Dinosaur Jr. @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – 11 luglio 2017

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Articolo di Simone Nicastro immagini sonore di Stefania D’Egidio

Poi venne la pioggia. Un paio di canzoni in bilico tra oscurità e nuvoloni fino ai primi scrosci e infine il “penetrante” temporale estivo milanese. Sarà costante per quasi tutta la durata del concerto.
Una frase per mettere in chiaro fin da subito che è stato bellissimo. I tre dinosauri hanno suonato per un’oretta e mezza scarsa in condizioni quasi al limite, ma a nessuno dei presenti è balenata l’idea di potersi sottrarre al loro show. Impossibile abbandonare quel piccolo “grande” spazio davanti al “palchetto” del Carroponte mentre per l’ennesima volta si rinnovava il miracolo che da più di trent’anni i Dinosaur Jr. fanno accadere quando imbracciano i loro strumenti e suonano come fossero ancora nella loro prima sala prove.

Negli anni 90 tra gli adolescenti che ascoltavano rock alternative americano si era soliti affermare all’uscita di ogni nuova canzone dei Dinosaur Jr. che “J Mascis is God”. E’ assolutamente vero che Barlow è un genietto trasversale e Murph un treno sempre in corsa, ma la chitarra di Joseph Donald non solo è il tratto distintivo della band, è praticamente il termine di paragone con cui tutti i chitarristi della scena, da lui in poi, si sono dovuti confrontare. Anche quelli tecnicamente più talentosi e versatili di lui. Un mood magico che sorregge una intera “straordinaria carriera” e, cosa non da meno, quella sua voce così flebile da eterno adolescente.

La band ci tiene a far capire di essere ancora viva, con lo sguardo proiettato al futuro tanto che ad un anno ormai dalla sua uscita l’album più saccheggiato rimane comunque l’ultimo pubblicato “Give a Glimpse of What Yer Not” con una “Goin Down” a dettare il clima generale, “Lost All Day” da antichi sapori 70’s e la ballata malinconica “Knocked Around” verso il finale del set.
“The Wagon” tratta dallo storico “Green Mind” (alzi la mano chi non ricorda almeno la straordinaria copertina) fa sobbalzare i presenti dalle prime note. Le leggendarie “Little Fury Things” e “Feel The Pain” sono uno squarcio emozionante sul passato personale di chi scrive e della maggior parte del pubblico presente, fino ad arrivare a quelle “Freak Scene” e “Gargoyle” che, nonostante i trent’anni passati dalla realizzazione, non hanno perso un briciolo della loro grandezza e originalità.

I tre comunque non disdegnano nessun periodo della loro storia, proponendo brani di anni e album differenti, tralasciando praticamente solo quel “Beyond” che nel 2007 li aveva riportati (in grande stile) agli onori della cronaca musicale dopo una pausa di 10 anni (in realtà di più se si parla della formazione storica).
Da una “Watch The Corners” tirata e ironica, a una “Start Choppin” imbevuta degli albori del grunge, passando dall’improbabile singolo 2016 “Tiny”.
Con la loro indolenza tipica, i tre parlano poco e suonano rigorosi tutta la loro scaletta, con bis d’ordinanza per la cover dei Cure “Just Like Heaven” e una monumentale “Sludgefeast” a chiudere. Noi senza un centimetro non bagnato e loro ancora tra gli ultimi simboli di una generazione rock indimenticabile.

 

 

 

 

 


 

 

 

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