Paolo Benvegnù @ Parco Tittoni, Desio (MB) – 20 luglio 2016

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di  Simona Luchini e Andrea Caristo

Una volta terminato il concerto, Paolo Benvegnù si è intrattenuto con i fans come sempre ama fare. C’eravamo anche noi e ad un certo punto il discorso è caduto sulla sua musica (non è una cosa così frequente, credetemi, normalmente si parla d’altro) e sul concerto di quella sera.
Si parlava della scaletta, di come sia stato bello che alcune canzoni siano state ripescate e lui ha detto una cosa che mi ha stupito…

Sostanzialmente, il succo del discorso era che può cantare dal vivo solo quei brani che per lui significano ancora qualcosa, quei brani che riesce a contestualizzare e ad inserire nel particolare momento che sta vivendo. È così per “Nel silenzio”, che per molto tempo era stato accantonato e che adesso dice di aver compreso meglio ed inserito nel filo conduttore odierno, ma non è così per “Io e il mio amore”, che ha definito un’invettiva che ha funzionato per qualche mese e poi basta (e difatti era già sparita prima della fine del tour di “Hermann”).
Racconto questo perché per me ha rappresentato la chiave per comprendere questo mini tour in solitaria, che il cantautore milanese ha deciso di intraprendere prima di ritirarsi a registrare il nuovo disco (sempre stando a quello che ci ha detto, uscirà a gennaio).

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“Canzoni tristi all’interno di uno spettacolo comico”, questa più o meno la descrizione che lo stesso Benvegnù ne ha fatto appena salito sul palco.
La cornice è quella del parco Tittoni di Desio, un bel luogo nel cuore della Brianza, una villa storica fuori dalla quale è stato montato un palco che, ormai da diverse estati, allieta con un programma musicale decisamente interessante.
Paolo non gira mai da solo con la sua chitarra perché, come dice lui stesso, “non mi sento in grado di fare una cosa del genere, non ho mai pensato di essere abbastanza bravo”.
Invece questa volta dev’essere scattato qualcosa e la decisione è stata presa. La particolarità dell’iniziativa è la presenza di una cornice, che è comica nella migliore tradizione del suo autore (uno che è in grado di farti morire dal ridere subito prima di cantarti il pezzo più straziante che tu abbia mai sentito) e che è incentrata su un’astronave aliena che rapisce un terrestre (Benvegnù, ovviamente) e cerca di capirne il funzionamento della mente per poter decidere se il pianeta da cui proviene meriti o meno di essere invaso.
Strada facendo, si cerca di comprendere che cosa sia la poesia, alla quale l’uomo catturato sembra dare così importanza ma, giudicando che il terrestre in questione non possiede stimoli cerebrali a sufficienza, si decide di lasciarlo andare e di risparmiare il pianeta.
Lo spettacolo procede così, tra dialoghi surreali con voci preregistrate, spezzoni di documentari e altre amenità del genere, sottolineate dalla sempre esilarante mimica di Paolo e dalla sua ironia contagiosa.

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In mezzo, le canzoni e questa è sicuramente la parte più interessante.
Si parte con “I Am the Ocean”, in quella che è un’ottima evocazione del passato degli Scisma. Si prosegue immediatamente con un brano nuovo, ancora senza titolo, ma che il suo autore ci ha poi fatto sapere che costituirà la title track del disco.
Lo stile è il suo, con la solita ricerca melodica che lo contraddistingue, il ritornello cantato in inglese e una ritmica serrata, che qui viene resa mediante l’utilizzo di una drum machine (sarà anche questa l’unica occasione in cui verrà utilizzato un simile accorgimento).
Ora che non è supportato da una band, Benvegnù porta su di sé tutto il peso della performance, ma non sembra particolarmente in difficoltà. Sulla chitarra predilige il lavoro ritmico, soprattutto laddove deve evocare lo spessore sonoro e la velocità del pezzo. Quando si tratta di una ballata, preferisce invece arpeggiare e queste sono le occasioni in cui la fusione di chitarra e voce funziona meglio.
È l’interpretazione vocale, comunque, a colpire maggiormente: senza gli altri strumenti, essa risalta di più e non è mai stata così espressiva e profonda. Il risultato è davvero emozionante e valorizza in pieno tutti i brani che vengono proposti.
La scaletta è un viaggio attraverso le altezze sublimi, ma anche le depravazioni e i punti oscuri di un genere umano che è sempre stato osservato da lui con passione e curiosità.

