Voci dal Pending Lips: intervista a Tales Of Unexpected – TOU

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Intervista di Luca Franceschini

I Tales Of Unexpected hanno un nome in inglese ma fanno musica in italiano, un rock che ricorda a tratti quello di grandi gruppi degli anni ’90 come Afterhours o Marlene Kuntz, ma che paga anche un fortissimo debito alla New Wave dei Diaframma e dei primissimi Litfiba. Una proposta non facile al primo ascolto ma senza dubbio originale e coraggiosa. “Sciame di Vanesse”, il loro disco d’esordio, è uscito quasi un anno fa, ha riscosso buoni consensi ed è stato il perfetto biglietto da visita per la partecipazione all’edizione 2016 del Pending Lips, dove sono arrivati fino alle semifinali. Ho raggiunto per telefono il chitarrista Giuseppe Mazzola per saperne di più su una realtà davvero speciale e molto difficile da inquadrare nella odierna scena indie rock italiana.

Direi di iniziare parlando un po’ di questo progetto, visto che so veramente pochissimo di voi, in realtà vi ho scoperto sentendovi suonare al Miami e solo dopo sono andato ad ascoltarmi il vostro disco…
Il nostro progetto è un po’ particolare. Parto dal nome così magari si capisce un po’ meglio: “Tales of Unexpected” (o TOU, se vogliamo utilizzare l’acronimo) è ispirato ad una raccolta di racconti di Roald Dahl, che hanno la caratteristica di avere tutti quanti un finale a sorpresa, inaspettato. Abbiamo scelto questo nome perché la direzione del progetto è votata verso l’utilizzo di generi ed influenze il più possibile diverse, all’interno però di un sound che fa capo all’alternative rock e all’indie. Dentro c’è di tutto, dal Prog, alla musica cantautorale, alla musica indie… ci sono dentro un po’ tutti i generi, insomma. E questo si sposa poi con il titolo del disco, “Sciame di Vanesse”: una vanessa è un tipo particolare di farfalla, caratterizzata dall’avere ciascuna un tipo particolare di colorazione delle ali, che quindi non sciamano mai. L’idea era quindi quello di creare, all’interno dell’album, uno sciame artificioso di vanesse, che vuole essere contemporaneamente un concept album e una playlist, proprio sull’onda del non avere un genere preciso, bensì un sound di riferimento. L’album è stato pensato come se avesse la durata temporale di un giorno: si parte dal mattino, poi il pomeriggio, poi c’è l’intermezzo, poi si arriva alla notte, ed ogni canzone ha un accostamento preciso ad un genere piuttosto che ad un altro. “15 ottobre”, ad esempio, è un pezzo funky, “La signora dei ragni” prende dalla musica cantautorale, “Sfumature di quarzo” flirta col New Progressive, e tutto vuole essere quindi, come ti dicevo, sia un album che una piccola playlist di pezzi che possono funzionare anche da soli.

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La cosa che ho trovato interessante, è che questo è un disco molto forte soprattutto come atmosfere. Nel senso che mi sembra un lavoro emotivamente carico, potente…
Certamente, anche perché per rappresentare l’idea di questo sciame di vanesse, dovevamo utilizzare atmosfere molto evocative, in modo che si riuscisse a comprendere l’ispirazione diversa di ogni pezzo.

Vorrei capire qualcosa in più dei testi. Li ho trovati molto affascinanti, poetici, in qualche modo accostabili ad una certa New Wave italiana (penso soprattutto ai primi Diaframma). In particolare, mi ha colpito molto “Intermezzo”, sin da quando ve l’ho sentita suonare dal vivo al Pending…
“Intermezzo” prende il nome da un genere letterario del Trecento: gli intermezzi erano delle piccole operette teatrali che avevano la particolarità di essere delle opere situate tra un atto e l’altro di un’opera più grande. Erano molto sfarzose ma poi non avevano degli aspetti contenutistici particolarmente approfonditi. Abbiamo dunque usato questo titolo come una specie di metafora che potesse in qualche modo descrivere la tematica del testo, che è una critica globale al modello economico sociale americano. C’è un riferimento alla pastorale americana, infatti, che è un po’ il simbolo di questo tipo di cultura. L’idea è quella di criticare questo tipo di società, che tende a standardizzare gli individui all’interno di ruoli prestabiliti, cosa che rende l’essere umano costretto, prigioniero di una veste che non gli appartiene veramente. Poi diciamo che il disco non è un concept, per cui ogni canzone affronta un argomento diverso.

