Voci dal Pending Lips: intervista agli Edless

Postato il Aggiornato il

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Intervista di Luca Franceschini

Incontro gli Edless in un pub milanese in una piovosa sera di fine primavera. La band è quasi al completo, ci sono il cantante e chitarrista Fabio Bonvini, suo fratello Marco (bassista), il chitarrista Giorgio Pasculli e il batterista Niccolò Rocco. Manca all’appello solo “l’uomo del Synth” Leonardo Musumeci, ultimo entrato nel gruppo, quello che ha dato un grosso contributo a plasmarne il sound attuale. Con loro c’è anche Giulia Nutini, che è una sorta di sesto membro del gruppo, che segue le prove e disegna illustrazioni e animazioni per i loro video. Una parte non secondaria, quella visiva, nella proposta artistica degli Edless, come vedremo.
I cinque hanno appena vinto il Pending Lips e mai vittoria fu più meritata: la loro scrittura affascinante e straordinariamente consapevole per una band così giovane, il loro impatto live devastante e coinvolgente, sono riusciti a mettere d’accordo tutti, pubblico, giuria tecnica, giuria speciale.
Pochi giorni dopo, l’ascolto di “Belotus”, il loro ep d’esordio, ha confermato queste impressioni, regalandoci un gruppo che ha imparato la lezione di Radiohead e Talking Heads, aumentandone la sensibilità elettronica e arricchendola con qualche tocco di sperimentalismo in più.
Non una proposta facile, ma raramente un act così poco immediato ha saputo essere così convincente.
Così è venuto il momento di scambiare quattro chiacchiere con loro, per capire cosa li ha portati fin qui e che cosa li rende così bravi.
Abbiamo tutti appena visto i Radiohead dal vivo, io a Barcellona e loro a Lione. In più, quella sera a Milano suoneranno i Protomartyr ed è un concerto a cui nessuno di noi vuole mancare. Ci abbiamo quindi messo un po’ per ricordarci che avevamo un’intervista da portare avanti ma alla fine ce l’abbiamo fatta…

Partirei da questo episodio: al termine del vostro secondo live al Pending Lips, uno spettatore mi si è avvicinato e mi ha chiesto, probabilmente notando il mio entusiasmo: “Ma non è un po’ troppo facile fare questa cosa? Nel senso che basta schiacciare dei tasti ed escono fuori le note!”.
Giorgio: Giorgio: Beh, la prima cosa che mi è verrebbe da rispondergli è: “Falla tu, allora!” (risate generali NDA).

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Al di là dell’ingenuità, l’uscita in questione mi pare fotografi il particolare momento storico che stiamo vivendo: la stragrande maggioranza dei gruppi ormai utilizza l’elettronica all’interno della propria musica e per voi questo è evidentemente uno degli assi portanti attorno a cui ruotano le canzoni. Mi piacerebbe capire come siete arrivati a plasmare il vostro suono attuale.
Fabio: In realtà noi nasciamo come gruppo Grunge. Anche se non abbiamo vissuto personalmente questa musica, perché come età siamo ben oltre gli anni Novanta, però era quello che ci piaceva fare quando abbiamo iniziato a suonare. Solo successivamente è subentrata l’elettronica, ed è partita da un bisogno di sperimentare che avevamo. Volevamo confrontarci con qualcosa di più complesso, come poteva essere l’introduzione di un synth, di una drum machine o di altri elementi, tutti comunque suonati live e non con l’ausilio di sequenze registrate come in tanti oggi fanno. Quindi, il desiderio di inserire nella nostra musica tutti questi elementi, senza però rinunciare a quelle sonorità più rock, grunge della nostra primissima produzione. Che era fatta di molte cover ma anche di qualche pezzo originale che però adesso teniamo ben nascosto (ride NDA)! Da qui nasce poi l’idea di lavorare sulla voce, di inserire delay, riverberi, tutti comunque studiati prima, pensati in base al pezzo, alla sua struttura e all’arrangiamento che vogliamo dare.
Niccolò: Poi considera che noi quando scriviamo non ci focalizziamo molto sul genere che vogliamo esplorare, i nostri pezzi vanno in direzioni diverse: ci sono sempre l’elemento rock e l’elemento elettronico che si mescolano ma queste due componenti tendiamo sempre ad utilizzarle in maniera eterogenea.
Fabio: Anche perché poi le nostre influenze spaziano tantissimo, come credo quelle della maggior parte dei gruppi. Ascoltiamo tanta roba e finisce che assimiliamo tutto, mettiamo piccoli frammenti di quello che ascoltiamo nelle nostre canzoni e il tutto viene mescolato insieme. Poi a volte il risultato è interessante, altre volte meno ma è normale che sia così.
Marco: Proprio per questo desiderio di sperimentare, ad un certo punto abbiamo deciso di inserire un quinto elemento che è Leonardo Musumeci, che si occupa di synth e tastiere.

