Hollis Brown e Jama Trio @ Spazio Teatro 89 – Milano, 4 Novembre 2016

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Live report di Roberto Bianchi immagini sonore di Andrea Furlan

Alle porte di Milano, zona Baggio, da dieci anni esiste un auditorium dedicato all’intrattenimento e alla cultura: spettacoli teatrali, eventi, mostre e concerti arricchiscono le proposte che Spazio Teatro 89 offre ogni stagione. Il Teatro ha 280 posti a sedere, un palco molto funzionale, un degno impianto luci e un’ottima acustica. In questa splendida location, la sera del quattro novembre, ho potuto seguire un doppio concerto, che ha visto impegnati i Jama Trio e gli Hollis Brown.

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I Jama Trio sono italiani, arrivano da Castano Primo, cantano in inglese e propongono un vitale folk rock con venature country, soul e rhythm & blues. Di loro ho già scritto in occasione dell’ultimo valido album Out Of This World (leggi qui la recensione), uscito lo scorso aprile, e li ho sentiti suonare in piccoli club.

Sul palco dello Spazio Teatro 89 i Jama Trio hanno fatto “Poker”, oltre a Gianmario “Jama” Ferrario, Massimo Allevi e Francesco Croci abbiamo avuto il piacere di ascoltare la bellissima voce e la chitarra acustica di Elisabetta Abisso. Il gruppo è in costante ascesa, i suoni sono sempre più precisi e la coinvolgente voce di Jama è arricchita dalle sovrapposizioni di Ely, oltre che dai validi background dei fidati colleghi. È una serata magica e le canzoni scorrono con grande fluidità, sostenute dalla giusta energia. Lo show propone una carrellata di brani che ci permettono di apprezzare la versatilità e le capacità compositive di Jama. Non ci sono cali di tensione, il pubblico apprezza e tributa con meritati applausi. Tra i brani ascoltati segnalo la splendida Strenght, che racchiude sonorità care a Van Morrison, l’avvolgente And The Sailor Goes To Sea, la cover Fur Coat Blues degli Jamestow Revival e A New Morning, che ha permesso a Elisabetta Abisso di esprimere notevoli qualità vocali. Un’ottima apertura!

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Qualche minuto per sistemare strumenti e cavi ed ecco gli Hollis Brown sul palco.

Sono di New York, il loro nome deriva da un brano di Bob Dylan e sono capitanati da Mike Montali, autore dei brani, ottima voce solista e chitarra ritmica. Al suo fianco il fidato Jonathan Bonilla (chitarra solista), Andrew Zehnal (batteria), Adam Bock (tastiere e voce) e la “new entry” Brian Courage (basso).

Arrivano in Europa dopo un lungo e acclamato tour americano che gli ha permesso di condividere il palcoscenico con i Counting Crows e Citizen Cope. Dallo scorso quindici ottobre suonano in pratica tutti i giorni: Gran Bretagna, Olanda, Germania, Belgio, sei date lungo la nostra penisola e poi verso Svezia e Norvegia fino a metà novembre.

In attività dal 2009 hanno pubblicato quattro Cd e un recente EP in vinile, selezionato per il Record Store Day 2016. Nei lavori di studio ho apprezzato la varietà di suoni e la qualità delle loro canzoni, ma dal vivo danno il meglio, sono una forza della natura. Mike ha poco più di trent’anni, ma ricalca le scene da veterano, Jonathan suona la slide con grande disinvoltura e tecnica sopraffina, Adam riesce a tessere tappeti sonori di grande sostegno e rara precisione, la ritmica è sapientemente sostenuta da Andrew e Brain, che non vanno mai sopra le righe, ma lasciano il segno.

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Mi permetto di definirli una Classic Rock’n’Roll Band, che propone un valido assortimento di suoni ereditati dai favolosi anni 70. Non a caso la set list tributa l’indimenticabile Sweet Jane dei Velvet Underground e la trascinante Green River dei Creedence, ma le canzoni degli Hollis Brown riescono a dare un seguito alle radici classiche: si veleggia in mare aperto solcando ballate melodiche, rock trascinanti, blues, soul & funky di stoniana memoria, armonie beatlesiane e richiami ai più attuali Jayhawks, Blue Rodeo e i già citati Counting Crows. C’è anche un momento Beat, con la splendida Rain Dance, nata intorno ad una traccia ritmica inedita di Bo Diddley, fedelmente mantenuta nella registrazione di studio pubblicata nell’album 3 Shots del 2015.

Gli Hollis Brown ci hanno regalato due ore abbondanti di emozioni. Un live d’altri tempi, che ti lascia senza respiro, che avvalora la teoria della relatività perché i 120 minuti sono durati un attimo.

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Mi sono lasciato trasportare nello spazio infinito dalle dolci note di Cathedral, dall’evocativa John Wayne, che cresce a dismisura e dà spazio ai taglienti suoni chitarristici dell’ottimo Jonhatan Bonilla, dalle note pianistiche di Sandy, dalla rockeggiante Sweet Tooth, con Cesare Carugi ospite aggiunto alla chitarra e da Wait For Me Virginia, che ricorda il miglior Neil Young.
Ogni brano meriterebbe una citazione, consiglio solo di acquistare i loro dischi e ascoltarli dal vivo alla prima occasione. Sono in gamba, e faranno molta strada!

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