Lisa Hannigan – At swim (Play it again Sam, 2016)

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Articolo di Luca Franceschini.

Una decina di giorni fa sono stato a Gallarate, nello spazio antistante al celebre Carù dischi, per vedere Lisa Hannigan esibirsi in un breve showcase. Era stata tutto il giorno a Milano, per il giro promozionale di rito (confortante che ci siano ancora etichette che pagano perché l’artista vada in giro fisicamente ad incontrare i giornalisti, forse qualche piccola entrata la musica la continua a garantire, dopotutto) e non è mancata questa piccola esibizione dal vivo, organizzata da quello che è uno degli ultimi luoghi fisici in Italia dove ancora poter comprare musica.

È arrivata in sordina, ha salutato i presenti con uno sguardo timido e sereno, e si è messa a giocare per qualche minuto con un cane, scambiando nel mentre qualche parola con i padroni, come se fosse una passante qualsiasi.
Poi ha imbracciato la chitarra e si è messa a cantare: cinque pezzi dal nuovo disco “At Swim”, due dal precedente “Passenger”, ringraziamenti e timidi sorrisi tra una canzone e l’altra, poi tutti a casa. O meglio, lei dovrebbe andare a casa, visto che ha un aereo di lì a poco, ma nonostante la sua addetta stampa provi ogni tanto a richiamarla al dovere, lei sembra curarsene poco, intenta com’è a firmare autografi, fare foto e chiacchierare con i fan in paziente attesa.

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Ecco, Lisa Hannigan è una così. È un’artista di enorme spessore, dal carisma invidiabile: quando imbraccia la chitarra, in una situazione non proprio ottimale per uno show, all’aperto, poco amplificata, con le macchine che passano poco distanti, riesce ad incantare lo stesso tutti. Basta che apra la bocca e quel che si produce è molto di più della somma dei suoni di una voce e di una chitarra.
Eppure, nello stesso tempo, è umile in un modo che non ti aspetti. “Down To Earth”, direbbero gli inglesi: l’atteggiamento di chi è consapevole che il proprio talento è un dono, che riuscire a trasformarlo in una professione è un dono altrettanto grande, e che è quindi grata per tutto quello che ha ricevuto.
Quando incontri un’artista così, capisci che ha qualcosa di diverso, c’è poco da fare. Me la ricordo ancora qualche anno fa, quando aprì il concerto milanese di Glen Hansard, duettò con lui durante i bis e poi si mise comodamente al banchetto del merchandising, autografando dischi e chiacchierando amabilmente con chiunque lo desiderasse. E aveva già quell’aria innocente e divertita propria di chi se la sta godendo un mondo ma non pensa neanche per un istante che sia una cosa dovuta.
Oggi questa giovane donna pubblica il suo terzo disco da solista e se è vero che il terzo disco è quello più difficile nella carriera di un artista, possiamo dichiarare senza problemi che ha superato brillantemente la prova.

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A 35 anni d’età, col sodalizio umano e professionale con Damien Rice che ha giocato un ruolo fondamentale nella presa di coscienza delle proprie capacità, due lavori realizzati in totale libertà e svariate collaborazioni nel mezzo, la cantante irlandese ormai trapiantata a Londra, ha realizzato qualcosa che riesce a fotografare perfettamente il punto del cammino a cui è arrivata, un punto che è già straordinariamente buono.
Prodotto da Aaron Dessner dei The National, forse uno dei musicisti più talentuosi dell’epoca contemporanea, “At Swim” è un disco che è perfetto già a partire dai suoni. È caldo, avvolgente, con la voce perfettamente amalgamata dentro gli strumenti, col pianoforte e la chitarra acustica a farla da padrone ma anche con qualche sottilissimo e quasi invisibile pattern elettronico, quasi una concessione al gusto imperante, e che è maggiormente evidente nella conclusiva “Barton”.
Se l’opener “Fall” è puro folk con il suo incedere chitarristico, un’interpretazione vocale in punta di piedi, e un testo costruito attorno a metafore dal sapore epico, c’è anche molto altro man mano che si procede nell’ascolto.
Certo, tracce come “Snow” e “Lo” sono un ideale ponte col passato della cantautrice, anche se ne accentuano pesantemente l’aspetto malinconico, complice testi di non facile interpretazione ma che sembrano ruotare attorno ad un amore finito, coi frammenti molto difficili da rimettere insieme.

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Altrove, è il pop d’autore a dominare ed è un magnifico pop d’autore, che raggiunge livelli di scrittura difficilmente pensabili, anche per chi avesse già apprezzato i suoi precedenti lavori.
“Prayer for the Dying”, “Undertow”, “We, the Drowned”, toccano vertici inimmaginabili di pathos, sono elegie delicate dove la sofferenza si sposa con la poesia e ne esce in qualche modo alleggerita, purificata.
Poi c’è “Funeral Suit”, dove questa narrativa dei sentimenti raggiunge il suo apice ed è forse il momento in cui la Hannigan ci fa capire con più forza quel che è in grado di fare.
Chiude “Barton”, con la sua elettronica discreta e il suo ritornello che ci dice “Rotto com’è, è comunque amore”, quasi la conferma di un processo di gestazione sofferto e di un disco che a quanto ci è dato di capire (i testi non sono facili, senza un’esplicita chiave interpretativa), flirta con l’affogare e con il rimanere a galla, in un continuo districarsi tra il dolore e la redenzione.
A cinque anni di distanza da “Passenger”, un ritorno più maturo, più consapevole e più bello che mai. Se dicessimo che è una delle più grandi artiste europee oggi in circolazione, non diremmo certo una bestialità.
Inutile dire che il concerto del 30 ottobre a Milano sarà imperdibile…

Tracklist:
01. Fall
02. Prayer For The Dying
03. Snow
04. Lo
05. Undertow
06. Ora
07. We, The Drowned
08. Anahorish
09. Tender
10. Funeral Suit
11. Barton

Photo credits: Roberto Bianchi

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Un pensiero riguardo “Lisa Hannigan – At swim (Play it again Sam, 2016)

    […] “At Swim”, il terzo disco di Lisa Hannigan, è uscito ad agosto e si potrebbe forse candidare tra i più belli di quest’anno. Sono lontani i tempi in cui la ragazza irlandese duettava con Damien Rice e scopriva lentamente il suo talento, acquisendo un’identità che ha poi saputo modellare piano piano, affrancandosi dal suo mentore e lavorando sulle sue canzoni. Un legame artistico che è poi diventato anche affettivo, è finito, ha lasciato le sue cicatrici, che hanno richiesto il dovuto tempo per essere rimarginate. Lei nel frattempo è andata avanti. Ha registrato un disco bellissimo e fresco come “Passenger”, portando il cantautorato irlandese a livelli che così alti si erano visti raramente. È stata in tour da sola, poi ha affiancato Glen Hansard nei concerti a supporto di “Rythm and Repose”, quindi è stata colta da un blocco creativo piuttosto serio, dal quale l’ha salvata il talento multiforme di Aaron Dessner, una delle anime musicali dei The National, che le ha prodotto le nuove canzoni e l’ha trasportata verso una nuova fase del suo percorso. […]

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