L’altra canzone che mi ha molto incuriosito è “L’uomo dalle suole di vento”. È per caso tratta da un racconto? Il personaggio di cui cantate è davvero particolare…
In realtà quella è l’unica che non ha un riferimento letterario. È tratta da un episodio di vita reale, un poeta sardo che conoscemmo una volta in vacanza. Era un individuo stranissimo, che andava in giro a vendere le sue poesie a un euro e che si presentava come un barbone. Attaccava bottone con le persone che incontrava e ci ha recitato anche diverse sue poesie, infarcendole con teorie particolarmente curiose, come ad esempio il fatto che se una donna beve acqua frizzante suo figlio avrà gli occhi blu… tutte cose così, molto bizzarre, in effetti. Sulle prime ci ha divertito, però poi ci siamo messi a riflettere e ci siamo resi conto che questa figura è in qualche modo collegata al tema di “Intermezzo”. In effetti lui è un borderline, è un uomo che se ne va in giro, vende le sue poesie, fa i suoi discorsi strani ed è totalmente inclassificabile, perché non è un pazzo, non è un poeta, non è un barbone. È semplicemente un uomo che si aggira per i dintorni di Cagliari, totalmente estraneo a questo processo di omologazione dell’individuo nel quale alla fin fine cadiamo anche noi.

Un modo molto estremo per liberarsi dalla trappola del conformismo, insomma.
Certo! Quell’uomo ha vissuto tutta la sua vita così! Avrà ottant’anni, adesso. E ha vissuto sempre così!

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Mi è sembrato interessante il fatto che, pur avendo dei testi in italiano (tra l’altro neanche troppo immediati a livello linguistico) poi abbiate scelto un monicker inglese, anch’esso non particolarmente facile da memorizzare o da pronunciare. Non temete che ci possa essere una confusione di identità?
Ci sono due motivi per cui abbiamo scelto questo nome: innanzitutto se tu vuoi fare alternative rock come noi, ma non hai un punto di riferimento ben preciso, devi scegliere un nome che permetta di inquadrarti bene. Ora, noi abbiamo voluto fare testi in italiano, ma avere un nome inglese per ricollegarci a gruppi come gli Afterhours e a tutto quel movimento di rock indipendente italiano nei primi anni ’90. C’è però anche un altro motivo: tradotto in italiano, “Tales of Unexpected” suonerebbe “I racconti dell’inaspettato” e capirai che è proprio terribile come nome (ride NDA)!

Si può dunque dire che c’è stata una stagione del rock italiano che è stata irripetibile e che non tornerà più?
Assolutamente sì! Ma bisogna anche dire che il termine “indie rock” non vuol dire nulla perché, come sai, esso indicava originariamente solo l’essere indipendenti dalle grandi case discografiche, non c’è nessuna indicazione di una direzione sonora particolare. Poi però è successo che, per crearsi un mercato, molte band hanno dovuto unificare un po’ il loro sound per cui magari oggi, più di prima, ci sono gruppi che si assomigliano l’uno all’altro. Ma per noi, definirci “indie” è più un discorso concettuale che di sound nello specifico. Proprio perché è l’indie ad essere così, in realtà.

Anche se poi però, guardando voi, non mi viene molto da pensare all’indie che va oggi per la maggiore. Trovo che abbiate una serietà, una profondità che, anzi, potrebbe ricondurvi ai grandi gruppi rock degli anni ’90, quelli appunto che nominavamo prima…
Leggevo di recente un critico che parlava della situazione odierna della musica contemporanea e la descriveva come una grande massa centrale che è la musica delle major, quella che va in televisione e poi, tutt’attorno, un proliferare di piccole realtà come l’indie, il metal, il punk e così via. Tutte cose che, nella somma, fanno magari più pubblico della massa centrale ma che poi, a conti fatti, risultano molto distanti tra di loro. Quindi per forza di cose, sono realtà che faticano ad emergere, a crearsi un loro spazio.

