La necessità dei simboli, l’omaggio all’esploratore Bowie, immaginando l’ipotesi di Elvis Presley in un’isola con Jim Morrison! – l’intervista a Paolo Benvegnù

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Intervista di E. Joshin Galani

Sceglie “Ten” Paolo Benvegnù, per questa nuova copertina di “H3+”, l’ideogramma che raffigura il cielo, ma che significa anche paradiso.
E’ un album spaziale, dilatato, un inno agli aspetti alti e celestiali della vita. Le atmosfere sanno di infinito, di abbandono e amore, nei suoi significati più alti, celesti, appunto. Potrebbe essere una colonna sonora per un viaggio esplorativo nella natura, il suono parlerebbe lo stesso linguaggio, perché racchiude i principi naturali dell’universo.
E lo fa con eleganza, come atto d’amore per la vita, diluito nello spazio.
E’ Victor Neuer che ci accompagna in questo viaggio, conquistatore dell’universo, ci prende per mano sorvolando presente e futuro.

Incontro Paolo per la sua presentazione milanese dell’album, e sono veramente felice di poter aprire le porte del mondo concettuale, fantasioso ed emotivo che ha partorito questo disco.
Paolo è garbato ed attento, non si risparmia in tempo e parole.
Impossibile riportare tutte le risate, i confronti e divagazioni intervenuti, ma vi auguro comunque una buona lettura!

Da appassionata di arti orientali ho apprezzato molto la copertina di “H3+” dove è segnata, la molecola base dell’universo,  con stile pittorico da calligrafo del sol levante. C’è anche un kanji. Potresti scomporre l’ideogramma  per spiegarcelo, al di là del suo significato globale?
Grazie per questa domanda, nessuno l’aveva colto, pensavo di averlo celato bene, complimenti! Lo scompongo in tre parti…

Ah il tre è il numero taoista…
Ma allora tutto il celato è incelato! (ride) Anche noi occidentali abbiamo il misticismo del tre, io lo scompongo così: tutta la parte alta, legata ai pezzi Macchine, Quattrocentoquattromila, Slow Parsec Slow,  è lo sporcare il cielo, una cosa molto umana.
La parte in mezzo, degli archi, è legata all’inizio e alla fine, ossia a Victor Neuer e No Drinks No Food .
Quella sotto è il resto del disco…
Ho letto un libro di Ezra Pound, è molto interessante la sua spiegazione di quell’ideogramma, mi ha molto colpito l’interezza del significato.
Fantastica questa domanda… ho sempre delle secondo o terze chiavi di lettura, mie personali, ne ho bisogno per fare in modo che i simboli aiutino il contenuto. Noi uomini abbiamo bisogno del simbolo per qualsiasi tipo di attività.

Sì, all’interno c’è l’ideogramma di uomo
E poi c’è la parte celeste…

Si sente. Rimanendo in ambito del tre, nella divisione simbolica dell’uomo, tra la parte bassa, minerale di radicamento, quella centrale delle emozioni e quella alta spirituale, questo disco lo trovo collocato nella parte alta, nella parte celeste…
Ti ringrazio, è un grande complimento, sì, l’intenzione era quasi di purificazione…

Paolo, non possiamo non parlare dell’omaggio a David Bowie di Good Bye Planet Hearth, sia come incipit musicale, che parzialmente nel testo…
Sì, decisamente! Avevo scritto il pezzo prima che dipartisse, poi ho temuto potesse sembrare un’operazione nostalgia.
La cosa bella con David Bowie, è che la sua storia sia senza fine.
E’ un omaggio all’uomo, all’artista, all’esploratore, un esempio lampante di tutto ciò.
Ritengo che un esempio straordinario di esploratore sia un tipografo, che, abitando a Città Di Castello, vedo quotidianamente. Lui ogni giorno va in tipografia, dove le macchine non funzionano più, si mette il camice, sta lì, tutto il giorno a far niente, è l’esploratore del vuoto. Il brano è quindi un omaggio anche a questo tipografo, così come è un omaggio a un bambino che ho visto quattro ore fa mentre tirava il braccio della sua mamma, l’altro braccio slanciato verso il cielo… è un omaggio a tutto ciò che possa essere trascendente…

