Andrea Chimenti – canto Bowie per un amore alla mia storia… – l’intervista

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Intervista di Luca Franceschini

Andrea Chimenti è uno di quei tesori nascosti del nostro panorama musicale che verrebbe davvero voglia di scoprire e valorizzare il più possibile. Dapprima nei Moda, uno dei gruppi pionieri di quella fase di New Wave italiana di cui ancora possiamo dirci fieri, in seguito con una carriera solista senza punti bassi,con dischi come “Il porto sepolto”, “L’albero pazzo”, “Vietato morire” o il più recente “Yuri”, che sono tra le cose più belle mai apparse in Italia negli ultimi anni, almeno in ambito cantautorale.
In questo periodo, l’artista toscano sta portando avanti uno spettacolo di tributo a David Bowie, che è di fatto la prosecuzione di un progetto iniziato quasi per caso due anni fa e che sta ricevendo consensi notevoli. Noi l’abbiamo visto all’Ohibò qualche settimana fa, dove si è esibito in trio, in compagnia di suo figlio Francesco (Sycamore Age) e di Davide Andreoni (che ha da poco lasciato quella stessa band). Uno spettacolo molto intenso, dagli arrangiamenti acustici e piuttosto minimali, dove la grande prova vocale di Andrea, che è riuscito a fare sue in maniera eccellente le più grandi interpretazioni del Duca, è risultato l’elemento di maggiore spicco dell’intero set. Un concerto purtroppo non lunghissimo, che si è aperto con “Lazarus” e chiuso con “Absolute Beginners”, proponendo in mezzo una serie di brani provenienti soprattutto dai più celebri dischi degli anni ’70 (non sono mancate le varie “Space Oddity”, “Quicksand”, “Life on Mars”, “Rock n’ Roll Suicide”, “Starman”), ma anche veloci incursioni nella trilogia berlinese (“FantasticVoyage”, “Yassassin” e ovviamente “Heroes”), nonché qualche accenno al periodo più recente e sottovalutato dell’artista inglese (una inattesa e piacevole “Thursday’s Child”). Colpiti da tanta bellezza, siamo andati a salutare Andrea al termine dello show e ci siamo accordati per sentirci telefonicamente qualche giorno dopo, per farci raccontare qualcosa di più sulla genesi di questo progetto, per scambiare qualche impressione sul passato e sul futuro della sua carriera…

Ciao Andrea, innanzitutto ti faccio i miei complimenti per il concerto dell’altro giorno. Al di là della resa complessiva dei pezzi, che ho trovato notevole, mi ha colpito soprattutto la tua interpretazione vocale: chi ti ha sentito solo sui tuoi dischi solisti, farebbe fatica ad immaginare che sei in possesso di una tale estensione e potenza…
Sì, diciamo che nei miei pezzi non ne faccio sfoggio… (ride NDA)

Per iniziare, potresti raccontarmi qualcosa di questo progetto: come ti è venuta l’idea di portare in tour le canzoni di Bowie?
Innanzitutto vorrei precisare che non è scaturito sull’onda della notizia della sua morte. Ci tengo a dirlo perché mi spiacerebbe che mi si accusasse di aver approfittato di una tragedia per farmi pubblicità. Il progetto è nato da un’idea di Mario Setti, che in occasione dell’Estate Fiorentina del 2015, mi ha contattato per chiedermi se avessi avuto voglia di esibirmi in un concerto tributo a Bowie. Ogni anno durante questa manifestazione dedicano una serata ad un grande artista e quella volta avevano pensato a lui. Inizialmente espressi un secco rifiuto: il personaggio mi sembrava decisamente troppo grande, non mi sentivo all’altezza; è stato un no dettato dalla paura, insomma.
Poi, però, Mario ha insistito e mi ha precisato meglio i contorni della cosa: in pratica, nella stessa sera ci sarebbero stati omaggi anche a Beethoven e Debussy, con lo scopo di abbattere gli steccati, di unire artisti provenienti da mondi completamente diversi. Si trattava di un evento speciale e questo mi ha convinto a vincere i miei timori e a buttarmi.
Abbiamo preparato un set ridotto, visto che c’erano anche altre cose in programma: cinque pezzi di Bowie più qualcuno dei miei brani; il tutto, nella cornice del Museo del Novecento, un contesto molto bello e suggestivo.
Evidentemente la cosa è piaciuta perché a dicembre ci ha chiamato anche il celebre teatro Metastasiodi Prato. E lì si trattava di una cosa grossa, con la partecipazione dell’orchestra, per cui abbiamo messo in piedi uno spettacolo che era già molto simile a quello che hai sentito tu.