Che è arrivato quindi in che anno, esattamente?
Marco:
Noi ci conosciamo dal 2010. Abbiamo fatto due anni di grunge, per così dire, poi è arrivato Leonardo e ci siamo spostati verso questo “Alternative rock elettronico”, chiamiamolo così.
Giorgio: Per provare a rispondere a quella cosa del “E’ facile fare quella roba”…
Fabio: Mi sa che se l’è presa sul personale… (risate NDA)
Giorgio: No, però è vero che noi non abbiamo grandi assoli o elementi virtuosistici che colpiscono di più lo spettatore a livello superficiale. La nostra musica ha indubbiamente una complessità meno evidente ma tutto quello che facciamo, ogni singola nota, è frutto di un grande lavoro di preparazione, nulla è fatto a caso. C’è tutto uno studio dietro che non si vede e quindi magari rischia di passare in secondo piano ma è questo ciò che rende la musica così complessa…
Fabio: In realtà Giorgio parla così perché ha una pedaliera che è degna dei Dinosaur Jr (risate NDA)!
Giorgio: Vero! Infatti a furia di trasportarla mi sono stortato la schiena!
Niccolò: Oltre a tutta l’attrezzatura abbiamo pure chili di pedaliere… (risate NDA)
Giorgio: Poi c’è anche da sottolineare che noi suoniamo tutto col click e non è facile perché quando lavori con degli elementi che vanno avanti da soli, se per esempio Niccolò sbaglia un fill con la batteria, o riesce a rientrare o è finita! Sono cose su cui abbiamo lavorato tanto perché venendo noi dal rock, non avevamo dimestichezza con tutte queste cose…

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Però prima avete detto che suonate tutto dal vivo, anche le parti sintetizzate…
Giorgio: Qualunque nota tu senti, è suonata da noi direttamente sul palco. Poi ci sono degli arpeggiatori come del resto usano tutti, mentre l’unica cosa che abbiamo di preregistrato sono sequenze ritmiche. Non ci sono né seconde chitarre né cori mandati come base. Che poi non c’è nulla di male, eh! Sono semplicemente scelte diverse! C’è chi prima di andare in tour va in studio e registra tante parti che poi farà interagire con quello che suonerà dal vivo. Sono scelte diverse, appunto, noi non faremmo mai così, anche per una questione di costi!

Possiamo quindi dire, una volta per tutte, che è ora di smetterla con questa distinzione tra la musica suonata e quella elettronica?
Giorgio: Certamente! Nel 2016 poi! Capisco se fossimo ancora nel 1994, quando queste cose erano nuove e uno poteva avere il dubbio. Ormai però certe soluzioni sono all’ordine del giorno! Anche perché altrimenti, per coerenza, non bisognerebbe neppure utilizzare un pedale delay o un riverbero per la voce! Ma allora, in nome di questa purezza a tutti i costi, andiamo a suonare in strada con i bonghi e l’ukulele!
Niccolò: Nel nostro caso, comunque, il processo creativo è sempre molto intenso, laborioso. Finisce che ci mandiamo a quel paese piuttosto spesso, proprio per il modo in cui siamo tutti dentro alle cose.

Quante volte provate alla settimana?
Fabio: Una o due al massimo.

