Voci dal Pending Lips: intervista ai P-Flash

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Intervista di Luca Franceschini

Agosto è impietoso, si sa, e tutto quello che non riesce ad essere completato prima del suo arrivo, è destinato ad essere inesorabilmente rimandato a settembre. Lo dico più o meno a mo di scusa, perché questa intervista ai P-Flash, originariamente svoltasi il 13 luglio, ci ha messo davvero troppo a vedere la luce. Colpa del sottoscritto, ovviamente, e colpa anche un po’ di quello che per me sarebbe un mese da cancellare dal calendario…

Ma torniamo a noi che è meglio. I P-Flash vengono da Domodossola, esattamente come i Charlie’s Stripe, di cui ci siamo occupati precedentemente e come gli Hobos, tra le cui fila c’è quel Marco Cassone tanto importante nel plasmare il sound di queste band. Qualcosa si sta muovendo, dicevamo, in quest’angolo d’Italia dimenticato da tutti.

I P-Flash sono un gruppo strano: tre ragazze (Greta Bragoni: voce, Emily Manoni: batteria, Roberta Brighi: basso), un ragazzo (Pietro Minacci: chitarra) e a vederli sul palco sembrano davvero affiatatissimi. Il loro è un rock incendiario, degno figlio di un’epoca in cui si suonava ancora con le chitarre a palla e “spaccare” era ancora un verbo associato alla performance musicale.

Li ho scoperti al Pending Lips, dove hanno raccolto consensi a non finire, approdando alla finale e classificandosi secondi, subito dietro ai vincitori Edless (di cui vi abbiamo parlato qui). Un sound granitico,  brani immediati e ricchi di groove, unitamente a concerti esplosivi dove è davvero difficile stare fermi, potrebbero farli arrivare piuttosto lontano. Per il momento hanno pubblicato un ep di cinque pezzi ,“Stripes” (uscito quest’anno per Leopard Records) che costituisce un ottimo biglietto da visita in attesa di ulteriori lavori.

Li ho incontrati al gran completo al Carroponte di Sesto San Giovanni: c’era in programma il concerto dei Counting Crows, ma poi ha piovuto forte per dieci minuti e si sa, la struttura che hanno in dotazione non regge ad eventi catastrofici del genere… ragion per cui, con lo show ormai annullato e una temperatura che si avvicinava pericolosamente ai dieci gradi, ci siamo seduti ad un tavolo sotto al tendone gastronomico ed abbiamo fatto la chiacchierata che potete leggere qui.

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Di voi mi hanno colpito soprattutto le canzoni, l’energia che avete dal vivo e poi anche il fatto che siete un gruppo piacevolmente anni ’90: al giorno d’oggi non è così facile trovare una formazione che “suona”, se capite cosa intendo… 
Emily: sono felice che tu abbia detto questa cosa! In tanti ci dicono che abbiamo un sound molto anni ’90 e che suoniamo davvero. Anche se magari non è più una cosa che va di moda, dalle nostre parti è ancora molto diffuso, ci sono tanti ragazzi che suonano e sinceramente spero non sparisca mai…
Roberta: abbiamo questa formazione un po’ insolita, con tre ragazze e un ragazzo, a cui però cerchiamo di non dare troppo peso, mettiamola così. Lui scrive i pezzi e noi li mettiamo insieme. Partiamo dalle sue idee cercando di non prefissarci un genere definito, può essere pop, io posso essere più Hard rock… si lavora assieme e i pezzi man mano si costruiscono.
Pietro: Cosa posso dire che non sia già stato detto? Greta è più brava, dai (risate NDA)!
Greta: abbiamo cercato da subito di fare pezzi nostri, facendo però fatica. Poi c’è stato un momento in cui evidentemente tutti sentivamo l’esigenza di comporre, un momento di ispirazione comune per cui praticamente ad ogni prova saltava fuori un pezzo nuovo.  Dopo, ascoltandoli, abbiamo capito che tipo di direzione stavamo prendendo e  che ci stavamo distaccando dal genere che facevamo nelle cover: quelle erano maggiormente impostate sull’hard blues, i nostri brani invece suonano più grunge, più anni ’90 insomma…