Così il progetto ha preso piede. Poi però a gennaio Bowie è morto, prendendo un po’ tutti di sorpresa e a quel punto mi sono seriamente interrogato se fosse o no il caso di continuare: come puoi immaginare, non volevo dare l’impressione di stare sfruttando un evento così. Stavo seriamente per rinunciare però, poi, è successo che ero già in ballo per una data a Rimini, i dettagli erano stati definiti e gli organizzatori, messi di fronte ai miei dubbi, mi hanno scongiurato di non abbandonarli (ride NDA)!
Nel frattempo ho notato che stavano nascendo anche un sacco di tributi a Bowie per cui ho pensato che non fosse il caso di farsi così tanti problemi…

Anche perché, scusa, tu lo sapevi benissimo che il tuo progetto era iniziato prima di gennaio. Voglio dire, l’importante è essere a posto con la coscienza, no? Chi se ne frega di cosa dicono gli altri…
Verissimo! Ma sai, io sono notoriamente molto bravo a complicarmi la vita da solo (ride NDA)!

Cosa succederà adesso? Ho visto che hai in programma altre date: sai già più o meno fino a quando andrai avanti?
Ci sono delle date già fissate e altre stanno venendo fuori. Non ho ipotizzato scadenze precise, credo che finché crederò di potermi emozionare io e di poter dare qualcosa al pubblico, andrò avanti. Amo profondamente quelle canzoni, mi gratifica davvero poterle cantare, per cui proseguiremo di sicuro. Per il futuro, quindi, staremo a vedere. Al momento si vocifera pure di una data a Londra: come vedi, ci sono un sacco di cose che stanno capitando e che si devono ancora chiarire…

Mi pare ovvio, a questo punto, chiederti qualcosa riguardo alla scelta dei brani: non dev’essere stato facile muoversi all’interno di un repertorio così vasto. Che criteri hai utilizzato?
Inizialmente la scelta è stata dettata dall’orchestra: abbiamo preso in considerazione quei brani che avessero una componente orchestrale significativa, dove ci fosse un tessuto sonoro che fosse adatto ad un quartetto, o ad un ensemble vero e proprio. Successivamente, ho provato ad individuare quelle che amavo di più ma, soprattutto, quelle che sarei stato in grado di cantare! Sai, io ho sempre cantato in italiano e non è così automatico farlo in inglese; in più, tante delle sue canzoni sono davvero ostiche, per uno che non sia madrelingua. Senza contare il fatto che Bowie aveva una capacità vocale straordinaria!

Che poi non è sempre un dato così evidente…
Già, ma ti assicuro che quando provi a cantarle te ne accorgi eccome (ride NDA)!
Comunque siamo partiti da una prima scaletta, ma abbiamo continuato ad aggiungere cose: è un progetto che deve essere in continua crescita, non può stabilizzarsi, altrimenti andrebbe incontro ad una parabola discendente. Adesso mi piacerebbe mettere dentro più brani dal periodo berlinese, che è anche il mio preferito. Però non sarà facile, dipende molto da quello che può essere eseguito dal gruppo intero o dal trio…

Quindi girate anche con una vera e propria band?
Sì, è la versione con l’orchestra, però di solito siamo con un quartetto e una band, nel senso che ci sono anche basso e batteria. Dipende dai posti: in quelli più piccoli, chiaramente, preferiamo muoverci con il trio.

