Verdena @ Parco Tittoni, Desio (Mb) – 9 settembre 2016

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di  Andrea Caristo

Quella di Desio, nella sempre suggestiva cornice di Parco Tittoni, è una data importante per i Verdena. Dopo quasi un anno e mezzo in giro per l’Italia, con anche qualche puntatina in Europa, il tour di “Endkadenz” è giunto alla conclusione.

Per l’occasione, i bergamaschi hanno deciso di suonare sei concerti speciali, nel quale avrebbero proposto unicamente brani da questo disco (dischi, visto che si tratta di un monstre diviso in due capitoli da un’ora ciascuno).

Una scelta forse audace, che avrebbe magari tenuto lontano i fan, pensavo. Rispetto a “Wow” che, pur poco accessibile, conteneva sonorità più pop e sixties ed era meno lungo e quindi più fruibile, pur essendo anch’esso un doppio album, questo “Endkadenz” è stata una scommessa azzardata: due ore di musica (sebbene le due parti siano state rese disponibili a sei mesi di distanza l’una dall’altra), brani molto contorti, melodicamente tortuosi, impegnativi, un suono eccessivamente distorto (specie nel primo cd), la quasi totale assenza di pezzi brevi e lineari. Si è parlato di eccessivo tecnicismo, di guardare troppo il proprio ombelico, si è detto che a furia di stare chiusi nel loro studio/pollaio su nel bergamasco, i nostri si fossero fatti rapire dall’autismo compositivo e che avessero dato alle stampe un lavoro concepito per loro stessi, che nessuno avrebbe davvero potuto apprezzare.

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Può darsi. A me personalmente, entrambe le parti sono piaciute molto (più la prima che la seconda), le ho viste come la testimonianza di un gruppo dal talento enorme, certamente dotato di una buona dose di follia, ma che oggi è in grado di fare cose che in Italia gli altri non possono neppure sognare.

E comunque, il primo punto a sfavore dei detrattori è il pubblico presente: il posto è decisamente gremito e se consideriamo che la band è passata dalle nostre parti almeno tre, quattro volte in un anno e mezzo e che questa sera i classici non ci sarebbero stati, c’è davvero di che rimanere ammirati.

In apertura Giorgieness, monicker dietro al quale si nasconde il nuovo progetto di Georgie D’Eraclea, appena inaugurato con il disco “La giusta distanza”. La ragazza è dotata di una buona voce e lo show, grazie ad una band affiatata e grintosa, risulta potente e grezzo come si usava negli anni Novanta. Zero effetti, chitarre distorte, basso e batteria, alla ricerca di un impatto sonoro che è all’origine stessa del concetto di rock. C’è un’urgenza comunicativa, nelle sue canzoni, che non può non essere notata e che infatti il pubblico recepisce benissimo, a giudicare dagli applausi e dalle grida di entusiasmo tra un pezzo e l’altro (alcuni poi li cantavano, segno che la sua proposta è più conosciuta di quello che si potrebbe pensare). Purtroppo, almeno per quanto riguarda le mie impressioni al primo ascolto, le canzoni non sempre ci sono. Alcune hanno un buon potenziale, altre paiono perdersi un po’ via tra rallentamenti e vocalizzi superflui. Dovrei sentire il disco, però. Così su due piedi, dal vivo sembra che l’impatto della performance abbia avuto la meglio sull’effettiva qualità della proposta.

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I Verdena salgono sul palco alle 22.00 precise, senza convenevoli come fanno loro e attaccano immediatamente con “Ho una fissa”. Volumi altissimi e distorsioni sature come ormai in tutto questo tour, la voce di Alberto molto effettata, il solito, bravissimo ed indispensabile Giuseppe Chiara ad occuparsi della seconda chitarra, delle tastiere e dei campionamenti, il modo migliore per rimediare dal vivo a tutta quella ricchezza di sound che i nostri hanno messo nel disco e che altrimenti si perderebbe per strada.

Luci basse come sempre, almeno nei primi pezzi, l’impatto è sempre devastante e quando attaccano “Derek” si scatena un pogo furibondo, esteso a buona parte dell’area antistante al palco.