Non è tanto, si vede che le fate fruttare bene…
Giorgio: Infatti! Ma è proprio per questo che poi ci mandiamo a quel paese! Arriviamo anche fino alle due di notte per decidere i dettagli di un brano!
Fabio: Sì, il nostro processo creativo è sempre molto lungo e curato…

Sono rimasto decisamente impressionato dai vostri live. Prima ancora di conoscervi come gruppo, di aver sentito le vostre canzoni, è stata la dimensione live a conquistarmi in pieno! Avendo ora ascoltato parecchie volte l’ep, penso che voi abbiate fondamentalmente due doti: sapete scrivere belle canzoni (perché le canzoni ci sono, non siete come certe band che puntano molto sui suoni ma poi non riescono a scrivere pezzi all’altezza) ma allo stesso tempo dal vivo spaccate proprio! Avete un impatto, una potenza, una resa, una presenza scenica, che colpisce al primo colpo ed proprio da band navigata, non si direbbe possa appartenere ad un gruppo ancora così giovane…
Fabio: Beh, innanzitutto ti ringraziamo dei complimenti. Noi per natura siamo persone timide, riservate e anche sul palco ci sentiamo tali. Per cui, il fatto che tu ci dica che live abbiamo un bell’impatto ci fa enormemente piacere, perché vuol dire che questo risultato arriva dalla musica. Non abbiamo vestiti strani, scenografie, trovate particolari. Quando siamo sul palco lasciamo che sia solo la nostra musica a parlare. Sentire le tue parole ci dà quindi la conferma che questa è la strategia vincente.
Giorgio: Poi c’è anche il discorso che tra un pezzo e l’altro non parliamo mai, suoniamo le nostre canzoni una in fila all’altra e questo ogni tanto ci preoccupa perché temiamo che poi la gente ci dica che ce la tiriamo. Però in realtà per noi è proprio diverso: vediamo tanti gruppi che intrattengono tra un brano e l’altro, spiegano i testi, raccontano da dove viene il brano che stanno suonando… ecco, per noi queste cose sono superflue, appesantiscono il concerto.
Fabio: Diciamo che poi bisogna anche essere capaci, di intrattenere il pubblico, non tutti possono farlo! Poi c’è il discorso che, al di là del Pending Lips, alle band emergenti di solito viene dato poco tempo per suonare, per cui è inutile perdersi in chiacchiere, no? Abbiamo 40-45 minuti, a volte anche di meno, proponiamo la nostra musica senza aggiungere altro!

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Trovo che abbiate perfettamente ragione. Tra l’altro, l’ultimo giorno del Primavera ho visto Pj Harvey suonare per un’ora e mezza e non pronunciare neppure una singola parola, tranne alla fine, quando ha presentato i musicisti. È stata l’esperienza più comunicativa a cui abbia assistito, roba da pelle d’oca…
Fabio: Tutte le band che seguiamo, in fondo, fanno così: i Radiohead a Lione hanno solo detto “Bonne nuit” alla fine e anche il loro è stato un concerto incredibile…
Niccolò: Ma infatti, è giusto così, quello che è forzato non ci piace, ci comportiamo in questo modo perché ci viene naturale…

Poi è anche vero che oggi bisogna fare di tutto per attirare l’attenzione perché ci sono troppi stimoli, la gente fa fatica a rimanere attenta e quindi ad una band può magari venire la tentazione di utilizzare delle tecniche che c’entrano poco con la musica per riuscire a catturare il pubblico. Però poi una band come la vostra conferma la solita, vecchia verità: se sei bravo e hai dei bei pezzi, alla gente arrivi comunque…
Fabio: Certamente. O sei Alice Cooper, dove l’elemento scenico è funzionale alla musica proposta, oppure Gaber, col teatro canzone, altrimenti non ne vale la pena. Anche perché poi le persone si focalizzano su quegli elementi e la musica rimane per forza di cose in secondo piano.