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Siete un gruppo che cura molto l’immagine, a partire dall’abbigliamento con cui vi presentate sul palco. C’è un legame con il vostro nome, immagino…
Roberta: di per sé il nome del gruppo è nato alla fine. Ci siamo scervellati per trovare un nome decente ma non veniva fuori nulla. Poi una sera, in un locale famoso delle nostre parti, Pietro non c’era, eravamo lì a ridere e scherzare, era una situazione un po’…
Pietro: Ah, io non c’ero, non ho mai capito che cosa sia successo (risate NDA)!
Roberta: abbiamo iniziato a pensare che la parola “Flash” sta bene con tutto e quindi avremmo dovuto utilizzarla. A quel punto un amico ci ha detto: “Perché non vi chiamate Porno Flash?”. A noi è piaciuto subito molto, però ci sembrava un po’ eccessivo e quindi abbiamo deciso di ridurlo a P. Flash. In seguito, la scelta del look è nata col titolo dell’ep: chiamandolo “Stripes”, abbiamo pensato che sarebbe stata una bella idea riprodurre lo stesso motivo con le magliette, così abbiamo deciso di vestirci con delle magliette a strisce… Il significato di questo look, adesso te lo spiega Greta…
Greta: Ci piacevano le magliette a righe, quindi… (Risate NDA)
Pietro: Sì, erano in saldo al Terranova! (Risate NDA)
Greta: E poi volendo, c’è una correlazione con ciascun pezzo. Inizialmente, guardando le strisce viene in mente la musica, lo spartito, le scale… Poi sai, pensando alla mia esperienza con la musica, in tutte le scelte che ho dovuto fare, c’è sempre stato qualcuno che mi consigliava di rimanere da una parte, e chi dall’altra. Però tante volte ti viene da pensare che forse ci sarebbe anche una terza scelta: così abbiamo deciso di mettere le labbra rosse. Da ultimo, l’Ossola è bella però a volte ci sembra di essere un po’ rinchiusi, quindi le strisce possono in qualche modo anche evocare le sbarre di una prigione…

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Hai citato l’Ossola, appunto. La cosa che colpisce è che venite da una zona periferica, anche poco pubblicizzata, che in pochi conoscono, anche chi non abita poi così lontano. Eppure, ti guardi intorno e scopri che c’è una realtà molto attiva fatta di gruppi, di locali. È strano perché in Italia le cose di solito nascono nelle grandi città… 
Roberta: è che non è ancora arrivata la televisione, per cui qualcosa bisogna pure fare… (Risate NDA) A parte gli scherzi, è vero che c’è tanta gente che suona, che c’è una tradizione molto radicata, sicuramente a partire dalle bande, che nelle valli sono molto attive. Ci sono  moltissimi musicisti, da qui è nata l’etichetta e numerose associazioni per sostenere e valorizzare questa realtà. La Leopard Records, che si appoggia al locale La Loggia del Leopardo, molto conosciuto nella nostra zona, nasce proprio come una sorta di patto che le varie band hanno fatto, di aiutarsi a vicenda con contatti, date, ecc. Per il resto poi si vive bene, anche se siamo molto isolati, bisogna spostarsi per andare da qualunque parte. Ci sono tante band, non ci sono molti posti in cui suonare, quindi può capitare che ci si pesti un po’ i piedi. Anche se per quanto è possibile, si cerca di evitarlo, comunque…
Greta: Io penso che proprio perché non è una grande città, sia diventata un po’ una sorta di palestra. Noi non abbiamo le cose a portata di mano, come può accadere per chi vive a Milano, per cui per primi i nostri insegnanti si sono sbattuti per creare e consolidare queste realtà di cui adesso facciamo parte anche noi, che siamo la seconda generazione…
Emily: Siamo la nuova Seattle, insomma! (Risate NDA)