Stai andando in giro con tuo figlio Francesco (di cui, tra parentesi, ho avuto modo di apprezzare l’ottimo lavoro coi Sycamore Age). Come è nata la vostra collaborazione? E com’è lavorare con il proprio figlio? Non si rischia una sovrapposizione di piani?
Devo dire che mio figlio l’ho sempre tenuto molto alla larga da me, perché non volevo “sporcarlo” con le mie cose, se hai capito cosa intendo dire. Volevo che avesse la sua strada come musicista, a prescindere da me e dalla mia carriera. Poi, però, mentre stavo registrando “Yuri”, lui e Davide Andreoni sono venuti a chiedermi di produrlo. Ero molto dubbioso, per tutte le ragioni che dicevo, però loro mi sono sembrati molto decisi per cui ci siamo messi d’accordo che avremmo provato con due canzoni per capire se avrebbe potuto funzionare. Sai, lavorare con un figlio non è automatico, per tutta una serie di ragioni. Invece è successo che ci siamo trovati benissimo e  abbiamo totalmente dimenticato la parentela che ci accomuna! Una cosa ha tirato l’altra ed è finita che hanno prodotto tutto l’album. In seguito, quando ho messo in piedi questo progetto, è stato abbastanza naturale coinvolgerli di nuovo.

Nel tuo passato ti sei spesso cimentato col concetto di “rilettura”: prima Ungaretti, poi il Qoelet, poi hai fatto “Yuri”, che comunque è la messa in musica di un tuo romanzo. Adesso ti stai occupando di David Bowie: come potremmo inquadrare questo progetto all’interno del tuo cammino artistico? Si tratta di una nuova fonte da rileggere, da interpretare, oppure hai semplicemente voluto fare un omaggio ad un grande artista?
Direi che si tratta di un qualcosa di più di un omaggio ad un grande artista: è un omaggio a me stesso. Vedi, io faccio questo mestiere perché il primo disco che ho ascoltato è stato “Diamond Dogs”. Da piccolo ascoltavo esclusivamente classica e jazz, perché quelli erano i gusti di mio padre. Poi, quando avevo 15 anni, mi sono imbattuto in “Diamond Dogs” e mi ha letteralmente sconvolto, sia per la copertina che per la musica! Suonare le canzoni di Bowie non è stato dunque solamente riprendere la vita di un artista, ma tutta la mia vita. E questo credo accada a chiunque lo abbia amato davvero. Quando canto certi pezzi io ripercorro quegli anni, anni di cui David Bowie è stato l’autentica  colonna sonora.

Hai lavorato con tantissimi artisti, nel corso della tua lunga carriera: da Gianni Maroccolo a Francesco Magnelli, a Massimo Fantoni; in più,importanti collaborazioni con gente del calibro di David Silvyan e Mick Ronson. Praticamente sei stato a stretto contatto con alcune delle figure più iconiche della tua generazione, sia in Italia che all’estero. Ti capita mai di pensarla in questi termini?
Di sicuro sono nato in un periodo fortunato, musicalmente parlando: è stato uno dei rari momenti in cui l’Italia era al passo coi tempi, con tutto quello che accadeva nel mondo musicale. Il periodo della New Wave ha pervaso anche il nostro paese per cui mi sono trovato a fare musica proprio in un contesto in cui c’era un grande fermento, contrariamente a quello che stiamo vivendo oggi. È stato inevitabile, dunque, conoscersi tra musicisti. Coi Litfiba dividevamo la stessa sala prove, nella storica cantina in via dei Bardi a Firenze; in un secondo momento si sono aggiunti anche i Diaframma. È stato un sodalizio di rilievo, eravamo tutti molto legati, è stato importante conoscersi, abbiamo tutti tratto linfa da quel particolare momento che stavamo vivendo. Poi certi sodalizi durano negli anni, ma se ti guardi indietro è davvero difficile capire come siano avvenuti. Io credo che ci siano dei fili invisibili che ci portano ad incontrare le persone, sono cose che accadono naturalmente…

