Sohn @ Magnolia, Segrate (Mi) – 15.02.2017

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Articolo di Simone Nicastro, immagini sonore di Thomas Maspes

Potremmo iniziare il nostro racconto da prima dell’inizio del concerto con uno squisito piatto kebab trangugiato in tutta fretta per arrivare in orario all’evento, incredibilmente cominciato puntuale alle 20.50; oppure potremmo dirvi fin da ora dello stupore genuino nell’aver accertato solo alla fine delle esibizioni il numero veramente consistente di pubblico accorso al Circolo Magnolia in un mercoledì sera di febbraio.
Invece l’inizio che ci pare più corretto è, a nostro avviso, tributare un grande e meritato plauso all’artista di nome Sohn per questo live che certifica e addirittura supera le aspettative che i suoi lavori in studio ci avevano creato.

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Ma facciamo un passo indietro: l’apertura della serata ci riserva l’esibizione dell’artista italiana Sofia Gallotti, in arte LIM e già 50% degli Iori’s Eyes, duo artistico ormai sciolto. Il suo primo Ep dal titolo “Comet”, uscito nel 2016, ci è sembrato un lavoro di ottima fattura, un breve viaggio in composizioni pop filtrate, espanse e immerse in atmosfere ovattate e sognanti, ma non prive il più delle volte di accelerazioni ritmiche e di una certa psichedelia. Dal vivo LIM propone uno spettacolo minimale con al centro solo lei e i suoi pochi strumenti, riuscendo a colpire il pubblico con semplicità e carisma.  Molto bene.
Secondo in scaletta è William Doyle, ai più conosciuto come East India Youth, che nonostante sia di questi tempi uno dei nomi più caldi della scena elettronica mondiale, a noi non è mai interessato particolarmente. Questo live ci ricorda anche il perché: su basi di beats volutamente ripetitivi il musicista si diletta ad inserire costrutti chitarristici debitori alla scena folk inglese 60’s in chiave elettrica. Le linee melodiche della voce si innestano perfettamente in questo mix di ossessione e dolcezza, ma per noi la noia è l’effetto maggiormente risultante, nonostante il brano finale del set, di cui purtroppo non conosciamo il titolo, abbia spostato lievemente il giudizio in positivo.

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Alle 22.40 circa ecco l’esibizione principale della serata: Sohn si inserisce con pieno merito nel rinascimento r’n’b di questi ultimi anni, dovuto principalmente alla contaminazione del suddetto genere con un’elettronica “intelligente” e il più delle volte suonata. Christopher Taylor, vero nome del cantante, tra i vari artisti di questa scena sempre più nutrita, si distingue per una spinta superiore sul versante soul grazie soprattutto alla sua voce cristallina, capace di tonalità angeliche e di un controllo indubbiamente invidiabile.
Il pubblico dimostra fin dai primi brani di avere un’ottima conoscenza dei brani proposti, riconoscendo le canzoni dalle prime note, o dalle iniziali battute, cantando a piena voce e muovendosi sui bassi veramente potenti. Pescando dai due full length, Sohn alterna sapientemente i brani più dance con quelli più intimi, sorretto da tre musicisti alle sue spalle: batteria, percussioni digitali e altri synth.

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“Bloodflows”, “The Wheel” e “Artifice” ricevono dal pubblico vere e proprie ovazioni da classici, mentre “Signal” e “Hard Liquor” dimostrano quanto il nuovo album abbia fatto breccia nel cuore dei fan. Noi rimaniamo ipnotizzati dalla delicata ed emotiva “Signal”: “Oh, I’ve been divided. Time and time again you keep the peace. Give me shelter. Let me be the man I wanted to be”.
La progressione sintetica di “Lessons” porta in orbita tutti i presenti con una classe innata e la conclusiva “Conrad” spinge la voce a nuove vette di partecipazione. L’intero concerto non si è permesso cedimenti di sorta, l’impressione suscitata è che stiamo assistendo probabilmente solo ai primi passi di carriera di un artista in procinto di diventare qualcosa di più grande.

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In conclusione tornando a casa, ancora in fase digerente per il kebab, sono due i pensieri più ricorrenti e incisivi: il primo è che il live ci è piaciuto molto, anche se forse un po’ troppo perfettino. Da inguaribili romantici quali siamo una certa imprecisione=fragilità ci rende queste occasioni più empatiche. La seconda, è che anche per questa volta eravamo i più anziani presenti. O così ci è sembrato. Poco male, si spera.

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