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La bellezza struggente delle sue canzoni ha sempre espresso questa duplice natura e sembra dirci, anche stasera, soprattutto stasera che è così scarno e indifeso sul palco, che una possibile risposta a queste contraddizioni sta proprio nella bellezza che noi, come uomini, siamo in grado di produrre.
È sempre il solito tema: la musica è in grado di salvarci l’anima? No, ma di sicuro può aiutarci ad indicarci una via. Lo si vede in “Catherine”, crudo racconto di uno stupro ammantato però di una poesia che arriva dritta al cuore e riesce a fare male.
Poi c’è il graditissimo ripescaggio de “Il nemico”, un brano da troppo tempo assente dalle setlist, oppure “Suggestionabili”, più che mai attuale oggi, in tempi in cui ogni impulso che arriva dalla Rete viene recepito in maniera istintiva, senza che il senso critico intervenga a farci domandare che cosa stiamo davvero guardando.
“Simmetrie” è sempre il solito meraviglioso brano d’amore proveniente dal repertorio degli Scisma, sembra giocare con un altro tipo di verità, quella che il cuore riconosce e che non può permettersi di lasciar andare.
Stessa cosa per “Nel silenzio”, che per il sottoscritto rimane una delle più belle canzoni d’amore degli ultimi vent’anni, l’affermazione che c’è un modo di amare che non coincide per forza di cose con il possesso dell’altro.
Da “Hermann”, quello che per molti versi è il suo capolavoro, questa volta non viene suonato molto, ma “Andromeda Maria” e “Love is Talking” sono due tasselli fondamentali, due brani per certi versi speculari, che mostrano due facce diverse, eppure indissolubilmente legate dell’essere umano: la capacità di adorare e quella di distruggere.

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In uno show così teso, dove gli intermezzi comici che costituiscono la storia non riescono a mitigare lo struggimento evocato dai vari brani, un classico come “Cerchi nell’acqua”, come sempre cantato in coro da tutto il pubblico, arriva come una sorta di liberazione. Esattamente come la conclusiva “Troppo poco intelligente”, ultimo estratto dal repertorio degli Scisma, da tempo non veniva eseguita ed è stata riproposta come ironica sottolineatura del finale dello spettacolo: “Ringrazio Dio che mi ha fatto troppo poco intelligente”, canta Paolo nel ritornello, e questo è anche il motivo per cui gli alieni, alla fine, ritengono che non valga la pena di invadere la terra.
Alla fine, forse, il messaggio è proprio qui: c’è una ricchezza, nel cuore di chi fa arte, che non può essere veramente compresa da chi cerca di definirla secondo categorie misurabili e questa ricchezza è proprio quel capitale che probabilmente alla fine riuscirà a salvarci tutti.
Il tema fantascientifico è stato non a caso al centro di questo spettacolo: il prossimo disco, come abbiamo appreso chiacchierando alla fine, sarà l’ideale conclusione della trilogia iniziata con “Hermann” e proseguita con “Earth Hotel”. Un titolo ancora non c’è, ma sarà incentrato sul tentativo da parte dell’umanità di trovare una nuova patria tra le stelle, per uscire da quell’abisso di peccato nel quale inevitabilmente precipita.
Un tentativo che Ray Bradbury aveva già mostrato nel suo “Cronache marziane” e che era allora tragicamente fallito.
Chissà, magari questa volta il finale potrebbe essere diverso. Non ci resta che attendere gennaio. Fiduciosi che da uno come lui verrà fuori un altro disco imprescindibile.

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Photo Credits:
[1-5] Simona Luchini
[6-10] Andrea Caristo
Il “live painter” all’opera nella foto 6 è Andrea Spinelli. Il risultato finale del suo lavoro è questo:

Paolo Benvegnu 72 dpi credit

 

 

 

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Un pensiero riguardo “Paolo Benvegnù @ Parco Tittoni, Desio (MB) – 20 luglio 2016

    […] dipinto è stato pubblicato su Off Topic nel relativo live report dedicato […]

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