Miles Cooper Seaton – Phases in exile (Vaggimal records / Trovarobato, 2016)

Postato il Aggiornato il

755pm_Digifile 3 ante E (con 2 tasche esterne per inserimento cd

Articolo di Giovanni Carfì

“You can find me on all major corporate social media platforms,but I prefer direct communication”

Questo è ciò che un internauta comune si trova a leggere nel sito di Miles Cooper Seaton; una frase banale, ma significativa per poter capire la genesi di questo disco introspettivo, che nasce da grandi spazi, vissuti ed esplorati alla continua ricerca della giusta dimensione, che si scopre poi essere più piccola e intima del previsto…ma procediamo con ordine.
Miles Cooper Seaton, faccia tonda e barba lunga, cantante, compositore e polistrumentista, nasce a Porterville, una piccola realtà agraria in California. Si trasferisce poi a Seattle dove ha le sue prime esperienze musicali in alcune band di stampo punk/hardcore, con cui esprime la sua rabbia dietro ad un microfono. Nel 2002, arrivato a New York, si scontra in modo piacevole e curioso con un’ambiente musicale differente, si avvicina all’arte contemporanea, e insieme a Dana Janssen, Seth Olinsky e Ryan Vanderhoof, fonda gli Akron/Family, con i quali pubblica 7 dischi. Sperimenta, in qualità di cantante e bassista, suoni e generi in continua evoluzione, fino a quando nel 2013, in un periodo di pausa, decide di intraprendere un percorso musicale molto personale.
Phases in Exile è in realtà un contenitore di ambienti sonori; una stanza dove l’ascoltatore, invitato ad entrare, viene fatto sdraiare su un pavimento trasparente. Qui può percepire, senza pericoli o distrazioni, quella sensazione di spazio dilatato che si ha dinnanzi a grandi spettacoli della natura, in cui il vuoto ci restituisce una forte sensazione di presenza, coinvolgendoci su vari piani: fisico, psichico ed emozionale, in una fusione che vuole essere una panacea per le preoccupazioni quotidiane.
La porta si apre con “Out Here”, Miles in qualità di padrone di casa, ci accoglie recitando una poesia.
Un ingresso in cui siamo obbligati ad ascoltare una voce pacata, ma distaccata; ci parla dell’ambiente statico dove è cresciuto e del proprio padre.
La poesia si fa poi racconto con “Pacts with Beasts”; un respiro mattutino molto profondo, dove la voce ricorda quei canti sommessi, quel parlato quasi sacrale che non sfocia mai in qualcosa di volutamente melodico. Una chitarra elettrica processata apre delle finestre all’interno della stanza, da queste vediamo un “giovane Miles” perso in uno stato di limbo insieme ad altre persone con cui condivide i propri malesseri, lontano da tutti. Una sensazione di sicurezza precaria, che la maturità degli ultimi anni tende a predicare come un padre severo.
Le sonorità sono minimali, ma sufficienti per dilatare lo spazio e il tempo; la chitarra interviene su tappeti armonici che scivolano senza batterie, o percussioni che ne frammentano lo sviluppo, con note chiare e dirette.
L’alba si leva rapida, con “I amThat”, un forte riverbero illumina il cielo, con colori caldi su un orizzonte molto ampio. La luce entra nella stanza, la voce si fonde ad altre, si ha una sensazione di pulsazione, come il battito cardiaco a seguito di un’emozione.
In tutto il disco i suoni sono graduali, non c’è nulla di invasivo, tutt’al più sono incursioni rapide e misurate come planate di uccelli predatori, come lo sfogo vocale, ma contenuto, di “Little Prince”, dove il tema della rabbia e della sua gestione si contrappone al tema delle parole non dette.
I brani prendono ispirazione non solo da esperienze e consapevolezze personali, ma c’è spazio anche per influenze Zen e Cherokee, come nel brano “Persona (the killer)”, dove una intro dissonante e fastidiosa come la sveglia mattutina, ci presenta tutte le voci delle nostre personalità, in una coesistenza forzata, ma purificata sul finire dal “Killer”, che ne lascerà sopravvivere solo una, quella più reale.
Siamo rannicchiati sul pavimento, forse nudi o svuotati, c’è un piccolo cambio, introdotto da una pausa strumentale simile all’immersione della testa nell’acqua ghiacciata dopo una sbornia. Ora siamo dentro a ciò che vedevamo; “Nothing Lasts”, piccoli passi scanditi dalle note dell’onnipresente chitarra, tappeti con trame vocali nascoste e carte da gioco inserite nei raggi della bicicletta.
Le tracce si legano tra di loro, e con “Death and the Compass” abbiamo la sensazione di sinestesia descritta e voluta dall’autore; suoni abbaglianti , alle volte cinicamente inquietanti, accarezzano in modo diverso lo stato d’animo dell’ascoltatore, stuzzicando emozioni anche oscure.
Phase in Exile è un progetto a metà strada tra l’arte e la musica; a queste due, Miles deve e riconosce il potere di riuscire a portare l’ascoltatore a contatto con valori persi o soffocati, dove il potere commerciale che a tutto pone un prezzo e un’apprezzabilità facile, allontana da ciò che la musica e l’arte in genere si pongono di fare da sempre: regalare emozioni e accrescere la consapevolezza di noi e di ciò che ci circonda.
Miles ha viaggiato, si è spostato da Seattle a New York, ha attraversato il deserto con le sue albe e miraggi, ha vissuto in un capanno nello Yucatan, nutrendosi di libri e poesie Zen. Ha avuto tempo per riflettere, senza scadenze e orologi, alla ricerca di un posto più reale, fino a trovare questa meta nel nostro paese nell’estate del 2014. In un tour senza troppe pretese, scopre la genuinità delle piccole cose e delle persone che incontra cercando di farne tesoro, condividendo la sua musica, senza volerla vendere.
Lontano dal consumismo di massa figlio dello Zio Sam, partendo da spazi smisurati per i nostri canoni, scopre, percorrendo l’Italia, le differenze e le ricchezze che ogni regione, città e paese custodiscono. E ritrova, nel piccolo, la grandezza della realtà…

Tracklist:
01. Out there
02. Pact with beasts
03. I am that
04. It just does
05. Little prince
06. Persona (the killer)
07. Division
08. Nothing lasts
09. Death and the compass
10. Homes by the sea

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