L’artigiano fa la lima ma è la lima che fa l’artigiano. Due parole con Flavio Giurato

Postato il Aggiornato il

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Intervista di E. Joshin Galani

Una grande accoglienza per il suo Ultimo album ”La scomparsa di Majorana”, uscito nel 2015 e pubblicato dopo 8 anni dal precedente. Flavio Giurato ha quattro album all’attivo in oltre trent’anni di carriera: Per futili motivi, Il Tuffatore, Marco Polo e Manuale del cantautore. Dischi con caratteristiche diverse, considerati piccoli gioielli, alcuni purtroppo introvabili. Un cantautore che ha mantenuto negli anni il suo pubblico di nicchia e incontrato il riconoscimento musicale anche nelle generazioni più giovani. Schivo ai clamori, alle grandi luci della ribalta, intelligente e geniale nelle sue composizioni.
In un momento sociale in cui è difficile soffermarsi sulle cose, ecco che esce un album che invece invita a fare esattamente l’opposto.
A ridosso della data milanese del 9 Aprile al Cicco Simonetta, abbiamo scambiato due chiacchiere con Flavio.

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E’ uscito nel 2015 il tuo ultimo album, che come gli altri è stato già definito di culto. Nel tuo concerto milanese estivo al Festival Miami ti sei autodefinito un artigiano, hai collaborato con il liutaio Piero Tievoli, e come tutte le finezze artigianali, il tuo lavoro richiede un’attenzione profonda, non si presta alla superficialità perché non ne contiene l’attitudine. Vuoi raccontarmi il tuo modo di procedere per confezionare un album così curato nella ricerca del suono?
Tutto parte dalla qualità intrinseca degli strumenti. Per Majorana sono state usate due Gibson acustiche, fatte quando ancora la fabbrica stava a Kalamazoo nel Michigan, una Telecaster del 61, una Rickenbacker John Lennon Limited Edition degli anni 80, un basso Rickenbacker degli anni 70, lo stesso che Paul McCartney usava in sala di registrazione, una acustica di liuteria esoterica Aegilium, e ho avuto il piacere di suonare una classica Aegilium per “Sidi Bel Abbès”, l’intro per chitarra sola del lavoro. La microfonatura di tutto quello che è acustico è stata quasi interamente Neumann in vari modelli, poi ci sono voluti Piero Tievoli e Andrea Cozzolino naturalmente.
Comunque l’artigiano fa la lima ma è la lima che fa l’artigiano, l’ho imparato da un accordatore di pianoforti.

Della scomparsa di Majorana si parla da decenni, credo che la curiosità di questa eclisse si sintonizzi con le tue corde, quelle che corrispondono col tuo bisogno di dettare tempi di comparse e scomparse discografiche, cos’altro ti ha affascinato?
Mi affascina la parte creativa che deve necessariamente essere presente nella ricerca scientifica e la possibilità che ogni nostra conquista sul terreno della conoscenza possa un giorno essere superata e ogni più nostra convinta credenza essere messa nuovamente in discussione.

La lunghezza dei tuoi brani si scosta dai tempi comuni di durata di una canzone. E’ come se richiedessero la giusta attenzione, un invito a non aver timore dello scorrere del tempo. Che rapporto hai col senso del tempo, il suo impiego?
Il tempo scandisce un ritmo e i ritmi sono importanti. Uso il tempo per quello che mi serve, senza farmi forzare da un obbligo.

“La Grande Distribuzione” è un brano irresistibile, drammatico, teatrale, paradossalmente visionario nel suo esprimere la realtà ed anche autoironico. E’ come se contenesse tutto, riprende anche una parte del testo de “La scomparsa di Majorana”. Qual è la giusta via per la felicità senza codice a barre?
La via giusta per la felicità senza codice a barre è sapersi staccare dal consumo, e per consumo intendo non solo quello della GD ma soprattutto il consumo di noi stessi.

“Italia Italia” suona come un requiem ipnotico, “I Cavalieri del Re” in maniera diversa, ha un magnetismo che sale d’intensità e si presta ad una serie di immagini evocate dalle parole. Ti senti un po’ regista anche delle tue frasi?
Sicuramente sì. Non riesco a staccare il suono e le parole dall’immagine… c’è sempre un campo da scegliere quando si racconta.

