Ex-Otago: i nuovi realisti – l’intervista

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Articolo di Iolanda Raffaele

Colorati, sbarazzini, vivaci, la loro cifra è di sicuro l’allegria e la spontaneità.
Ad occhi chiusi si percepisce tutta la voglia di saltellare in lungo e in largo, di disegnare la musica con le parole, senza dimenticare di rendere la musica vita, di giocare con le note e di sperimentare nuove strade.
Questo sono gli Ex-Otago, un misto di suoni e sensazioni, di ritmi e polistrumentismo che riesce a far viaggiare con la mente anni luce, con Gli occhi della luna, senza mai scappare da se stessi, Non molto lontano, magari al Mare e fino a Marassi.

E se amarli non è per niente difficile, anzi quasi inevitabile, per conoscerli un po’ meglio ho scambiato qualche chiacchiera con Maurizio Carucci, voce del gruppo, tra presente e passato della band genovese.

Sulla scena musicale dal 2002, chi erano gli Ex-Otago e chi sono diventati oggi?
Gli Ex-Otago erano tre ragazzetti di ventidue anni che avevano voglia di  raccontare ciò che vedevano in chiave musicale, nel senso che era un periodo storico che a Genova e, più in generale, in Italia andava di moda la musica urlata, l’hardcore, il punk hardcore, e invece noi avevamo voglia di giocare a fare i bravi ragazzi, avevamo imbracciato le chitarre acustiche, le tastiere giocattolo. Eravamo perciò tre ragazzetti che avevano voglia di giocare a fare un po’ i bravi,  di raccontare il mondo attraverso questa chiave scanzonata e leggera.

Qual è stata la vostra formazione nel corso del tempo, dal momento che è molto cambiata?
È cambiata, siamo partiti io, Simone Bertuccini e Alberto Argentesi, poi si è un po’ evoluta nel tempo si sono aggiunti i batteristi con i quali ci siamo lasciati, fino all’attuale formazione in cui ci sono io (Maurizio Carucci), Simone Bertuccini (chitarra), Francesco Bacci (chitarra), Olmo Martellacci e Rachid Bouchabla alla batteria.

Dopo il primo album “The Chestnuts time” del 2003, la spensieratezza di “Giorni Vacanzieri”, con un video quasi da cinepanettone natalizio.
Era proprio volutamente il cinepanettone. Giorni Vacanzieri è un po’ una presa in giro del bauscia milanese, borghese, arricchito, per cui non ci sembrava di trovare nessun’altra idea migliore rispetto ad addizionare un videoclip che in qualche modo ammiccasse ai vari Vanzina e company.

Proprio per questo avete mai pensato di comporre colonne sonore per film o serie tv o sono scenari che non vi interessano?
In realtà perché no, cioè abbiamo già fatto parte di film, nel senso che alcune nostre canzoni sono celate in alcuni film più o meno popolari ed è una cosa che sicuramente ci piace, per cui, se capitasse, perché no, coglieremmo subito l’occasione.

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Nell’album “Tanti Saluti” del 2007 è contenuta “Radio Scapolo D’Oro”, qual è il vostro rapporto con la radio e con le web radio?
Il nostro rapporto con la radio è quanto mai ottimo in questo momento, nel senso che tantissime radio stanno passando i nostri brani e quindi siamo molto felici che questo stia accadendo, crediamo che la radio sia uno strumento potentissimo e molto affascinante. Il nostro rapporto è strabuono. Per le web radio direi la stessa cosa, non trovo francamente molta differenza, nel senso che a parte la questione legata alle normative, di frequenze, eccetera, ritengo che il ruolo sia lo stesso.

Inoltrandoci nel vostro percorso, abbastanza ricco, c’è anche la dance anni novanta che non vi è sconosciuta.
No, no, noi diciamo che con gli anni ottanta, ma anche e soprattutto con gli anni novanta, abbiamo sempre giocato molto e tuttora ci piace giocare. Come avrai visto, abbiamo fatto una cover di “The Rythm of the night” che ci ha divertito moltissimo ed è stata ben accolta dal pubblico, ancora adesso ci fa ballare come matti, ecco.

