Colombre @ Ohibò, Milano – 15 aprile 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini

Nei suoi scritti Buzzati ha parlato sempre e solo della stessa cosa: il senso della vita, se anche c’è, è precluso agli uomini. La felicità esiste, certo; esiste quella circostanza fortuita, quel volto amico, quell’oggetto, quel luogo nascosto, che te la potrebbe garantire. Ma l’uomo, qualunque uomo, non lo scoprirà mai. Troppo distratto, troppo perso nelle sue sterili preoccupazioni quotidiane, eccessivamente noncurante. E così spreca la vita, parafrasando il finale di “Uno ti aspetta”, uno dei suoi scritti più affascinanti.

E chiunque sia stato costretto dal proprio insegnante delle superiori (o delle medie, che è ancora peggio) a leggere “Il deserto dei Tartari”, lo sa bene: la vita è una lunga e noiosa attesa di un qualcosa che non arriva mai; e quando arriva, è ormai troppo tardi.
Chissà cosa è successo a Dino Buzzati, alla fine della sua vita. Chissà se ha veramente raggiunto quel compimento a cui anelava. Di sicuro c’è che le tante cose che ha scritto hanno stregato milioni di lettori e continuano a farlo, segno che la letteratura sa sempre toccare le corde più intime dell’animo umano.

Tra gli ultimi colpiti dallo scrittore bellunese c’è anche Giovanni Imparato, che dopo aver realizzato una manciata di dischi coi Chewingum (tra cui anche un Ep intitolato “Il disco si posò”, giusto per mettere in chiaro che Buzzati era già da tempo parte della sua vita), dopo aver suonato assieme a Maria Antonietta (che è anche sua compagna nella vita), ha deciso di lanciare il suo progetto solista. E l’ha chiamato Colombre, come il misterioso mostro marino che la leggenda diceva scegliesse con cautela la sua preda e la seguisse in capo al mondo per divorarla, mentre in realtà voleva solo consegnarle la perla che garantiva la felicità perpetua. Ma questo, Stefano Roi, protagonista del racconto, lo scopre solo alla fine, quando ormai è troppo tardi. Tipico di Buzzati, quindi, ed è una suggestione che Giovanni ha forse colto nel momento di pensare al monicker. Come se avesse fretta di fissare queste canzoni su nastro (esistono ancora i nastri?) prima che sparissero per sempre.

In effetti questo è un disco scritto e registrato in fretta, come lui stesso ha spiegato. Verrebbe da fare battute facili sulla cultura scazzata del Lo-Fi tipica dell’ultimo “Indie” italiano, ma forse è meglio affermare che se un’idea funziona, non è necessario starci sopra mesi interi, per renderla ancora più funzionante.
“Pulviscolo”, questo è il titolo del disco d’esordio, è stato preceduto da un consistente battage mediatico, segno che Bravo Dischi, l’etichetta che l’ha pubblicato, sapeva di avere tra le mani un prodotto dall’alto potenziale.
È un album che dura appena venticinque minuti, distendendosi per sole otto canzoni, e che ha dunque il sapore di un discorso che non si vuole tirare troppo per le lunghe, che si vuole fare in fretta prima che le parole che si hanno nella testa si trasformino in qualcos’altro e perdano il proprio significato.
Non c’è un legame esplicito tra il racconto che ha ispirato il monicker e i testi delle canzoni. C’è semplicemente un non so che di nostalgico, il senso di un qualcosa che si è perduto per sempre ma che forse, in fin dei conti, non vale più la pena recuperare. Da quello che il suo autore ha dichiarato nei giorni precedenti l’uscita, si tratta di materiale autobiografico, relativo ad un periodo recente della sua vita. Non è però dato di sapere che cosa è successo: ci sono tante immagini e manca un vero e proprio filo logico. Meglio così, in fin dei conti: la scrittura di una canzone non è una seduta di psicoterapia, ma una confessione da cui poi ognuno prende ciò che gli pare.

Si tratta di un bel disco, in fin dei conti. Giovanni è una penna vivace, molto concreta, dall’alto potenziale melodico, in così poco spazio disponibile ha saputo mescolare stili e apporti disparati, realizzando una manciata di brani che sono, tra di loro, veramente molto variati. Si va dall’apertura della titletrack, che ricorda un po’ Dente e un po’ Colapesce, a “Blatte”, che deve qualcosa a Battisti e che è pure impreziosita dai cori di Jacopo Incani (leggi, Iosonouncane), amico di lunga data dell’artista marchigiano.
In mezzo abbiamo il Funk di “Dimmi tu”, il rock ballabile di “Sveglia”, o le suggestioni acustiche di “Deserto”, che chiude tutto quasi in punta di piedi.
Potrebbe essere l’ennesimo esordio dell’ennesimo cantautore italiano, potrebbe essere invece qualcosa di più, l’inizio di un percorso che ancora non si intravede del tutto, ma che potrebbe regalare sorprese.

Lo abbiamo visto all’Ohibò di Milano in occasione di una delle prime date in supporto al disco. Era la notte di Pasqua e nonostante le vacanze, il locale si presentava piuttosto imballato.
Il nostro si è esibito assieme ad una band di tre elementi (tra cui c’era il fido bassista Carta, che lo ha accompagnato anche in studio), ha suonato le sue canzoni con un piglio energico e concentrato, puntando molto sulla resa vocale, che in effetti colpisce. Diversi registri e anche una certa potenza, in possesso di più mezzi espressivi rispetto a quanto abbiamo modo di sentire in questi tempi da diversi suoi colleghi.
I vari episodi non sono stati molto arrangiati (come del resto accadeva anche nelle versioni registrate) e hanno visto ora la predominanza delle chitarre, ora delle tastiere e del Synth, con Giovanni che è passato dall’una all’altro con grande disinvoltura.
Il suono è stato più robusto, come era lecito immaginare, le cose maggiormente più rock come “Sveglia”, “Bugiardo” e “Dimmi tu”, sono diventate facilmente il punto di partenza per alcune dilatazioni strumentali che non rappresentano niente di che, ma che sono risultate efficaci nel contesto generale.

Tra un brano e l’altro, Imparato ha ringraziato e detto qualche parola di presentazione al pezzo, sempre con un tono effettato, ironicamente drammatico (almeno, così a me è sembrato) che ha contribuito a creare la parodia di un rocker un po’ bohemien.
Nel complesso, si può dire che dal vivo i brani di “Pulviscolo” siano diventati più densi, sostanziosi, con linee vocali che hanno rivelato tutta la loro efficacia.
Nel finale, due brani dei Chewingum: “Anna è una scintilla”, suonata da solo alla chitarra e la popolare “Svastiche”, proposta assieme a tutta la band e cantata da molti dei presenti.
Poi, pur non essendoci più niente di preparato, il pubblico non ha voluto comunque andarsene, e allora non è restato che rifare “Dimmi tu”, che ha messo così la parola fine su una nota allegra e movimentata.

Un bel concerto, in fin dei conti. Senza troppi sussulti, senza nessun orpello o sofisticatezza. Il progetto Colombre è musica suonata con strumenti tradizionali, che insegue la scia del cantautorato nostrano e non, guardando molto alla tradizione e avendo come unica urgenza quella di comunicare esperienze. Se ci sia riuscito forse è presto per dirlo: “Pulviscolo” è un esordio convincente, dal vivo ci è piaciuto, ma occorre far sedimentare bene queste canzoni e, perché no, aspettare il prossimo disco, prima di poter dire di aver di fronte una nuova voce capace di fare la differenza.

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