Senti, che cosa ha rappresentato per voi la partecipazione al Pending Lips? Come giudicate questa esperienza?
Innanzitutto ci tengo a ringraziare pubblicamente Simone Castello e tutti gli organizzatori perché hanno messo in piedi un contest veramente molto bello. In particolare, per una band come la nostra, che non è ad un livello alto, avere a disposizione uno spazio professionale per fare concerti e non dovere quindi mettersi in competizione con progetti di cover band e simili, è una  grande cosa. Sai, oggigiorno se cerchi un posto dove andare a suonare e proponi un discorso artistico tuo, è veramente molto difficile perché ci sono tutte queste altre realtà che soffocano molto. Noi siamo tantissimi e dobbiamo confrontarci con una concorrenza che è davvero troppo forte da battere. Quindi, poter avere uno spazio come quello del Pending, dove poter fare pezzi inediti, è un’ottima cosa, dà a queste band uno spazio professionale e bellissimo come quello del Maglio e offre l’opportunità di farsi ascoltare da tante persone. Siamo in un momento in cui la musica in generale vende meno e, a maggior ragione, le band indipendenti faticano a trovare spazio, quindi organizzare una cosa così ogni anno, che di volta in volta cresce e richiama sempre più persone, è un’iniziativa davvero da lodare.

E poi, ne parlavo proprio settimana scorsa con gli Edless, il livello di chi partecipa è veramente alto…
Sono assolutamente d’accordo. Anzi, vorrei fare i complimenti agli Edless per la loro vittoria perché secondo me sono davvero una grande band! Il livello è altissimo, ma questo succede secondo me perché chi partecipa al Pending Lips lo fa soprattutto per avere uno spazio dove esprimersi. Ci sono tanti premi collaterali, non c’è solo la vittoria al contest vero e proprio per cui ha il grande pregio di presentarsi come spazio per chi ha un discorso artistico da proporre, con tutto ciò che ne deriva, non è solo un contest per vincere qualcosa.

A quasi un anno dall’uscita del disco, è tempo di fare un primo bilancio…
Guarda, noi abbiamo avuto una grandissima fortuna perché siamo riusciti a vendere molte copie del disco durante i primissimi concerti che abbiamo fatto e coi guadagni ottenuti ci siamo potuti permettere un ufficio stampa che per noi era assolutamente obbligatorio, dato che volevamo avere un feedback esaustivo da parte della critica. È vero che anche suonare in giro aiuta, da questo punto di vista, ma non tutti quelli che vengono a sentirti possono esprimere giudizi musicali consapevoli e anche i tuoi amici, difficilmente ti daranno dei pareri sinceri! In effetti, grazie alle recensioni ottenute, ci siamo resi conto di tutta una serie di punti che non vanno. Ad esempio, ci hanno segnalato che i pezzi in media sono troppo lunghi, i ritmi sono un po’ statici, non abbiamo una tastiera e questo ci penalizza, suoniamo senza basi e il tutto risulta meno pieno, cosa che non va bene se ti vuoi collocare in un certo tipo di mercato. Inoltre, i testi sono un po’ complicati, dovrebbero essere più immediati. Abbiamo dunque fatto tesoro di tutte queste critiche, abbiamo preso un tastierista e al momento stiamo riarrangiando tutti i vecchi brani e abbiamo iniziato a scrivere delle cose nuove, cercando di fare tesoro delle indicazioni ricevute…

Se posso permettermi, a parte l’osservazione sulla lunghezza dei pezzi, che personalmente condivido, sul resto non sono d’accordo. Voglio dire, in un periodo storico in cui tutti utilizzano le tastiere e le basi registrate, una scelta come la vostra suona anticonformista e contribuisce a crearvi una personalità precisa, soprattutto se, come nel vostro caso, i pezzi funzionano.
Sicuramente noi siamo vecchio stile, nel senso che prima si impara a suonare e poi si usano le basi, su questo siamo assolutamente d’accordo! Detto questo, non abbiamo nulla in contrario a mettere le basi, perché no? Se poi non funzionano siamo sempre in tempo a toglierle. E poi abbiamo ricevuto critiche più importanti, come ad esempio quella delle sezioni ritmiche più statiche o della struttura dei pezzi che è troppo legata a quella classica “strofa-ritornello-strofa-ritornello”. Stiamo quindi cercando di scrivere cose più elaborate, meno prevedibili e questo è indubbiamente molto interessante!

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