Ecco, diciamo che qui cade il secondo tabù di una serata del genere: il pubblico è venuto e i pezzi nuovi li canta tutti, dal primo all’ultimo. È passato un bel po’ di tempo anche dall’uscita della seconda parte, i brani sono stati assimilati ed evidentemente sono piaciuti. Ci sarà pure chi è rimasto scontento ma di sicuro non è qui stasera: stasera ogni brano è accolto con un boato e tutti vengono cantati e seguiti dai presenti, anche quelli più ostici. È la riprova che i Verdena possono ormai permettersi quello che vogliono e che la decisione di imporre al pubblico le proprie scelte è quella che ogni grande gruppo dovrebbe seguire.

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Per il resto, che cosa si potrebbe scrivere che non sia ancora stato scritto? Direi nulla. Questa sera il concerto è un po’ più corto di quello della scorsa primavera al Fabrique ma è anche giusto, visto che non stiamo parlando di brani leggeri. In effetti, il risultato complessivo è particolare: “Endkadenz” è un monolite cupo e avvolgente, quasi mai liberatorio, sempre ripiegato su se stesso e ascoltarne i brani in successione, anche se in ordine sparso, crea un effetto allucinato e a volte disturbante.

Occorre pazienza, bisogna concentrarsi di più, ma il risultato è bellissimo. A conti fatti, è forse il più bel concerto dei Verdena tra quelli visti in questo tour.

Difficile citare singoli brani. Si può dire che la prima parte è stata più suonata della prima e che un brano come “Inno del perdersi” è stato per me un highlight assoluto, per la tensione e la forza dell’interpretazione vocale. Oppure la piacevole incursione semi acustica di “Nevischio”, arrivata come acqua nel deserto, dopo tanta oscurità.

La seconda parte funziona altrettanto bene ma è indubbio che sia complessivamente più dispersiva della prima. I pezzi scelti però fanno la loro figura, soprattutto “Dymo”, con il suo intreccio di piano e basso, atmosfera quasi sospesa che però scatena lo stesso il pogo del pubblico (scena quasi surreale, ma evidentemente c’era tanta voglia di divertirsi).

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Oppure le due parti di “Fuoco amico”, una bordata di energia senza compromessi, quasi stoner la prima, al limite dello sludge la seconda.

O ancora, il singolo “Colle immane”, una cavalcata inarrestabile col pulsare ossessivo della batteria elettronica.

La band è quindi in palla in maniera assoluta, Alberto è come al solito ripiegato su se stesso, comunica con la musica più che con le parole, sorride poco e tiene costantemente gli occhi su quello che sta facendo e questa sera, tra l’altro, funziona tutto perfettamente, sia la voce che la chitarra. Luca è il solito metronomo inarrestabile, non lo noti se non ti concentri su di lui ma se i brani hanno questo impatto è gran parte merito suo. Roberta è quella alla quale è lasciato l’onere di comunicare col pubblico, è quella che ringrazia tra un pezzo e l’altro ed è quella in generale più comunicativa, sorride spesso e scambia sguardi divertiti con Giuseppe, segno che se la stanno godendo un mondo. Divertente il siparietto nel finale, con lei che si deve sgolare per pronunciare i ringraziamenti di rito di fine tour, visto che Alberto, che è seduto alla tastiera con la chitarra in braccio, continua a giocare coi feedback coprendo letteralmente la sua voce.

Il finale è all’insegna dei brani del primo disco: una meravigliosa “Puzzle”, per chi scrive il più riuscito dell’intero album, una “Un po’ esageri” distorta e veloce fino all’eccesso, durante la quale il pubblico dà fondo alle ultime energie.

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Si conclude con “Funeralus”, claustrofobica ed eterea allo stesso tempo, durante la quale, finalmente, ci viene offerta la performance del famoso “Endkadenz”, il colpo di tamburo con cui il suonatore rompe la pelle e finisce all’interno dello strumento, bizzarra conclusione di spettacolo ideata dal compositore tedesco-argentino Mauricio Kagel, che i tre hanno messo al centro del titolo e dell’artwork del disco.

Non li rivedremo per molto tempo, immagino. Adesso si ritireranno nel loro celebre Henhouse Studio, suoneranno, registreranno, sperimenteranno. Il tutto fino a quando non avranno un altro disco da farci ascoltare. Ci vorranno ancora quattro anni, probabilmente, forse addirittura cinque. Ed è inutile fare previsioni su come sarà: i Verdena sono folli e imprevedibili e se non fossero così non ci piacerebbero certo così tanto.

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