Cosa ti lega alla Sardegna per aver fatto un pezzo come “Tres Nuraghes”?
L’amicizia con Antonio Zedda che è il principale responsabile del mio ritorno a pubblicare, il titolo di un bel libro, l’acqua del mare che è medicata, il contatto con uno zoccolo duro di persone che mi vogliono bene.

Ti sei occupato in maniera totale di questo lavoro, hai curato la regia dei video, “La scomparsa di Majorana” e “La grande distribuzione”. Mi racconti del collage di immagini che hai scelto per rappresentarli?
Il lavoro di regia va preparato con dedizione. E dopo che si è pensato e preparato, si deve essere pronti a schiodare ogni convinzione e proposito a favore di un istinto che solo il momento del fare pratico può offrirti. Importantissimo è sapere lavorare la casualità e a riprese finite essere sempre capaci di resistere alla tentazione di innamorarsi del materiale. Fare il regista è un lavoro semplicissimo, gli unici requisiti necessari sono sapere leggere e scrivere.

Nei tuoi live sei accompagnato da ragazzi molto giovani, con i quali ti intendi a sguardi, c’è grande complicità, come hai scelto i musicisti per i live?
Una storia zen racconta di un ragazzo che mandato a comprare i cavalli era tornato con dei cavalli diversi da quelli indicati dal consiglio dei saggi che si era riunito per l’occasione. Biasimo e riprovazione generali, ma il vecchio capo del villaggio proclamò “Che avete da ridire? Non è anche così che si scelgono i cavalli?”. I ragazzi hanno come acquisite naturalmente cose di musica per cui io ho dovuto fare un grande sforzo per tanti anni per poterle maneggiare senza pensiero, come si deve fare e come loro fanno.

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Attualmente ai tuoi concerti sono presenti i fan storici ma anche i giovani. Non hai frasi nostalgiche stile “ai miei tempi” ma entri nell’istante e nella contemporaneità qualsiasi cosa tu faccia, anzi , sei stato anche precursore dei tempi.
Che effetto ti fa attraversare le generazioni attraverso il tuo pubblico?

Mi fa un effetto molto piacevole. Il lavoro artigianale passa attraverso le generazioni perché è fatto per durare, “Built to resist” come la roba Eastpak.

Negli ultimi anni la possibilità di auto prodursi o i music raiser hanno aumentato notevolmente le offerte musicali. Presti attenzione all’ascolto dei nuovi autori?
Il più possibile, ma non posso lavorare con la radio accesa.

Se dovessi titolare in ere la tua discografia, come le divideresti e chiameresti?
Era solitaria.
Era della pubblicazione analogica.
Era della pubblicazione digitale.

“Amore amore amore/ figliola non andare coi cantautori/ amore amore amore/ ché poi finisci nelle canzoni …” fa sorridere ancora adesso; sorridi anche tu pensando a brani del passato o le vivi come esperienze concluse?
L’esperienza conclusa resta in memoria e il file è apribile in qualsiasi momento.

Ti è caro il tema degli armonici ed il loro impiego con la musicoterapia. Hai seguito dei ragazzi nelle cliniche psichiatriche. Il riverbero di quest’esperienza lo troviamo in “In caso di cura”. Immagino un insegnamento reciproco. Cos’hai fatto esattamente con loro?
Li ho fatti scrivere e suonare musica che li faceva stare bene usando un pianoforte, due djembe senegalesi e principalmente i loro stessi corpi per fare risuonare gli armonici prodotti dalla sillabe mistiche orientali temperate dal sistema della notazione occidentale.
Una esperienza che non mi lascerà mai.

La tua passione per le arti visive, oltre che averti visto lavorare in tv per molti anni, e la regia ai tuoi video, hai il sogno nel cassetto di produrre un film spaghetti western, ci stai già lavorando? Vai al cinema?
Certo che ci sto lavorando, è uno spaghetti western atipico perché nel western all’italiana non ci sono mai gli indiani mentre nel mio i nativi americani sono bene presenti. Vado al cinema solo a vedere film belli perché vedere brutti film mi fa stare male.

Nel 2014 hai pubblicato il singolo “Dogma” realizzato con Fausto Rossi e Rosybindy. Com’è nata questa collaborazione? Ne prevedi altre?
No.

Perdona la domanda banale, ma non so resistere… 🙂
Sei riuscito a realizzare il tuo essere tuffatore che rinasce dall’acqua all’aria?
Ogni giorno più volte al giorno. Se ti stanchi di respirare, hai chiuso.

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