“Mezze Stagioni” del 2011 e “In capo al mondo” del 2014 sono due album prodotti con l’azionariato popolare e il crowdfounding, quanto possono secondo voi essere utili questi sistemi per promuovere e proporre oggi nuove forme di arte e di musica?
Sono strumenti sicuramente molto utili, dipende un po’ anche dal carattere del progetto. Gli Ex-Otago sono stati sempre un progetto molto in sintonia con chi li segue , hanno sempre tenuto molto alla relazione con il loro pubblico e con il pubblico in generale. Infatti, noi ci definiamo un gruppo pop, per cui amiamo molto stare tra la gente e parlare alla gente.  A noi questa formula di azionariato popolare ha portato grandi risultati permettendoci di fare diversi dischi, non so se è così per tutti. Sicuramente quello del crowdfounding rimane in assoluto uno strumento utile, all’avanguardia e anche molto affascinante.

“Costa Rica” è un po’ il leitmotiv degli italiani all’estero: tanta necessità di partire ma tanta voglia di tornare. Al di là dello scenario lavorativo, quello musicale italiano secondo voi spinge ancora a restare o incita a spingersi altrove ?
Io non credo che spinga ad andare altrove, non credo di poter parlare per lo scenario italiano, ma in generale penso che gli artisti che ascolto io oggi, insomma, raccontino molta Italia, le sue sfaccettature anche a volte drammatiche o inaccettabili, seppur sempre figlie di un territorio che poi ci ha cresciuti, per cui noi Ex-Otago crediamo che sia molto importante anche viaggiare e andare in mille posti, ma sia altrettanto importante poi tornare,  magari aprire la valigia e condividere ciò che si è visto, o si è acquisito. Diciamo che il luogo comune che l’estero sia sempre meglio francamente ci ha abbastanza annoiato, non crediamo affatto nel sogno americano, anzi quel sogno a volte ci sembra un incubo, per cui restare nella propria terra, provare il gusto delle cose interessanti e buone… crediamo che, in teoria, sia la cosa migliore da fare.

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“In capo al mondo” è un nuovo mondo degli Ex-Otago, anche sotto il profilo musicale con il charango, la chitarra classica e l’harmonium indiano. Come è stata questa avventura e, per parafrasare una canzone dell’album, avete capito “come si trova la felicità”?
Mah guarda, non crediamo affatto di averlo capito, diciamo che forse abbiamo avuto qualche intuizione, qualche ipotesi così, appena accennata. Diciamo che la cosa di cui ci siamo resi conto è che la felicità si nasconde in maniera più o meno chiara nelle cose più semplici e comuni della vita. La felicità a volte la si può trovare in un qualsiasi lunedì mattina svegliandosi e rendendosi conto di essere in primavera, piuttosto che una cena con il tuo compagno o la tua compagna, insomma amiamo pensare che sia molto più accessibile di quel che si crede.

Nel vostro curriculum c’è anche “Burrasca”, parole e immagini, vicende e pensieri, che ricordo e che traguardo è stato per voi?
Burrasca è stato un bell’esperimento, nel senso che ci siamo un po’ raccontati a dieci mani, siamo andati così anche nella nostra intimità più profonda, ed è stato molto bello. Io ho dei bellissimi ricordi di questo libro che effettivamente la dice abbastanza lunga, secondo me, sugli Ex-Otago, è un documento di vita, ma anche musicale molto importante, che io tra l’altro guardo anche abbastanza spesso con affetto.

Con emozione immensa arriviamo al 2016 con “Marassi”, uscito il 21 ottobre, un ritorno alle origini e un album pieno di significati. Parlaci un po’di come è stato realizzato e delle sue chiavi di lettura.
È stato realizzato anche questo attraverso un crowdfounding che nuovamente ci ha dato la possibilità di partire in libertà e scrivere canzoni.  E’ stato creato a Marassi, proprio perché noi siamo originari di Marassi, tre quinti della band lo è, a Marassi abbiamo una casa dove ci vediamo, ci incontriamo, mangiamo insieme, facciamo cose. Diciamo che dopo In Capo al Mondo, che tra l’altro nessuno ha mai trovato, ci siamo fermati a Buccinasco, in provincia e siam tornati indietro, anche  un po’ per il caro benzina, un po’ per Olmo che patisce la macchina.  Siamo tornati indietro a Marassi e avevamo una gran voglia di raccontare il presente senza grandi giri di parole o metafore. Marassi è proprio figlio di questo pensiero, Marassi è il presente all’ennesima potenza è un non luogo, un quartiere che puoi trovare anche in enormi città, dove però accadono una lunghissima serie di fatti che sono molto legati alla nostra società, in cui la realtà si esprime con forza senza tanti spettacolarismi, chiamiamoli così. Per cui Marassi è proprio un tentativo di raccontare tale e quale i sentimenti, le sensazioni, le emozioni di noi esseri umani, crediamo che in qualche misura possa rappresentare davvero questo.

