Marlene Kuntz – Onorate il vile tour @ Bloom, Mezzago (Mb) – 25 febbraio 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Caristo

Semplicemente, sarebbe bello poter ancora vivere un’era musicale in cui la maggior parte delle band si considerano proiettate al futuro, piuttosto che essere sempre e comunque ripiegate sul loro passato. Per carità, i tour celebrativi degli album importanti sono belli e anche utili, a modo loro: permettono a tutti di ascoltare gli episodi di gran lunga migliori della carriera dei suddetti artisti e danno la possibilità, a chi non ci fosse stato all’epoca, di vivere in prima persona un periodo in cui la band di turno era all’apice dello splendore creativo.
È però inevitabile che in questi anni in cui far quadrare i conti sta diventando per tutti sempre più difficile e anche gli act più solidi e con una lunga carriera alle spalle fanno una certa fatica a sbarcare il lunario, rituffarsi periodicamente nella propria fase fortunata, promettere che per qualche mese ogni sera si aprirà il libro dei ricordi, stia diventando un’operazione particolarmente redditizia, in grado di far sopravvivere chi ormai troverebbe molto difficoltoso campare sui dischi nuovi.

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Fin qui andrebbe anche tutto bene. Se non fosse che queste operazioni nostalgia nascondono un altro, pericolosissimo riflesso: è l’idea per cui nel mondo di oggi, dove virtuale e reale si confondono, dove il filtro dei Social Network ha ormai pesantemente modificato la realtà, si è ormai affermata l’idea che debba essere il pubblico a dover dettare le regole all’artista, non il contrario.
Si va ai concerti per farsi la foto sotto il palco e far schiattare d’invidia gli amici. Si va ai concerti per condividere qualche momento sulla piattaforma di turno, non certo per ascoltare quello che il musicista ha da dire e per farsi spostare, cambiare dalle emozioni che quella sera ha intenzione di trasmettere.
Si va ai concerti per dimostrare quanto si è fighi, non per vedere di persona quanto è figo il gruppo che si va ad ascoltare.
Sono ragionamenti triti e ritriti, li ho già scritti altre volte in altre sedi. Eppure, anche questa volta sono costretto a ripetermi.

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I Marlene Kuntz avevano ripescato “Catartica”, il loro disco d’esordio, tre anni fa, con un tour che era poi culminato nella realizzazione di un film, “Complimenti per la festa”. Recentemente hanno dichiarato che la riproposizione integrale de “Il Vile”, loro secondo capitolo, era stata loro chiesta insistentemente dai fan e che, oltretutto, si erano resi conto di come certe tematiche affrontate nel disco fossero ancora sorprendentemente attuali.
Tutto vero, assolutamente. Io stesso avevo visto tanti post sulla pagina Facebook della band che chiedevano uno spettacolo retrospettivo dedicato a quel lavoro. Come è altrettanto vero che le riflessioni veicolate da certi brani valgano ora così come valevano vent’anni fa.
Detto questo, è impossibile pensare che non abbiano giocato pesantemente anche le considerazioni di qui sopra.

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E quando entro al Bloom, che è già pieno fino all’inverosimile, per la seconda delle due date suonate dai piemontesi in questa venue, sono assalito da una sensazione inesorabile e non particolarmente piacevole: il pubblico è composto esclusivamente da ultra quarantenni, tutta gente che c’era ai tempi de “Il Vile”, che ha amato la band nel suo periodo migliore e che ora probabilmente, ha smesso di andare ai concerti ma che fa volentieri un’eccezione per quello che, tanto tempo fa, era il suo disco preferito.
Oddio, magari mi sbaglio, magari non erano tutti così, ma l’impressione, fortissima, è stata quella.
Peccato solo che i Marlene non siano una band del passato. Certo, hanno avuto il loro momento di massima esposizione negli anni ’90 e i loro primi tre capitoli rimangono inarrivabili da ogni punto di vista; ciononostante, nonostante i cambiamenti, nonostante gli alti e bassi, hanno continuato a sfornare dischi e a fare concerti e se si sono piegati anche loro all’operazione nostalgia, è stato, come ho già scritto, probabilmente più per pragmatica necessità che per altro.

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“Lunga attesa”, il loro ultimo lavoro, uscito lo scorso anno, non è sicuramente un capolavoro ma ha dei momenti interessanti e soprattutto mostra una band che ha ancora voglia di recuperare certe sonorità, rendendo più cupe e dissonanti le atmosfere, abbandonando le soluzioni in qualche modo più ammiccanti del precedente “Nella tua luce” (che rimaneva comunque un disco ben riuscito).
Non tutti i brani sono allo stesso livello, alcune cose risultano decisamente troppo banali o pesanti, però nel complesso è un disco che scorre bene e che è testimonianza di una band in discreta forma, nonostante un Godano che inspiegabilmente fa il verso a Capovilla e con dei testi che non sono esattamente all’altezza delle prime cose che scriveva.

