Soviet Soviet – Quattro chiacchiere e una bellezza senza fine

Postato il Aggiornato il

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Intervista di Giovanni Tamburino
Immagini sonore di Valentina Brosolo [scattate al Serraglio, Milano, il 18 novembre 2016]

Il Serraglio sta iniziando a riempirsi, mentre il cantante degli Edless accarezza il muro del suono prima delicatamente, poi sempre in maniera più decisa, accompagnato da distorsioni di tutti i tipi.
Valentina sta facendo un paio di scatti di prova, quando ci viene a chiamare Marta per avvisarci che i Soviet Soviet sono liberi per fare quattro chiacchiere.

Davanti al banchetto del merchandise troviamo Andrea Giometti, bassista e cantante, e Alessandro Costantini, chitarrista. Appena ci vedono si staccano dal gruppo con cui stanno chiacchierando e ci guidano al backstage, dove Alessandro Ferri, il batterista, sta per i fatti suoi a scrivere. Magari lo lasciamo in pace.
Ci sediamo su un divano, mentre sento che i Royal Bravada sul palco iniziano a farsi valere.

Soviet Soviet! Siete all’uscita del vostro secondo album: da cosa è nato e cosa raccontate in Endless?
AG – Dal punto di vista testuale – scrivo io i testi da un po’ di tempo a questa parte – è molto personale, perché, come spesso accade, sono abituato a raccontare quello che in quel periodo è la mia vita, quello che mi accade attorno, eccetera. In quel periodo c’è stata la mancanza di una persona, quindi è un raccontare, uno sfogo mio personale. Adesso che sta uscendo, mi trovo fuori tema perché è una cosa vecchia, di più di un anno fa. Era fine gennaio 2015 quando abbiamo iniziato a scrivere l’album nuovo.
Dal punto di vista musicale è una maturazione dei Soviet – di gruppo, di noi tre – a livello di arrangiamento, di ricerca e sperimentazione di suoni che fino a Fate (2013) non avevamo fatto.
AC – È nato un po’ ovunque. È un album che è nato sia durante le prove, in stanzino, soprattutto durante i sound-check pre-live, un po’ alla volta.

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Quali pensate siano i punti “saldi” nel vostro modo di far musica e quali invece sono stati i punti di svolta da “Fate” nel suono, nei testi?
La prima caratteristica è il fare spontaneamente quello che a un ipotetico sound-check, o in sala prove, viene fuori da ognuno di noi tre. Solo ed esclusivamente ciò che piace a noi tre, senza stare a vedere se sia un genere piuttosto che un altro. Poi è normale che tu sia influenzato da quello che ascolti, quello che ti piace al momento. Puoi essere affascinato da conoscenze e aperture che hai fatto con gruppi più grandi di te, però assolutissimamente tutto spontaneo. Questa è la caratteristica che dal primo EP del 2009 sempre ci accompagnerà.
AC – Forse prima di “Fate” nasceva un pezzo e subito lo registravamo. Quasi non ti rendi conto di quello che stai facendo. Senti che ti piace, che ti sfoghi, che è una tua valvola di sfogo. Con Fate, invece: «è uscita questa cosa, magari la analizzi di più»- e con Endless pure. «Perché è uscito così? Si può fare in quest’altra maniera? Proviamo a far così».
È un po’ più ragionato. Nasce sempre da un impulso istintivo, ma poi diventa più ragionato.
AG – Prima – vuoi per esperienza, vuoi per meno anni di ognuno di noi – prendevi più il pezzo come veniva, grezzo o non grezzo. È un ragionamento in senso positivo.

Magari il rischio è di puntare troppo sull’immediatezza e lasciare da parte quello che potrebbe essere un aiuto per far arrivare quello che volete raccontare con le vostre canzoni?
AC – Non tanto quello. Proprio il gusto di avere la consapevolezza di quello che hai fatto un attimo prima, con istintività, e poi amalgamarlo, sistemarlo a tuo gusto.
AG – La consapevolezza di dire: «cazzo, è figo questo pezzo, però perché non può essere migliorato?». E questo non è un ragionamento, è avere consapevolezza in primis dei propri mezzi e dell’esperienza che ti sei fatto.