In questo testo c’è una frase ad effetto, “disobbedire alla disobbedienza”; l’essere altro, diverso, disobbediente, anticonformista, indie, è ormai qualcosa di comunque a sua volta allineato?
In parte sì, in questo momento storico, c’è questo, ma c’è anche altro. Disobbedire alla disobbedienza è qualcosa che ha a che vedere con noi come essere cellulari, come essere senzienti. Prima di esserlo, c’è l’essere senziente di ogni piccola cellula, la quale, solo quando trova l’humus giusto, si riproduce e trasmette informazioni; quella è un’obbedienza cieca, una legge fisica.
Per me significa non accorgerci che spesse volte ciò che noi confondiamo con orgoglio, forza di volontà, senso di sé, sottende ad una legge. Noi siamo su questo pianeta, per fortuna ci sono le condizioni per cui le nostre cellule, al posto di evaporare, trovano modo di riprodursi. Noi sottendiamo da quello, non siamo niente, siamo un insieme di cellule e comandano loro.
Un grande privilegio dell’essere in vita è dato dal fatto che milioni di organismi muoiono per fare in modo che noi viviamo. A proposito di causa ed effetto, come facciamo a non tenerne conto?
L’unica cosa che dobbiamo capire è che c’è una resa felice a qualcosa che è una causa, noi siamo l’effetto.

 

Parlando con amiche più giovani di me, commentavo che il tuo album parla e piace dai 40 anni in su, perché contiene delle realizzazioni di vita che prevedono un percorso vissuto per entrarci dentro, io lo trovo un album illuminato…
Questo non te lo so dire, ti ringrazio, per me è lo studio del vuoto…

Esatto, intendo proprio l’abbandono dell’io, che trovi solo abbandonandoti e coltivando il vuoto…
Hai ragione, io non so se ci sono arrivato, la bimba (Paolo è diventato papà da poco ndr) mi sta mettendo a dura prova.

Io non sapevo che tu fossi diventato babbo, ma quando ho ascoltato l’album, ho pensato che doveva essere successo qualcosa di molto, molto importante, per creare un disco come uno squarcio luminoso, così netto…
E’ stata confermata una mia teoria, che noi uomini siamo impotenti, cioè voi donne siete anche dei miracoli di biomeccanica, non soltanto portatrici di creazione di luce nel mondo, da trattare in maniera molto più alta e ampia. La cosa più importante che ho visto, l’utero diventare un ponte levatoio, succede soltanto in quelle condizioni, non è una cosa abituale. Vedere la mutazione della mia compagna, del corpo, che dura mesi, ma quella cosa succede solo lì, è veramente un miracolo, una creazione assoluta. Quello è il trascendere e la cosa incredibile è che ce l’avete soltanto voi. Come fai a non essere felice, a non aver gioia, squarci di identità con questa consapevolezza?

Prima parlavamo di esploratori. Apre l’album “Victor Neuer”: ci racconti di questa figura pretestuosa che hai utilizzato per parlare dei vari argomenti del disco?
Corrisponde alle parti migliori delle persone che ho conosciuto, e sono state tante, mi considero molto fortunato.
Nel mio piccolo, anch’io trovo qualcosa che mi parla dello sconosciuto in me. Per me Victor Neuer, non è molto diverso da un mio amico che non c’è più e che era veramente un grande esploratore. Anche se viveva solo sul lago di Garda ed andava in motoretta, era nello sguardo ulteriore che aveva, la sua esplorazione.
Come tutti, conviveva con la mostruosità, non sempre riusciva a scegliere la parte migliore, ne potremmo parlare per mesi. L’ho immaginato vivente e sbagliante, umano, errante, e poi lentamente ed inesorabilmente intero come l’acqua; l’acqua la vedo intera nel dissetare. Quando penso alla purezza di una sorgente, la valuto in termini di potenzialità di donare vita.

“Olovisione in parte terza” nella scelta del titolo mi sembra ci sia il filo conduttore di questo album, il senso dell’uomo come uno, intero ed il valore dell’amore con forza propulsiva ed energetica…
Decisamente sì, il carburante amoroso l’avevo affrontato anche in altri temi, a-mors non morte! Hai perfettamente ragione quando dici che l’amore è proprio il senso propulsivo del movimento degli uomini, nel caso di questa canzone, non solo la ricerca dell’uno, della propria identità. Non esiste soltanto il confronto con l’altro, ma anche – per certi versi – l’uomo ed il suo contrario. Non è più una lotta a due, piuttosto una lotta a tre, quella che ha a che vedere con la terza parte. E’ come un film interattivo dove il protagonista si innamora dell’attrice irraggiungibile perché impalpabile, le parla, ma si tratta di follia amorosa. Olovisione in parte terza è un piccolo avviso di quello che sta capitando adesso, gli essere umani stanno più attenti alle telecamere che li guardano, piuttosto che alla propria interiorità.