Avete appena pubblicato un ep: come questo si inserisce nel vostro percorso artistico? Innanzitutto vedo che sempre più band scelgono questa soluzione e trovo che sia perché è più economica da realizzare ma è anche più funzionale ad impedire la dispersione dell’ascolto. Però volevo capire che spazio ha “Belotus” nel vostro percorso di ricerca: fotografa quello che siete adesso oppure è un’istantanea che lascerà presto il posto ad altre cose?
Fabio: le cose che hai detto sulla motivazione sono verissime. Si fa un ep innanzitutto perché si spera che contenendo solo tre, quattro, massimo sei pezzi, la gente abbia voglia di arrivare fino in fondo, cosa che con le band emergenti è sempre piuttosto difficile. La seconda cosa è indubbiamente il lato economico, perché registrare quattro canzoni costa meno che registrarne dieci.
Giorgio: Inoltre avevamo già registrato un pezzo, “Just Once”, per il quale avevamo anche realizzato un video. C’era dunque questo brano che girava e pensavamo che sarebbe stata una cosa utile dargli un contorno…
Niccolò: E anche per fissare un po’ i brani che avevamo in quel momento in repertorio, registrare quelli che ritenevamo essere i più rappresentativi del nostro sound.
Fabio: Ci sembrava importante fotografare l’interazione che abbiamo adesso tra rock e musica elettronica anche perché su “Aconite”, il nostro primo ep, ne aveva giusto qualche elemento ma era molto più incentrato sul rock…

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Scusate ma io su Soundcloud ho trovato anche un altro ep, con pezzi molto più brevi…
Fabio: Quello si chiama “I.AM.ED” ed è un lavoro strumentale che ha curato soprattutto Giorgio e si colloca subito dopo il primo…
Giorgio: E’ andata in questo modo: in supporto al video di “Just Once”, che è stato realizzato in stop motion, abbiamo realizzato tre piccoli cartoni animati da un minuto ciascuno che abbiamo poi sonorizzato. Se ne è occupata lei (indica Giulia, che è seduta di fianco)
Fabio: Diciamo che si è trattato di uno sfizio. Uno sfizio che ci ha richiesto molto tempo ma che è stato interessante perché ci ha permesso di costruire una piccola storia di tre episodi, con una voce narrante che tira in ballo (nome)
Giorgio: Sì, è un mio amico gallese a cui ho prodotto un ep molto bello (io sono anche fonico) e ci siamo presi la libertà di inserirlo nella storia.
Fabio: Per semplificare, “I.AM.ED” parla di questo personaggio immaginario che sarebbe un po’ il logo della band, quello che sembra un po’ un cane deforme, e che noi abbiamo utilizzato per incarnare i temi che trattiamo nelle nostre canzoni. Per cui se uno vede i tre episodi in successione, può capire, comprendere quali sono le tematiche di cui parliamo nei nostri testi. È una sorta di linea guida della band, dunque, che noi abbiamo voluto rendere in forma visiva.

Tornando quindi alla domanda di prima: si può dire che “Belotus” fotografa quello che siete adesso o c’è un passo che non è ancora stato documentato?
Fabio: lo fotografa ma nello stesso tempo siamo già oltre. Con la produzione inedita abbiamo fatto dei passi avanti perché siamo diventati ancora più elettronici, visto che adesso abbiamo anche i pad, ma stiamo anche sperimentando molto, soprattutto il ruolo del sax nei vari brani. Quindi fotografa fino ad un certo punto, direi.
Giorgio: Anche perché poi l’idea sarebbe, nel 2017, di uscire o con un ep più corposo o con un disco vero e proprio.