In che senso?
Prendi tutte le collaborazioni che ho avuto: nessuna è stata cercata, sono arrivate magicamente, come se dovesse accadere esattamente così. L’episodio più interessante riguarda forse il mio incontro con David Sylvian. Lui era in Italia per suonare con Robert Fripp ha chiesto al suo manager, che poi era Paolo Bedini, di ascoltare alcuni artisti italiani che lui reputasse interessanti. Allora lui gli ha fornito tutta una serie di materiale tra cui anche i provini de “L’albero pazzo”, che era il disco a cui stavo lavorando all’epoca. E poco tempo dopo, dal nulla, è arrivata una telefonata in cui Sylvian mi diceva che era interessato a collaborare con me. Assurdo, vero? Quello tra l’altro era un periodo difficile per me: avevo il disco pronto da un po’, ma non me lo voleva pubblicare nessuno perché dicevano che era “troppo acustico”. All’epoca andavano altre sonorità, molto più elettriche, e quello che avevo per le mani non era considerato interessante. Una volta ufficializzata la collaborazione con Sylvian, ovviamente le cose sono andate diversamente: se non ci fosse stato lui, il disco non sarebbe mai uscito. Più in generale, ogni volta che ho tentato di tirarmi fuori, di smettere di fare musica (perché non te lo nascondo, nel corso degli anni ho incontrato davvero tante difficoltà e più di una volta sono stato tentato di gettare la spugna) è sempre accaduto qualcosa che mi ha ridestato facendomi trovare gli stimoli giusti per continuare… come se davvero, certe cose non succedessero per caso…

Che cosa mi dici invece di “Yuri”? Ormai sono passati due anni dalla sua uscita e sarai più o meno in grado di fare un primo bilancio: come ti sembra sia andato?
Purtroppo non è andato come speravo. Anzi, è stato indubbiamente il disco che ha avuto più difficoltà a farsi ascoltare, a dare dei risultati soddisfacenti. Quindi non sono contento, però non è un’esperienza che cancellerei: sono stato felicissimo di avere scritto quel romanzo perché è una storia che avevo da tempo e alla quale tenevo moltissimo. Il libro è nato prima del disco e, contrariamente a quest’ultimo, ha funzionato molto di più. Pensa che in alcune scuole ci sono stati insegnanti che lo hanno fatto leggere ai loro studenti e che mi hanno poi chiamato a presentarlo: sono state esperienze molto belle!

Probabilmente il disco ha pagato una scarsa immediatezza. È decisamente più ostico rispetto ad altri tuoi lavori…
Non è un disco facile, in effetti. È molto “libero”, per così dire e anche la produzione lo è, nel senso che Francesco e Davide hanno fatto quello che volevano veramente fare, senza buttare per forza l’occhio al mercato.
Nello stesso tempo, è anche il disco che ha reso evidente la crisi della musica che tutti stiamo vivendo: ho fatto pochi concerti, per dire. Però, spero che avrà una seconda chance in futuro: ho sempre fatto dischi che non sono legati alla moda del momento, ad una tendenza particolare. Qualunque cosa io abbia fatto, non c’è differenza tra ascoltarla adesso o tra dieci anni. In questo senso, “Yuri” potrebbe avere la sua occasione, in futuro.

Scusa la domanda banale, ma sono curioso: hai per caso un nuovo album in lavorazione?
Sto pensando ad un nuovo lavoro proprio in questi giorni e credo ci saranno delle sorprese, perché ho coinvolto nel progetto una persona parecchio interessante, che molti non si aspettano. Non posso dirti di più per ora, ma ti assicuro che sarà una bella scoperta…

A questo punto non resta altro che aspettare…

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Un pensiero riguardo “Andrea Chimenti – canto Bowie per un amore alla mia storia… – l’intervista

    Vladi ha detto:
    6 aprile 2017 alle 10:03

    Bella Intervista. E sicome parliamo di musica, mi sento di aggiungere un link di un brano di Andrea eseguito dal vivo https://www.youtube.com/watch?v=I6D6x3jUkjc

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