In effetti voi siete tutti musicisti molto preparati, sul palco si vede che sapete suonare, non solo assieme, ma anche singolarmente. Questo è particolare, se si pensa ad una certa concezione odierna del rock, per cui basta che sai strimpellare qualcosa e le canzoni si creano quasi da sole… 
Roberta: Per noi è stato fondamentale questo aspetto del suonare, anche perché a Domodossola ci sono ben due scuole di musica e noi ci siamo incontrati all’interno di una di esse. Quindi suonavamo già insieme prima di essere una band, cosa che ci ha portato ad affiatarci più facilmente.
Greta: io ho iniziato a 15 anni, ho sempre avuto il sogno di vivere di musica e quindi sto continuando a lavorare per migliorarmi. Penso che non ci siano generi che non abbiano bisogno di studio, poi che tu sia con un insegnante o da solo, l’impegno ce lo devi mettere. La musica è anche arte, ovvio che la tecnica non è tutto, ci devi mettere anche il cuore, però se la tua testa vuole fare una cosa e la tua mano non ci riesce, alla fine per forza divieni frustrato.

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Quanto lavorate sulle esibizioni live? 
Pietro: Mah, di solito facciamo una prova alla settimana, che però qualche volta salta. Quando ci sono occasioni importanti proviamo di più,  ma la base è quella, una volta alla settimana, non più di un’ora e mezza o due.

Le fate fruttare bene, mi pare… 
Greta: ognuno di noi ha un sacco di impegni, non riusciamo a trovarci di più. Diciamo che un po’ cerchiamo di prepararci molto a casa, un po’ stiamo vivendo anche di rendita perché l’anno scorso provavamo molto di più e quindi probabilmente il suono si era già creato.

Come nascono i vostri pezzi? Quando ritenete che un’idea di Pietro possa essere interessante al punto da lavorarci su?
Pietro: a me piace proprio la fase di scrittura, è un aspetto della musica che mi affascina tantissimo. A casa ho un sacco di pezzi pronti o abbozzati, le idee mi vengono in continuazione però poi non sono tante quelle che sono completate. Per dire, su cinque pezzi può darsi che ne completi due, se va bene, non è un processo così immediato. Poi le mie idee vengono sempre vagliate da loro…
Roberta: La bozza rimane la sua ma ci lavoriamo tutti assieme, non rimaniamo per forza aderenti allo schema originale, ci lavoriamo finché non esce qualcosa che soddisfi tutti…

E per quanto riguarda i testi? 
Greta: li sempre scritti io, anche se in alcuni pezzi dell’ep Pietro aveva già un testo abbozzato. Poi ogni tanto capita che io senta l’esigenza di dire qualcosa e allora ci scrivo sopra un testo, oppure ho qualche cosa da parte e per le idee che sono uscite trovo che possa andare bene… il più delle volte, però, capita che mentre proviamo un pezzo, improvviso delle linee vocali con suoni o parole che in seguito diventano dei testi. Diciamo che inizialmente ho un blocco, non riesco  a scrivere niente, poi improvvisamente viene fuori tutto d’un fiato. Ma va a periodi, comunque.

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E’ venuto il momento di parlare del Pending Lips: come avete deciso di partecipare e che cosa vi ha portato questa esperienza? 
Roberta: il Pending Lips lo abbiamo conosciuto tramite i rumors. Io suono anche assieme ad altra gente che mi aveva proposto di partecipare a questo concorso. Abbiamo quindi deciso di provarci e da lì è partito tutto. Devo dire che, guardando il risultato finale, ci siamo molto sorpresi di essere andati così bene. Non so, leggendo i nomi di chi aveva partecipato alle precedenti edizioni, ci eravamo detti che forse la nostra proposta era un po’ troppo rock and roll (ride NDA)… invece è andata bene e abbiamo riscosso molti pareri positivi, siamo davvero contenti!