Farei un affondo sui testi, adesso. Non vi chiedo di spiegarmeli perché so che non funziona mai. Vorrei però chiedervi che ruolo hanno per voi, all’interno delle canzoni.
Fabio: Diciamo che sono importanti ma non in maniera eccessiva. Anche perché, essendo in inglese, spesso non arrivano, devi andare a casa e leggerli ma poi nel nostro caso neppure perché non li abbiamo pubblicati. Però è vero che è un inglese abbastanza semplice quindi se qualcuno riesce a cogliere qualcosa, si dovrebbe capire… Per quanto riguarda invece il processo di scrittura, nasce in maniera piuttosto casuale: quando scriviamo delle canzoni nuove ci canticchio sopra delle parole che a volte hanno senso in inglese e il più delle volte no, dopodiché, riascoltandolo a casa, cerco di mettere giù dei testi che abbiano delle tematiche più o meno definite. Anche se devo dire che è proprio l’aspetto a cui diamo meno importanza…
Niccolò: Concordo. Aggiungo che non sono un aspetto “di gruppo”, per così dire, nel senso che non ce ne occupiamo tutti, li scrive Fabio, è lui che ci lavora e noi non ce ne interessiamo mai.
Marco: Sappiamo che lui è capace e riponiamo in lui la massima fiducia…
Giorgio: Tanto è vero che molto spesso neanche sappiamo di che cosa parlano, i testi!
Fabio: Ho sempre voluto dei testi che “suonassero”, che avessero un valore fonetico. E questo va a discapito magari della chiarezza dei contenuti. Non ho mai avuto problemi ad inserire, nel mezzo di una canzone d’amore, una qualche frase più enigmatica, ma d’altronde non era quello che faceva già Michael Stipe, giusto?

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Ah beh, nei primi cinque dischi dei R.E.M. non si è mai capita una parola di quello che cantava!
Fabio: Comunque, per sintetizzare, diciamo che mi piace concentrarmi sul nesso luce/oscurità, sulla natura ambivalente delle cose. A volte questo contrasto viene fuori in modo più violento, a volte meno ma mi piace questo contrasto. Anche quando parlo d’amore…
Giorgio: Perché tutte le canzoni parlano d’amore, alla fin fine…

Ho una curiosità: mi dite da dove avete preso il sample parlato con cui si apre “What If”? Immagino sia un film ma non riesco a identificarlo…
Giorgio: E’ l’inizio della prima puntata di “Fargo”, la serie tv. È il momento in cui il personaggio interpretato da Martin Freeman uccide la moglie e chiama al telefono questo killer che era diventato un po’ il suo mentore e da qui innesca tutto quello che succederà nella storia.
Niccolò: Sì lui è un omuncolo, tutto sottomesso, un giorno conosce questo killer che lo influenza e dopo una lite uccide la moglie, che era una gran rompicoglioni, tra l’altro (ride NDA). Telefona quindi al killer e tutta la storia parte da qui, noi abbiamo inserito proprio il momento della telefonata. C’è un collegamento con la canzone, in realtà…
Fabio: Quando l’abbiamo scritta stavamo guardando la serie e avevo come screensaver questa immagine tratta da “Fargo”, con questi pesci che nuotano e il messaggio: “E se tu avessi ragione e loro avessero torto?”, che cruciale per comprendere la storia. Allora, siccome il testo di “What If” bene o male parla di questo, ci è venuto in mente di inserire quella scena in apertura.
Giorgio: Sì, perché il protagonista in cantina ha questa immagine con dei pesci rossi e uno blu che nuotano in un acquario e sotto c’è questa scritta…
Niccolò: Che è una sorta di proclamazione dell’essere alternative (Risate NDA)!

Parliamo del Pending Lips, che è anche il motivo per cui siamo qui. Perché avete deciso di partecipare e che cosa vi ha portato questa esperienza?
Marco: Abbiamo deciso di partecipare perché siamo stati contattati direttamente dagli organizzatori, che ci conoscevano e che ci hanno proposto la cosa, visto che c’erano ancora dei posti liberi. Non avevamo grossissime aspettative ma abbiamo pensato di accettare perché sarebbe stata comunque un’esperienza interessante, alla fine avremmo suonato dal vivo, che era quello che  più ci interessava.
Niccolò: E’ davvero un bel festival, privilegia la qualità di quelli che ci suonano e infatti abbiamo conosciuto tantissime band davvero brave, KRANG e Zebra soprattutto, e con alcune siamo rimasti amici e nei nostri concerti siamo riusciti sempre a colpire chi ci ascoltava, pubblico e giuria tecnica, quindi direi che siamo contenti!
Fabio: E poi abbiamo passato delle belle serate con i nostri amici, perché comunque anche il nostro seguito è stato importante…
Niccolò: E’ stato anche importante per noi farci vedere dalla giuria tecnica. Il grosso del pubblico è stato portato lì dalle varie band ma poi noi eravamo interessati al parere di quelli che lavorano nel settore.
Marco: E considerando che abbiamo preso il voto della giuria tecnica per tre volte di fila, direi che qualche cosa l’abbiamo comunicata…

