Quattro Quartetti @ Tambourine, Seregno (Mb) – 8 Aprile 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini

Con il loro “Quattro QuartettiEmidio Clementi e Corrado Nuccini hanno davvero realizzato qualcosa di grande e importante. Dare voce ad un poeta come Eliot e ad una delle sue opere fondamentali, rileggere quel manifesto sul tempo, la memoria e la speranza, con l’aiuto di soluzioni musicali così distanti dallo spirito originario del testo e dal clima culturale che lo ha generato, ma allo stesso tempo così in grado di valorizzarne l’intima essenza.
Vederlo dal vivo era un’esperienza praticamente obbligata, per me che amo loro e che sono stato conquistato dal fascino di questo progetto.

Siamo al Tambourine di Seregno, luogo accogliente e piacevole, da sempre teatro di eventi importanti in ambito rock, che aveva già ospitato la coppia durante il reading de “Le ragioni delle mani”, che fu anche quello che aveva inaugurato la loro collaborazione.
L’allestimento dell’interno è stato giustamente pensato per uno spettacolo di questo tipo: sedie e tavolini ai piedi del palco mentre ai lati, le due pareti bianche vengono lasciate libere per proiettare le belle illustrazioni tratte dal booklet del cd.
Un set di luci semplice ed essenziale, sempre piuttosto basso, ad evidenziare sulla scena i due protagonisti: Clementi a sinistra, nel suo solito completo giacca, cravatta e cappello; Nuccini a destra, che si divide tra laptop, synth, chitarra e strani strumenti a percussione.

Si va dritti al punto, eseguendo i Quartetti nella loro interezza (nella selezione dei brani riportati sul disco) e il clima si fa subito etereo, sospeso.
La voce di Mimì è in grado di far accadere le parole nel momento stesso in cui vengono pronunciate, il tono teso, drammatico, urgente, si fonde con l’ossessività della musica (soprattutto all’inizio). I versi di Eliot, con la loro inaudita potenza, compiono l’opera: il pubblico è completamente soggiogato. Non è facile comprendere quel che viene detto, perché la sua poesia possiede un carattere di ostinata impenetrabilità, decisamente insormontabile per chi non si fosse preparato adeguatamente a casa.
Eppure, allo stesso tempo, c’è un fascino, un magnetismo che è impossibile non riconoscere. Ragion per cui, durante tutta la durata dell’esecuzione, si rimane come sospesi, non esistono più il tempo di prima e il tempo di poi, per parafrasare il contenuto del primo quartetto, ma si resta imprigionati in un eterno presente.
Aiuta anche la voce di Eliot, certo, che viene riprodotta all’inizio di ogni composizione e che sfuma poi nel recitativo di Mimì, con un effetto alquanto suggestivo.

Gli applausi arrivano solo alla fine, come in un concerto di musica classica, quando c’è silenzio tra un movimento e l’altro: il poeta inglese, che aveva concepito quest’opera proprio come una composizione musicale, potrebbe dunque ritenersi soddisfatto.
Nel finale (Come si fa a non concedere un bis? Anche perché l’insieme non è stato poi così lungo) Mimì ci racconta di “The Dry Salvages”, il suo quartetto preferito. Parla di mare, dice, e lui è, in un certo senso, un uomo di mare. Racconta infatti di quando si trasferì con la famiglia da Ascoli a San Benedetto del Tronto, nel 1970 (aveva allora tre anni). Pochi giorni prima una nave era naufragata proprio in quelle acque, lui ricorda ancora i discorsi cupi degli uomini e l’atmosfera tetra che vi si respirava.

Viene quindi letta, con tanto di accompagnamento musicale, anche la parte di questa composizione che sul disco era stata tagliata, vale a dire il secondo e il quarto movimento. Finisce dunque così, con questa bellissima preghiera alla “Signora il cui santuario sta sul promontorio”, con l’esortazione a pregare per “tutti quelli che sono in mare”, per “le donne che han visto i loro mariti e figli partire e non tornare”, per quelli che “il viaggio finirono sulla sabbia” o “dovunque raggiungerli non può l’eterno angelus della campana del mare”.

Non si riesce a non pensare che ci siano dentro anche quei morti di quel naufragio, nel lontano 1970 e magari anche tutti quelli di questi ultimi anni, troppo spesso cancellati dall’indifferenza un po’ cinica di chi desidera solamente andare avanti con la propria vita.
È stato un momento importante, quello di questa sera. Perché ci ha ridonato la fede nella parola poetica, quella parola che, anche laddove non sia razionalmente spiegata, possiede comunque la facoltà di far accadere qualcosa davanti ai nostri occhi, di rendere percepibile, intuibile, il mistero dell’esistenza, facendoci venire voglia di comprenderlo, di afferrarlo in qualche modo.
Bisogna ringraziare Emidio Clementi e Corrado Nuccini per essersi presi il rischio di tentare un esperimento del genere. Ascoltate questo disco e leggetevi questo testo. Quando avrete finito, vorrete più bene al mondo e a voi stessi, credetemi.

 

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