Secondo voi è davvero possibile arrivare alla gente, suonando in contesti del genere? Ve lo chiedo perché il Pending, pur essendo un ottimo contesto in cui esibirsi, è anche molto complicato, non è facile trovare un pubblico disposto ad ascoltare attentamente il set di una band…
Greta: Senza contare la finale, perché lì c’erano un sacco di amici e quindi il casino che c’è stato quando abbiamo suonato è dipeso da loro. Nelle altre due serate mi è sembrato che ci sia stata un’ottima risposta sia da parte della giuria,  sia da parte del pubblico e dato che non conoscevamo nessuno, questa risposta è stata sincera. Sono situazioni utili, quelle dei contest, perché sei davanti a gente che ti valuta quindi, al di là dell’agitazione, è un’ottima occasione per mettersi alla prova. Un musicista ha sempre quell’ego per cui vuole attirare la gente, vuole che la gente lo guardi, metterti in una situazione così, dove vieni valutato, ti costringe a dare il meglio,trovo che siano esperienze da cui si può imparare davvero molto. Per adesso abbiamo sempre suonato davanti agli amici e questo per certi versi è più semplice. Qui invece eravamo da soli, nessuno ci conosceva e questo ci ha spronato a dare il meglio di noi stessi. Al di là di tutto, mi sembra sia andata bene, comunque.
Roberta: Ma poi è anche molto stimolante. Al di là del fatto che la gente possa essere presa o meno da quello che fai, perché è chiaro che non a tutti puoi piacere, è bello portare il tuo progetto, la tua musica, davanti a gente che non ha la minima idea di quello che stai andando a fare. Quindi, da una parte sei molto agitato, però dall’altra sei anche molto più carico, hai la voglia di proporti e questo si sente molto. La gente lo percepisce se il gruppo che ha davanti ha voglia di comunicare qualcosa, oppure vuole solo passare la serata o guadagnare i soldi (quando ci sono!). Secondo me fa anche questo, in una band: che abbia voglia di farsi conoscere e creda veramente in quello che fa!

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Domanda banale, forse, ma è una mia curiosità: mi dite il disco che vi ha cambiato la vita?
Roberta: Domanda difficile…
Emily: In realtà è una cosa che non ci hanno mai chiesto…

Così su due piedi, perché se dovete pensarci troppo non vale…
Emily: Ok, allora così a bruciapelo ti direi “Dirt” degli Alice In Chains
Roberta: Non saprei, davvero. Io ascolto di tutto e non è così facile…
Emily: Il primo che ti viene in mente (risate NDA)!
Roberta: Beh, per quello che sto studiando adesso, che è prevalentemente Jazz, direi “Jasmine”, il disco di Keith Jarrett e Charlie Haden, però è proprio un’altra roba rispetto a quello che facciamo noi! Altrimenti non saprei, mi piacciono molto i System of a Down e gruppi di questo tipo, sono stati loro che mi hanno fatto venire voglia di imparare a suonare il basso…
Pietro: Il disco che mi ha fatto appassionare alla musica, facendomi venire voglia di prendere in mano la chitarra è stato sicuramente “Harvest” di Neil Young. Lo metteva sempre mio padre quando eravamo in macchina. Quello, e anche il doppio live “Weld/Arc”, mi hanno influenzato molto.
Greta: Ho iniziato a cantare sin da piccola, stando a  mia madre, però la prima artista che mi ha fatto proprio decidere di iniziare a farlo seriamente è stata Anastacia: quando avevo quattro, cinque anni cantavo sempre e solo lei! Poi i miei cuginetti mi hanno fatto conoscere i System of a Down e da allora ho deciso che avrei voluto cantare in una band. Un’altra cantante che ha completamente cambiato il mio mondo musicale, e me l’hanno fatta conoscere loro (indica gli altri membri della band NDA) è stata Juliette Lewis, dei Juliette and The Licks. Qui mi ricollego al discorso che facevamo prima: bravura o non bravura, ha proprio qualcosa in più, ti trascina, ti viene voglia di essere sul palco con lei. È la stessa cosa che vorrei essere capace di trasmettere anch’io, in futuro.  E’ proprio la mia cantante preferita, in effetti…

Per finire, è obbligatorio chiedervelo: progetti futuri?
Greta: Inizialmente avevamo in mente di pubblicare un album, più o meno attorno all’inverno. Poi, però, dopo il Pending Lips dovrebbero essere nate alcune collaborazioni. Il consiglio che ci davano era quello di aspettare con il disco vero e proprio e di pubblicare magari prima dei singoli. Ad ogni modo stiamo scrivendo pezzi nuovi e a breve dovremmo uscire con qualcosa…

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Photo Credits:
[1] Eleonora Perretta
[2] Andrea Loseggio
[3] Paolo Pozzi
[4] [5] Lorenzo Antonietti
[6] [7] [8] Valentina Moretti

 

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