The Tallest Man on Earth @ Fabrique, Milano – 16 settembre 2016

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di  Francesca Di Vaio

Terzo passaggio in Italia nell’arco di uno stesso anno solare per Kristian Matsson, alias The Tallest Man on Earth. Il segno, al di là della gioia che più che giustamente i fans possono provare, che ormai coi dischi che non vendono più e quant’altro, inanellare un tour dietro l’altro, rimane l’unica chance che gli artisti hanno per potere sbarcare il lunario. Anche a rischio di vedersi inflazionati pesantemente.

Non è questo il caso del piccolo (di statura!) svedese perché anzi, ultimamente le sue quotazioni si sono alzate e, specialmente tra i giovanissimi, la popolarità sta crescendo notevolmente, aiutato anche dallo sdoganamento di massa del cosiddetto “Indie Folk”. Ok, lui da un certo punto di vista non rientra in quest’etichetta, ma non vi  è nemmeno così estraneo, dopo tutto.

Il concerto, inizialmente previsto al teatro Parenti nell’ambito della rassegna Linecheck, è stato poi spostato nel più capiente Fabrique, vista la quantità di biglietti venduti. Alla fine il locale risulterà piuttosto imballato, anche se il sold out registrato durante gli ultimi due passaggi nel capoluogo lombardo questa volta non ci sarà.

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In apertura c’è Tarantula Waltz, nome del progetto personale di Markus Svenssons, anche lui svedese, amico di Matsson che infatti lo ha voluto fortemente in tour con lui. “È uno dei miei migliori amici e quando sei sempre in giro a suonare non è facile mantenere rapporti veri – ha detto poco prima di dedicargli la nuova “Time of the Blue” – per cui sono contento che abbia accettato di venire in giro con me”.

Il suo è un sound acustico, molto più folk e minimale rispetto a quello dell’headliner. Canzoni ben strutturate e con belle melodie, una prova vocale più che convincente per un artista che ha già un discreto background alle proprie spalle e, se andrà avanti così, non potrà che crescere ulteriormente.

Menzione speciale per aver interrotto a metà una canzone e rimproverato un tecnico che, dietro di lui, parlava al cellulare. Ovazione da parte della folla, quegli stessi che, pochi minuti dopo, non riusciranno a resistere alla tentazione di estrarre i propri telefoni e riprendere quel che accadeva sul palco. Una mania da cui non ci libereremo più, anche se questa sera, ad onor del vero, sarà meglio di altre volte.

Resta il fatto che qualcosa sia irrimediabilmente mutato, nel nostro modo di stare di fronte alla realtà. Non è questa la sede in cui parlarne, ma è da prendere sul serio, se vogliamo veramente continuare a fruire della musica dal vivo anche nel prossimo futuro.

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Si comincia con “East Virginia”, brano di Joan Baez che in questo tour è stato sempre scelto per aprire. Contrariamente agli ultimi passaggi, quando si era presentato con una band ad accompagnarlo, questa volta The Tallest Man è da solo sul palco. È quello che ha sempre fatto sin dall’inizio della sua carriera ed è una scelta che si rivela felice. Con la band era apparso un po’ ingessato, certi arrangiamenti non avevano convinto e, sarà anche per la minore qualità dei brani di “Dark Bird is Home” rispetto a quelli del vecchio repertorio, l’impressione non era stata del tutto favorevole.

D’altronde è quella acustica, in solitaria, la dimensione migliore delle sue canzoni: il modo che ha di suonare la chitarra, quel suo arpeggiare ricco che va a riempire il suono come se in scena ci fossero due o tre musicisti, la sua vocalità per nulla sussurrata, unitamente a dei brani sempre dinamici e fruibili già dal primo ascolto, danno al suo show un grado di coinvolgimento che non ti aspetteresti, in uno spettacolo di questo tipo.

È poi sempre bello vederlo aggirarsi per il palco e pestare sulla chitarra come se fosse un’elettrica, muoversi su e giù trasportato dalla sua stessa musica, semplicemente incapace di stare fermo.

