarò su un palco. Voglio morirci sopra.

Come mai suoni in Italia e non anche all’estero?
Ci ho pensato, molto. Ci sono vari motivi. Quello principale è la mia incapacità di promuovermi. Io adesso, grazie a Saul Beretta di Musicamorfosi, ho booking, ufficio stampa e sono felice. Perché altrimenti il disco sarebbe morto lì. E poi non sono molto coraggioso. Non sono il tipico musicista vagabondo.
Ad ogni modo mi piacerebbe tanto averne l’occasione con questo disco, che tra l’altro è più fruibile e adattabile ad un pubblico più grande. Spero di suonare anche all’estero da oggi in poi.

Credi che la tua musica abbia il potere di annullare i confini?
Sì. Ecco. Annullare i confini è proprio la definizione della mia musica.
Ad esempio, se analizziamo un po’ i brani di Bradipo Tridattilo, il primo pezzo è un flamenco, fatto con un cümbüş  suonato con l’archetto in stile medievale. Il secondo è un fado portoghese, ma eseguito con un bouzouki greco. Cioè, parto da una cosa con uno strumento e suono nella terra di un’altro. L’apice di questo miscelarsi è rappresentato da Spezi Panache, il pezzo più complesso, composto da ventidue sovraincisioni. Praticamente c’è dentro tutto: lo zeng cinese studiato col cümbüş  turco, un fraseggio guimbri marocchino, voci aborigene ispirate al continente australiano, il berimbau brasiliano suonato sempre con cumbus e bacchetta e, in conclusione, il blues del Delta del Mississippi.
Questo è il simbolo dell’annullamento di confini, ma in ogni pezzo c’è un mescolarsi, il crossover qui ha un senso reale, è una parola adeguata.
L’altro elemento fondamentale della mia musica, poi, è il viaggio: in ognuno dei pezzi c’è un elemento che vi rimanda. Il primo dei due brani inediti che eseguo durante i concerti, intitolato Skuon, rappresenta il viaggio di un ragno (Skuon è un paesello cambogiano dove c’è il più famoso mercato di ragni di tutto il mondo), dalla ragnatela alla preda. Il secondo nuovo pezzo, invece, si intitola Caminata (di Ralph Towner), e narra di una passeggiata nel bosco. Non serve andare lontani sempre, per viaggiare. Bastano pochi passi, o poche note.

IMG_1244_ph-ElenaPassoni

Photo Credits:
[1] Cristina Crippi
[2] [3] [4] Elena Passoni

Advertisements

Un pensiero riguardo “Roberto Zanisi: la mia musica annulla i confini

    […] La partenza prevede il gustosissimo antipasto costituito da un piccolo ed inedito set di Roberto Zanisi, accompagnato da Fabien Guyot alle percussioni. Del polistrumentista milanese e di quanto sia […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...