E quindi se per Luca Carboni Bologna è una regola, Marassi è ?
Marassi è un quartiere, o meglio Marassi è una casa, non l’unica ma una casa, il quartiere da dove tutto è partito tutto sommato.

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Parlando di specifiche canzoni, “Ci vuole molto coraggio”. Quanto coraggio ci vuole “per credere che tu nella vita meriti spazio e per andare fino in fondo”?
Questo lo chiederei io a te, nel senso che io credo ce ne voglia tanto e tu invece? Tu, voi? Sai, andare fino in fondo nelle cose di per sé è già un’operazione abbastanza complessa, poi siamo abbastanza abituati a restare in superficie o a delegare ad altri di fare cose, dalla politica in giù o in su, per cui diciamo che prendere un po’ possesso della propria esistenza merita coraggio, tanta voglia e volontà. Questa canzone è semplicemente una constatazione di ciò che pensiamo, di fare tutte queste cose, in generale per vivere una vita in maniera più consapevole possibile ci vuole molto coraggio… tutto qua.

“I giovani d’oggi” sono una difesa delle nuove generazioni, una risposta alle frasi fatte e alle critiche da chi li guarda con gli occhi di ieri, senza giudicarli. Bene, voi che li vedete in grande quantità nei vostri concerti che visione avete di loro?
Noi abbiamo estrema fiducia nei giovani, crediamo che siano loro che ci salveranno da molte situazioni anche drammatiche oggi, per cui noi riponiamo in loro grande fiducia e stima. Credo che abbiano una marea di cose da dire ancora, per cui è nata veramente in maniera molto spontanea questa canzone, anche perché pure noi, da molti, ancora oggi, siamo visti come giovani, da molti veniamo ancora additati come quelli che non sanno fare niente, che una volta.. e allora, francamente, guardandoci un po’ negli occhi, abbiamo capito che, effettivamente, ricevere consigli o ramanzine da chi poi ci ha lasciato il mondo in questo stato, non è molto credibile! Diciamo che non riusciamo tanto a credere a queste persone, farebbero meglio a stare zitte e a trovarsi insieme ai giovani, magari dando un contenuto a questo mondo qui, anziché criticarli.

In “Cinghiali Incazzati” ci sono tante definizioni di essere, gli Ex-Otago, operai della musica e ingegneri delle parole, come vi definite o pensate di definirvi?
Mah, ci definiamo esattamente come recita la canzone, tutto quello, noi siamo tutto quello. Gli esseri umani sono una pentolaccia di cose, non sono soltanto una cosa. Non esiste solo l’operaio, ma l’operaio che ha la passione per la pittura, che magari va a giocare a calcio, che è omosessuale e che è mille altre cose. Noi siamo pieni di cose, bisognerebbe trovare di più il coraggio di esprimerle tutte, ma non è così semplice, perché siamo un po’ stati abituati ad essere una cosa sola: ad essere l’impiegato, ad essere l’agricoltore. Invece noi siamo una complessità di cose che sta in piedi per miracolo, che però è veramente un ammasso di idee, di colori e di parole stupende. Varrebbe la pena coltivarli un po’ tutti questi aspetti di noi. È più semplice etichettare, inserire negli schemi, nelle scatole, altra cosa è valutare l’insieme, che è un’operazione che richiede più tempo, più pazienza, più passione, quindi si tende a semplificare. La semplicità è spesso una cosa bellissima, ma la grossolanità e la superficialità no, sono cose assolutamente diverse: diciamo che noi siamo per la semplicità e non per la grossolanità, ecco.