“Slow Parsec Slow” mi pare la versione universale dell’uomo, canzone spirituale dell’amore per il cosmo, ma anche una nuova collocazione dell’uomo nell’universo, uno spogliarsi delle amenità e riconoscere il valore della luce, come comprensione profonda di se stessi…
Assolutamente sì, sono i prodromi del voler diventare materia, riconoscere la luce come unica unità di misura. Questo significa pensare al tempo non solo come percezione del tempo elastico, rapportato alle nostre attività e passività, ma legato alla luce. E’ l’istinto prodromico dell’accettare serenamente una trasformazione delle molecole in essere umano, a particella, a sciogliersi nella materia. Questa era l’dea, non so se sono riuscito a renderla capibile!

“Boxes” forse è il brano più scuro rispetto agli altri, ha dei rimandi musicali al Nick Cave degli anni 90, qui nel testo il movimento umano è all’interno, nelle proprie debolezze e nei viaggi irreali, piuttosto che nella comprensione luminosa della vita…
Sicuramente sì, fa parte di un percorso iniziatico, nel momento in cui cerchi il vuoto che è in te, hai delle chance per poter espandere la tua percezione verso il vuoto ulteriore. Gli abissi che abbiamo dentro di noi sono per certi versi insondabili. Sono quelle sensazioni che noi percepiamo come vuoto, in dimensioni ulteriori rispetto al nostro, dove non arriviamo proprio per comprensione…

Lì si tratta di abbandonare se stessi per fare il vuoto, ci riusciamo solo così…
E’ esattamente questo, per cui è vero che “Boxes” ha un pragmatismo del vuoto. La metafora è il viaggio per trasportare delle fantomatiche materie prime che possono essere sublimi o terribili, dalle armi, al cibo in scatola…

Grande enfasi, che supporta il senso spaziale e celestiale dell’album è l’uso degli archi, ma complessivamente trovo un lavoro compositivo eccellente. La registrazione è stata fatta in Slovenia, in presa diretta, mi parli della realizzazione globale del disco?
La cosa divertente è stata il lungo periodo di costruzione e sedimentazione del disco, un anno e mezzo di lavoro e ricerca sulla parola, un metalinguaggio per certi versi. Ci sono due o tre chiavi di lettura. Nella realizzazione invece è andato tutto più velocemente e in modo naturale, abbiamo registrato in diretta, un po’ stupendoci del fatto che l’insieme scorresse in maniere semplice, senza problemi. Siamo stati un po’ “stuporosi”! Ci siamo resi conto del valore del materiale e soprattutto di quello che ci stava sotto, proprio quando abbiamo registrato. Io prima avevo dei dubbi sul senso dei pezzi…

Forse avevi bisogno di realizzarli insieme…
Sì, avevo bisogno di realizzare tutto insieme ai miei compagni in maniera fisica. Da “stuporosi” siamo diventati molto contenti. La fase di mixaggio l’ha seguita Michele Pazzaglia, il nostro fonico che è anche uno del gruppo, ci da sempre un sacco di dritte, di “pennellate” sui brani, è stato molto bravo e coerente.

Chiudi in “No drinks no food” con “Rinasceremo ancora come luce nel riflesso di un diamante”.  Qual è la tua visione – credenza del dopo vita?
Io penso che non ci sia nulla. Noi sbagliamo il concetto di nulla, nulla è tutto, adesso. E’ la verità, è bellissimo. Siamo sbilanciati perché abbiamo troppi sensi. Paradossalmente, diventare un essere è tutto un senso, non è confortante, l’accezione dell’uomo occidentale.
Siamo fortunati a vivere questo qualcosa, e a poter vivere quel nulla che è tutto… io non vedo l’ora… beh più avanti possibile…(ride)

Il comunicato stampa cita una leggenda, racconta del fatto che ogni molecola di H3+ sia in realtà la reincarnazione di un essere umano, mi parli di questa proposta intuitiva?
Perché sono ateo ed essendo ateo credo a tutto. Se è vero che miliardi di persone credono nella metempsicosi, perché io non posso credere a questo? E’ anche un po’ ironico, ma sono abbastanza convinto di questo, la trasformazione dei nostri corpi, i nostri pensieri, gli sguardi che abbiamo… dove vanno a finire? Ci sarà un deposito! Gli accendini Bic e le biro Bic che non si trovano più, ci sarà un posto che li raggruppa! Perché no? Essendo ateo devo credere a tutto, anche al fatto che Elvis Presley sia in un’isola con Jim Morrison!

Crediti immagini:
[1,3,4] Gabriele Spadini

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2 pensieri riguardo “La necessità dei simboli, l’omaggio all’esploratore Bowie, immaginando l’ipotesi di Elvis Presley in un’isola con Jim Morrison! – l’intervista a Paolo Benvegnù

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