Cambia chitarra ad ogni canzone, passando dall’elettrica all’acustica con grande disinvoltura, a seconda dell’intenzione che vuole dare ai singoli brani.

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Blandisce il pubblico dicendo di aver portato “la sua chitarra più silenziosa” per eseguire certi pezzi, perché sa che gli Italiani sono capaci di ascoltare.

È vero? Lo era forse una decina di anni fa: adesso la mania di essere protagonisti a tutti i costi ha reso molti rumorosi e maleducati, di continuo avanti e indietro a prendere da bere, intenti a farsi foto sotto al palco per testimoniare chissà quale presenzialismo. Rimane comunque un dato: la maggior parte era in silenzio e attenta. Segno che comunque la bravura, il talento, sono ancora in grado di fungere da catalizzatori.

Divertente anche la scenetta che utilizza per introdurre “Rivers”, il brano pubblicato pochi giorni fa e che ne testimonia il ritorno a livelli di scrittura finalmente di prima qualità. Racconta che il giorno prima un vicino di casa lo ha chiamato per avvisarlo che nella sua abitazione nella campagna svedese c’erano movimenti sospetti di gente che sembrava volersi introdurre all’interno. Chiamata la polizia, si è scoperto che questi misteriosi intrusi erano in realtà fans italiani che evidentemente ignoravano il fatto che fosse in tour. Vera o non vera che fosse questa storia, lui la usa per avvisare i presenti che “sono un tipo molto amichevole, ma se volete venire a casa mia, avvisatemi almeno!”. E’ evidente quanto il tutto sia funzionale ad introdurre il brano, che parla delle gioie di vivere in pace, isolato dal mondo.

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Il resto del set è una piacevole selezione del suo repertorio, dalle cose più note come “Love is All”, “The Gardener”, “King of Spain”, “The Wild Hunt” (che nel precedente tour era stata proposta full band mentre qui arriva in una versione particolarmente delicata e soffusa) a quelle che non sempre si sentono in un suo concerto, come “The Sparrow and the Medicine” e “On Every Page”.

Libero da doveri promozionali (è ormai passato un anno dall’uscita dell’ultimo disco) i brani di “Dark Bird is Home” occupano meno spazio e ridotto così agli episodi migliori (vedi “Fields of Our Home” o “Darkness of the Dream”) riusciamo ad apprezzarlo meglio.

Menzione particolare per la title track, suonata per ultima, subito prima dei bis. Un brano duro, struggente, ispirato dal recente divorzio, che questa sera appare leggermente più luminoso, come se il tempo trascorso lo avesse in qualche modo trasformato, facendolo apparire meno carico dei fantasmi che l’hanno ispirato (non a caso, a febbraio Kristian zittì alcune persone che chiacchieravano sotto al palco mentre questa volta, nonostante il cicaleccio che si levava da più parti, ha proceduto come se niente fosse).

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Nel finale, nonostante l’assenza di un brano importante come “The Dreamer”, arriva una chicca come “There’s No Leaving Now”, delicatamente arpeggiata e tra i momenti più emozionanti del concerto. Poi, l’ultimo atto è affidato a quella che lui considera “la più bella canzone del mondo, anche perché l’ha scritta Jackson Browne”. La sua versione di “These Days” è talmente personalizzata che potrebbe averla composta lui, ma non è detto che sia per forza un merito: in effetti più volte, durante l’ora e mezza del set, si è avuta l’impressione che certe soluzioni musicali, se ripetute troppo spesso, rischino di risultare stancanti.

È una considerazione che potrebbe fare comodo in vista del prossimo disco, anche se i due pezzi appena usciti mostrano un ritorno di freschezza che sull’ultimo lavoro era mancato.

Dopo averlo visto in lungo e in largo in questo 2016, adesso sarebbe bene prendere una bella pausa di riflessione da Kristian Matsson, in modo da poterlo ritrovare più in forma al prossimo giro. Rimane comunque che dal vivo vale sempre la pena di essere visto…

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Grazie a concertionline.com per la preziosa collaborazione.

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