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E a proposito dell’esperienza: ormai girate più fuori che dentro i confini nazionali. Cosa significa continuare a suonare in Italia per un gruppo che ormai si è allargato ben oltre?
AC – Sentirsi apprezzati, essere seguiti in casa propria è una soddisfazione. Son due tipi di soddisfazioni diverse: sicuramente proporsi e avere un seguito anche all’estero è una cosa importantissima perché rende il gruppo internazionale. Ti rende consapevole del fatto che, oltre al tuo territorio, oltre la tua rete di amici, promoter che conosci suonando, agenzie che conosci organizzando live, c’è qualcuno all’estero a cui arriva la tua musica, una recensione, un video, e lo apprezza. Mantiene viva quell’apprezzabilità del gruppo a livello globale che ti rende anche consapevole di quello che hai in quel momento. Tornare a casa, girare in Italia è sempre, ovviamente, un piacere. Sentirsi apprezzati a casa propria sembra alla base della felicità per una band emergente.
AG – Alla fine siamo italiani, siamo di qui. Fino a prova contraria, per fortuna, o per sfortuna, è la realtà. Quindi anche girare, essere apprezzati in Italia è bello e ha comunque il suo godimento. Ovvio che quando sei all’estero è diverso, non tanto perché sei considerato “estero” anche tu, ma vedi che c’è proprio un altro filtro. Con la gente che viene a vederti c’è apprezzamento maggiore, anche se è sbagliato dire così. Anche qui in Italia c’è gente che è venuta ad ascoltarci migliaia di volte, ma personalmente all’estero lo percepisci di più.

Pensate che in Italia non siate apprezzati quanto sperereste?
AG – Per noi, per quello che facciamo, all’estero c’è un apprezzamento maggiore da parte di tutti, a 360 gradi. In Italia – lo sai meglio di me – ci sono cose, generi che vanno per la maggiore.
AC – Quando ti chiamano a suonare all’estero, in parte abbatti questa barriera della moda del momento perché è talmente grosso quello che sta al di fuori dell’Italia, che a livello geografico è una cosa piccolina, per quanto a livello culturale e di innovazione siamo grandissimi in tutto il globo. Però c’è una superficie terrestre che è immensa rispetto a noi. Andare all’estero abbatte questa barriera della moda del momento. All’estero vengono abbracciati più generi, o magari hai la possibilità di girare più posti.
AG – Quando viene un qualsiasi gruppo straniero in Italia, viene considerato qualcosa, appunto, di “estero”, di diverso. Ti viene forse più curiosità. Parlo di un certo livello. Per esempio, un mesetto fa sono andato a sentire i Motorama, un gruppo russo che noi conosciamo bene. Un gruppo abbastanza affermato. In Italia hanno fatto quest’unica data del nuovo tour e c’era, sì, poca gente. Bisogna sempre vedere la nomea che porti in Italia, all’estero no, perché probabilmente nella nostra penisola c’è un qualche interesse in più sul filone del momento da parte della gente, o non so. Alla fine l’interesse verso l’estero c’è, sennò martedì sera, a vedere i Placebo, il Forum di Assago non sarebbe stato pieno. Forse qui c’è più differenza tra il “big” e l’underground. Il piccolo e il medio. Fuori questa diversità c’è, ovviamente, ma di meno. L’interesse è meglio distribuito.

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In Italia siamo condannati a questa condizione?
AG – No, mi auguro di no, altrimenti non continueremmo a suonare qui!
AC – Molto secondo me, a livello di curiosità possono farlo i media. Oggi fortunatamente c’è internet, chi vuole informarsi si informa, però tanta gente ascolta molta radio. Quello che passa la radio poi prende piede, ha modo di evolvere, di essere distribuito e ascoltato in mezzo a tanta gente. Immagino il palinsesto di una radio qualsiasi. A volte magari capita di ascoltare qualche chicca a mezzanotte su Radio 3, piuttosto che a Babylon o altri programmi un po’ sperduti , un po’ nascosti, che parlano del “sottobosco”della musica italiana. Io abitualmente quando lavoro ascolto una radio dell’università di Seattle, KEXP. Lì sono ad ampissimo spettro a livello globale. La settimana scorsa c’era His Clancyness, un ragazzo italiano amico nostro.
AG – His Clancyness hanno suonato poco fa al Fanfulla di Roma. Hanno postato una foto fatta lì e il post diceva: « Grazie mille a tutti, è stata sicuramente la miglior data di questo ultimo periodo», perché hanno detto anche loro che in Italia fanno molta fatica.
In Italia al Fanfulla di Roma fanno trenta paganti su cinquanta posti, mentre poi in Canada ne fanno trecento a settimana. Oppure un gruppo di nostri amici di Berlino, i Mighty Oaks, fanno due-tremila persone abitualmente mentre l’ultima volta che sono venuti qui ne hanno fatte quattrocento. Adesso faranno due date, una a Milano e una a Padova, se avete modo andate a sentirli. Ve li consiglio tanto.
AG – Rispetto all’estero manca la curiosità. Ci affidiamo molto a quello che viene passato in radio, magari band di qualità, ma senza allargare troppo l’interesse. Fuori dall’Italia abbiamo visto che «Oddio non conosco ‘sta band, vado a sentirli!». Qua invece si fa il contrario.
Questo è quello che abbiamo avvertito, poi magari può essere anche diverso.