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Dopo tanti anni di cammino, Maurizio Carucci che da bambino sognava di fare l’indiano, da grande cosa sogna?
Bella, molto bella, questa è una domanda bellissima che mi ricorderò, cosa sognano i grandi, che figata! Non solo i bambini stanno a sognare, ma anche i grandi. Guarda, io non ho grandi sogni, nel senso che amo concretizzare i miei desideri, spesso il sogno è qualcosa di inarrivabile, invece io voglio arrivarci per cui amo pensare e dare vita ai miei pensieri, sta già accadendo. Io, oltre a scrivere canzoni, testi con gli Ex-Otago, che è la mia famiglia a tutti gli effetti e che è già un sogno avverato, se così si può dire, faccio anche il contadino, faccio vino, amo il vino naturale, i bianchi macerati. Anche questo era un sogno che ora è diventato realtà, ma ne ho anche altri di desideri che spero si avverino: fare una cantina, continuare a raccontarmi con gli Otaghi in altri capitoli, per cui diciamo che è bello sognare, però è altrettanto bello desiderare e concretizzare i desideri.

Quali sono gli artisti moderni e passati che vi hanno influenzato?
Mah guarda noi non abbiamo un artista in particolare al quale ci riferiamo o dal quale abbiamo preciso uno spunto preciso, ci sono una serie di artisti italiani ma anche non, che ci hanno influenzato nelle più piccole cose, penso ultimamente a Duko, un progetto dance suonato molto figo che non è italiano, penso alla scena pop italiana, anche se non è che ci abbia influenzato molto, nel senso che molti dischi che apprezziamo oggi sono usciti insieme a anche noi. Abbiamo sempre ascoltato gente come Cosmo, come Camillas, come I Cani, insomma ci sono diversi artisti che stimiamo, anche del passato ovviamente. Ultimamente ad esempio sto ascoltando Raf. In realtà trovo che gli Ex-Otago abbiano avuto ed abbiano tuttora una lunghissima serie di influenze difficilmente rintracciabili, diciamo che abbiamo preso tantissime cose  da tantissimi artisti diversi. Non siamo il classico gruppo che li ascolti e dici “ah caspita sembrano i..”, almeno non credo, dentro gli Ex-Otago puoi trovare il diavolo e l’acqua santa, puoi trovare un sacco di cose italianissime, genovesi anche, e che provengono da tutt’altra parte del mondo.

E se dovessi indicare due canzoni a voi care, italiane e straniere?
Mah guarda, canzoni italiane… una canzone che mi emoziona sempre è Onda Su onda, credo sia un pezzo incredibile, poi, per arrivare al presente, penso ce ne siano molte altre bellissime, come Protobodhisattva de I Cani, piuttosto che Cazzate di Cosmo, grandissima e bellissima canzone. Si, diciamo che con queste canzoni possiamo ritenerci soddisfatti.

È  iniziato il vostro tour ricordaci qualche data e per il 2017?
Questa è una domanda che mi mette in serissima difficoltà. Le date vecchie te le posso dire, perché non sono andate bene ma strabenissimo, anzi ci dispiace che molta gente non sia riuscita ad entrare in ogni concerto, ahimè. Sicuramente verremo al sud, in Sicilia, in Campania, in Puglia. Per la Calabria per quanto ne so io, te la metto così in anteprima intermondiale, si sta trattando addirittura per il capodanno, sarebbe una roba bellissima, guarda, però nulla da dire, ce l’avevano accennato. Io verrei a Reggio, sarei davvero strafelicissimo, vedremo, vedremo. Fino al 6 gennaio abbiamo una ventina di date, poi ci fermeremo una ventina di giorni e ripartiremo con un altro tour, per cui avremo sicuramente modo di incontrarci.

E sul finire Maurizio Carucci, a richiesta, intona anche un pezzetto di Cinghiali Incazzati ed è subito festa.
“Sono un’onda in un lago, una montagna al largo. So disegnare su un foglio con le parole. Sono acqua e fuoco, mi contraddico, me lo consento, sono una casa a cielo aperto”.

Grazie Marassi e speriamo di incontrarci presto.

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Photo credits:
Starfooker [immagini catturate al Serraglio, Milano il 20-11-2016]

 

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