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Bene, questa sera “Lunga attesa” avrà un bello spazio, nella scaletta. È stata una precisa scelta della band, quella di dividere il set tra le canzoni de “Il Vile” (suonato per intero anche se non di fila e non secondo la tracklist originale) e quelle dell’ultimo disco. Come a dire: “Siamo ancora qui. Questo è un tour dedicato ad un disco del passato ma noi i dischi continuiamo a registrarli e per dimostrarvelo vi suoniamo un bel po’ di canzoni nuove.”.
Già, peccato solo che dei brani in questione non sia fregato niente di niente a nessuno. Attenzione, avevo già scritto del tour di “Catartica” e mi sono beccato rimproveri e insulti da parte di fan e band perché avevo osato criticare l’atteggiamento troppo svogliato e distratto del pubblico del Live Club di Trezzo. Mi dispiace molto, ma sarò costretto a ripetermi: anche questa sera al Bloom, l’atmosfera è stata pesantemente condizionata da gente che più che per assistere ad uno spettacolo con un inizio, una fine e una sua coerenza interna, era lì per passare una serata con gli amici in attesa dei due o tre brani preferiti di un disco che ha segnato la loro giovinezza.

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Può anche darsi che io sia troppo duro. Allora, per cominciare a dare a Cesare quel che è di Cesare, cominciamo col dire che i Marlene dal vivo sono sempre una garanzia e che anche in questa occasione non hanno sfigurato.
I tre (con l’aggiunta dell’ormai fido Luca Saporiti al basso) potranno anche essere invecchiati anagraficamente e potranno anche non picchiare più come agli esordi ma la precisione, il tiro, l’impatto sonoro sono sempre di prim’ordine.
Il dialogo tra le chitarre di Cristiano Godano e Riccardo Tesio, sin dagli esordi marchio di fabbrica e principale fattore di consacrazione dei Marlene Kuntz come una delle migliori rock band italiane di sempre, è affascinante e va ad impreziosire anche i brani del nuovo disco, dall’iniziale “La città dormitorio”, alla lunga e claustrofobica “Niente di nuovo”, passando per la delicata title track e le accelerazioni di “Leda”.

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Luca Bergia alla batteria è un motore costante e inarrestabile, il punto da cui tutti i pezzi si sviluppano e vengono poi portati avanti.
L’alternanza tra vecchio e nuovo all’interno della setlist è vincente, perché permette di concentrarsi maggiormente sui singoli episodi, distaccandosi dalla normale sequenza del disco e garantendo una maggiore dinamicità.
Certo, il confronto è piuttosto impietoso, è evidente che gli episodi del passato sono stati scritti da un gruppo in stato di grazia e che certe vette non saranno mai più raggiunte. Ciononostante, le atmosfere di “Lunga attesa”, seppur più rarefatte, hanno qualche punto di contatto coi brani de “Il Vile”, per cui l’insieme risulta nel complesso piuttosto omogeneo.

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Sull’esecuzione di quel disco, poi, c’è poco da dire. Per chi scrive si tratta del miglior episodio nella carriera dei Marlene Kuntz, un passo avanti rispetto a “Catartica” (e non era facile!), una maggiore complessità nella scrittura, negli arrangiamenti, una crescita anche dal punto di vista lirico, con l’entrata, nel panorama italiano di allora, di un livello di poeticità e simbolismo decisamente nuovo e che purtroppo lo stesso Godano non è più in grado di ripetere (o piuttosto non vuole, visto che la sua scrittura ha mutato radicalmente modalità espressive, negli ultimi anni).
Canzoni come “3 di 3”, “Retrattile”, “Overflash”, “Cenere”, “Ape regina”, sono il centro ideale dello show, il suo punto più alto, provocano gli entusiasmi del pubblico (sono questi gli unici momenti in cui i presenti si svegliano dal loro torpore o dal loro chiacchiericcio fastidioso) e vengono resi benissimo, con un Godano forse leggermente giù di voce ma nel complesso a suo agio, e una potenza che non è quella degli esordi ma che è in grado di preservarne intatta l’essenza originaria, ancora dopo tanti anni.

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È uno show molto fisico, con il cantante e chitarrista che non si risparmia, che entra nei pezzi e li sviscera ad uno ad uno e che non a caso finirà in un bagno di sudore. Gli episodi della scaletta si susseguono inarrestabili, con la band che, come sempre, non parla, non ringrazia ma comunica solo tramite la propria musica, che poi è la cosa essenziale.
Il finale, giustamente affidato a “Il Vile” e al suo ritornello caustico, urlato da centinaia di gole come se fosse una liberazione, vede i quattro uscire tra un muro di feedback che rimangono in loop per tutto il tempo che dura questa breve pausa.
I bis vedono finalmente il gruppo andare a pescare anche dalle parti degli altri dischi. “La mia promessa”, dal quarto lavoro “Che cosa vedi” e una suggestiva “Ineluttabile”, da quel “Ho ucciso paranoia” che, immaginiamo, tra un paio d’anni potrebbe essere anch’esso riproposto.
Chiude il tutto l’eterea ballata “Nuotando nell’aria”, cantata in coro da tutti i presenti e vero e proprio manifesto di questa band.

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È stato un bel concerto, senza dubbio. Certo, avremmo preferito un pubblico più consapevole del fatto di aver davanti un gruppo ancora in attività e non dei reduci di un periodo formidabile che non ritornerà più.
Ma forse non era lecito attendersi molto di più da un tour celebrativo. Per quanto mi riguarda, ritorno alla considerazione iniziale: bellissimo ascoltare dal vivo certi capolavori; ma sarebbe davvero molto più bello se gli artisti, tutti gli artisti, fossero davvero sempre e comunque proiettati nel futuro, anche se questo dovesse significare prendersi qualche rischio in più.

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