Ben Watt @ Santeria Social Club – Milano, 22 febbraio 2017

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Articolo di Giovanni Tamburino, immagini sonore di Ilaria Greppi

Sono le 20.30 e un paio di gocce sulla testa ci fanno capire che è il caso di affrettarsi. Siamo appena scesi dalla 90 e percorriamo a passo svelto le poche decine di metri che ci separano dalle calde luci della Santeria Social Club.
Superiamo la soglia del locale poco prima che aprano l’ingresso per la sala del concerto che, a giudicare dal ristretto numero di sedie, sarà un’occasione quasi intima, per pochi aficionados.
Il palco è già allestito, tra una tastiera e chitarre elettriche e semiacustiche che fanno venire l’acquolina in bocca a chiunque abbia un minimo di familiarità con il mondo a sei corde.
Scegliamo in tutta calma due posti in seconda fila e mentre parliamo ci rendiamo conto che, coi nostri due decenni a testa, siamo un po’ al di sotto della fascia media d’età. Del resto, non è più l’epoca dei musicisti e delle band inglesi, di quando in un concerto a caso ci si poteva trovare di fianco un Mick Jagger o un Duca Bianco a chiederti – nella più ingenua delle ipotesi – da accendere.

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Nessun gruppo di apertura: non sarà il genere di evento in cui sgomiti di fianco ad un umido e corpulento adolescente che vuole rendere noto al mondo intero che si sta divertendo; qui il pubblico sta seduto, conversa, si saluta girando per la sala con un bicchiere di birra in mano. Aspettano come si aspetterebbe un vecchio compagno ad un rendez-vous della classe del liceo. Perché Mr. Ben Watt è un po’ questo: un caro amico che è stato accanto a loro, da un palco o attraverso un paio di cuffie, prima in compagnia di Tracey Thorn – nel duo Everything but the Girl, che negli anni ’80 ha conquistato un buon numero di seguaci nella scena inglese ed estera – ed ora con Bernard Butler come nuovo compagno d’armi sul palco.
Con un leggero e ragionevole ritardo sulla tabella di marcia (e un paio di false partenze negli applausi da parte del pubblico) eccoli salire su palco e imbracciare gli attrezzi del mestiere.

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“Let’s take a green roadhouse tonight”

Il concerto si apre con toni country folk sulle note di Bricks and Wood, penultima canzone di Fever Dream, ultima fatica dell’artista inglese. È ovviamente la prima volta che lo sento dal vivo e l’impressione è assolutamente positiva; sa fare bene il suo mestiere e sa usare la sua voce in tutto e per tutto come uno strumento musicale, con una capacità espressiva che va oltre il semplice messaggio del testo e che, invece, ti accarezza con la sua malinconia per le cose che sono state e la fede in qualcosa che ci aspetta un po’ più avanti sulla strada.
Prova un po’ a parlare in italiano, a raccontarci da dove nascano le sue canzoni, ma poco dopo le sue conoscenze linguistiche gli impongono di rinunciare e continuare nella sua lingua madre.
Procede con Hendra, tratta dall’omonimo album del 2014, ricordando la recente morte della sorella. Bernard lo accompagna con fraseggi dal vibrato insistente e bending in riverbero che in più momenti ricordano lo stile di Mark Knopfler.

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Va a sedere alla tastiera e ci regala momenti amarcord senza mai sfociare in un banale sentimentalismo da pop star: è sempre evidente che davanti a noi sta un uomo con tutta la sua storia e che lascia che questa si svolga strofa dopo strofa, nota dopo nota.
Il pensiero va poi al padre, musicista jazz, e alla sua depressione. Torna alla chitarra semiacustica e in bocca l’armonica per una Young Man’s Game piuttosto dylaniana (o forse è l’impressione che dà qualunque canzone in cui sia presente un’armonica?).
Non una pausa. Torna indietro negli anni, ai grandi amici che hanno percorso con lui una parte della storia della musica inglese. Probabilmente mondiale, se stiamo parlando del signor David Gilmour, che ha collaborato con lui in The Levels.
Ancora più indietro nella strada della vita, si ferma a quando era alle soglie dei vent’anni, “Not very long ago”, dice con una buona dose di autoironia mentre si appresta a cantarci Some Things don’t Matter; fa qualche passo avanti nel tempo e recupera alcuni pezzi degli Everything but the Girl come Amplified Heart e 25th of December, con tutta la dolcezza e la nostalgia con cui una persona può ricordare la semplicità di un mondo che iniziava e finiva nel sorriso delle persone più care.

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Prosegue propone alcuni dei suoi nuovi pezzi, come Gradually e Running with the Front Runners, quasi una ballad da sala, con sempre le risposte in delay della chitarra di Bernard Butler, “the man on his right”.
Con la pacatezza della title-track Fever Dream ci saluta con grande affetto, se non poi per tornare ancora con l’ultimo paio di perle: New Year of Grace, tra acoustic e psichedelia e la voce (ovviamente, ma anche purtroppo) registrata di Marissa Nadler, in cui lo scandito “never forget” alza il livello di quella che altrimenti sarebbe un cliché di malinconica raccomandazione; infine torna alla tastiera e il sipario cala sulle note di Spring.
Chiude così, tra gli applausi di un pubblico che lo ha seguito in ogni istante con affetto e ammirazione, un concerto che è stato più un’autobiografia cantata che uno show. Lo conclude come un Giano bifronte che guarda indietro portando nel cuore tutti i chilometri percorsi e tutti i volti incontrati, ma che in virtù di questo può proseguire sempre avanti, verso tutto quello che continua ad aspettarlo al prossimo passo. Noi gli auguriamo che sia qualcosa di meraviglioso.

«You must have faith in spring»

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