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Sono ormai otto anni che suonate insieme. Ci sarebbero dei passi che avete fatto che non rifareste o che affrontereste in maniera diversa?
AC – Come in ogni percorso di vita ci sono i “se quella volta avessi fatto in quella maniera, se non avessi fatto così”. Sicuramente ci sono stati dei passi che magari abbiamo fatto in maniera non conscia di quello che stavamo facendo. Non siamo tre scemi, però avremmo dovuto approfondire alcune dinamiche che ci hanno portato oggi ad essere un gruppo con un’etichetta americana e un’altra etichetta italiana che ha collaborato a far uscire questo nuovo album, eccetera. Alcune cose – Andre sicuramente la pensa come me – avremmo potuto gestirle in maniera più razionale, controllando meglio vari aspetti e lasciandoci più spazio come band negli accordi che facevamo con etichette – che ovviamente ci lasciano tutto lo spazio creativo: i dischi li facciamo noi, la strumentazione che portiamo sul palco è la stessa che abbiamo in stanzino, nessuno mette becco su quello –: la libertà di decidere un po’ di tutti gli aspetti che può avere una band. Siamo una band piccola, però con un impegno quasi lavorativo. In passato avrei dato più attenzione a curare tutti gli aspetti che stanno attorno a questa cosa. Poi erano aspetti che ignoravamo, perché non sapevamo nulla di cosa fosse un diritto d’autore, un diritto di master… ancora oggi faccio fatica a capirlo. Questa cosa sì, mi sarebbe piaciuto controllarla meglio, ma, sai: tutto calcio sulle ossa, si cresce apposta.

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E per il futuro? Dove vi vedete per il decimo anniversario?
AC – Tra due anni probabilmente saremo ancora in giro sui palchi, con dei lavori nuovi, con una major. Saremo una boy band, saremo in cinque, pettinatissimi, bellissimi (ride).
Ci immaginiamo di crescere, di continuare ad avere l’opportunità di fare questa attività, i live, soprattutto… registrare dischi, perché è una cosa che ci piace tantissimo fare. Cambieranno sicuramente i metodi, cambieranno gli studi di registrazione. Cambieranno tante cose. Ci auguriamo non mancherà la voglia di farlo, senza essere costretti, senza sentirsi in dovere di farlo, perché la matrice base è quella dell’istintività. Sarà bello portarcela sempre dietro.

Endless Beauty: qual’ è per voi quella bellezza senza fine, immutata e immutabile?
Alessandro si alza e va a prendersi una birra. Ride: «Hai fatto la marzullata!»
AG – Guarda, ti parlo molto semplicemente. Una vita tranquilla e il più possibile serena. Penso sia la base, la cosa migliore.
AC – Avere sempre la consapevolezza che quello che stai facendo ti piace, di fare qualcosa che ti piace e di condividerlo. Nel momento in cui tu lo condividi, proprio a livello emotivo, diventa infinito: continua a vivere in un’altra persona, a girare. Per me è questa la bellezza delle cose: fare qualcosa che ti piace e condividerlo, qualsiasi cosa sia. Magari tu scrivi articoli, lei (indica Valentina, nda) fa foto. Magari non le tiene lì dentro, ma le piace mostrarle ad un’amica, al moroso, a chi le pare. Tu fai leggere un pezzo ai tuoi lettori, alle persone che leggono il tuo blog, la tua rivista.
È qui la bellezza infinita, perché non si ferma quando tu crei, ma quando la condividi diventa infinita, disponibile per tutti.
Noi lo facciamo con gli strumenti, sui palchi, ognuno lo può fare a modo suo.

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Ci salutiamo sorridendo e io e Vale torniamo davanti al palco, aspettando che i Soviet Soviet vi salgano sopra per regalarci un fine serata degno di questo nome, come poi effettivamente sarebbe stato.
Mi chiedo solo se avessero ancora in testa la mia ultima domanda, quando hanno salutato il pubblico proprio con Endless Beauty.

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