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Da ultimo, mi piacerebbe parlare dell’aspetto grafico. Visto che abbiamo la fortuna di avere qui l’autrice dei cartoni animati di cui si parlava prima, oltre che della copertina di “Belotus”, vorrei chiedere un po’ cosa ci sta dietro, a tutto questo immaginario…
Giulia: Il progetto di “I.AM.ED” è nato in maniera piuttosto casuale. Una sera ero con loro a bere una birra e parlavano di quello che avrebbero voluto fare con questi pezzi. Ho suggerito loro alcune soluzioni e ci abbiamo lavorato sopra, ho partecipato a tante prove, ai concerti e ho cercato di tradurre in immagini quella che era la loro visione. Partendo poi dal fatto che io non sono una professionista, in realtà studio lettere… Mi piace molto disegnare e quando l’idea è stata di realizzare lo stop motion, mi sono messa lì a lavorare…
Giorgio: Sì, ma diamo qualche dato: sono 14 metri di disegni, 12 ore di fotografie.
Giulia: Sì, perché abbiamo realizzato uno sfondo fisso e poi via abbiamo inserito i personaggi, che si muovono grazie al fatto che vengono fotografati in posizioni diverse, di millimetro in millimetro e poi, scorrendole velocemente, si dà l’impressione del movimento. È una cosa che si fa durante il montaggio, alla fine erano circa tremila foto, non è stato semplice! Però è stato bello, anche perché io non l’ho mai fatto, non avevo un grande background però direi che ha funzionato bene, pur essendo un lavoro dove il più piccolo errore avrebbe fatto saltare tutto…
Niccolò: Diciamo che è stato un lavoro semplice. Il prossimo passo sarà un lungometraggio da due ore (risate NDA)!

Invece la copertina?
Giulia: La copertina è il frutto delle indicazioni che loro mi hanno dato. Io non ho grandi doti tecniche quindi mi spingo fin dove riesco, faccio vedere loro quello che ho realizzato, ci si confronta finché non si arriva ad un risultato definitivo.
Giorgio: Questa immagine vuole un po’ dare una rappresentazione simbolica delle tematiche trattate nella nostra musica. Il loto è un fiore che, secondo la leggenda, ha la caratteristica di autorigenerarsi, mentre il prefisso “Be” dà l’idea del dualismo di cui parlavamo prima.
Fabio: Sì, c’è questo pesce che emerge dall’acqua e che incombe su quella che è la purezza del loto, che si trova in superficie.
Giulia: Ecco, diciamo che io seguo sempre molto i testi, li leggo e cerco di farmi ispirare, quando poi ci sono più immagini che compaiono, cerco di scegliere su cosa focalizzarmi maggiormente.
Fabio: Quello che è poi interessante da dire è che nel live che faremo il 25 giugno alla Ribalta avremo a disposizione dei visual e quindi riusciremo a proiettare il video di “Just Once” mentre suoneremo la canzone. Sarà sicuramente una cosa molto bella perché per noi, come avrai potuto intuire, l’aspetto visivo è molto importante!

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Photo credits: Matteo Bonvini

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2 pensieri riguardo “Voci dal Pending Lips: intervista agli Edless

    Voci dal Pending Lips: intervista ai P-Flash « Off Topic ha detto:
    15 settembre 2016 alle 09:19

    […] alla finale e classificandosi secondi, subito dietro ai vincitori Edless (di cui vi abbiamo parlato qui). Un sound granitico,  brani immediati e ricchi di groove, unitamente a concerti esplosivi dove è […]

    […] e già questa era stata una garanzia. Ne ho parlato in lungo e in largo prima dell’estate, quando li ho intervistati in occasione della loro vittoria al Pending Lips, momento in cui hanno cominciato a farsi conoscere […]

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