A me la musica non mi molla, se non canto sto male – intervista a Mara Redeghieri

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Foto di Alessandro Pizzarotti

 

Intervista di E. Joshin Galani

Fuggo da una calda Milano per spostarmi in Brianza, dove felicemente respiro freschezza. Vado ad incontrare Mara Redeghieri, ex voce degli Üstmamò. Sono immensamente felice, c’è un pezzo di storia musicale che si intreccia con la mia personale. Dopo quindici lunghissimi anni di attesa, Mara è tornata con “Recidiva” il suo primo curatissimo ed emozionante album solista, accolto con entusiasmo da chi non la conosceva e dai vecchi fan.
Avevamo già avuto modo di chiacchierare in altre occasioni; la ritrovo dolcissima, frizzante, cristallina, empatica. Abbiamo riso come matte, come quando le donne si incontrano, si riconoscono,  si raccontano e lo fanno con la stessa energia.

Ecco svelata Mara, in tutta la sua bellezza d’animo…

Ci sono tanti aspetti nel tuo portar musica e voce, ma mi piace riassumerli in tre S: “Sociale, Sensuale e Sensoriale”…
beh, mica male…

Tre dimensioni che ti appartengono da sempre, è questo il tuo essere Recidiva?
Dispettosa sei! (ride) Riguarda un’altra sfera del mio vissuto, che ha voluto dire parecchio, nel male e nel bene. Riguarda anche uno stato di malattia, che mi ha permesso di irrobustirmi parecchio, diventare più combattiva, sfidante. Le malattie sono le sfide più estreme, vieni aggredito dal tuo corpo, per combattere ci vuole robustezza. In “Recidiva” c’è una robustezza che riguarda il mio spirito, come dici tu sono uguale, sono la stessa che lavorava con gli Üstmamò, ho segnato il mio sentiero più importante dentro questa esperienza. In “Recidiva” torno sui miei passi, ma li voglio fare meglio, voglio capire meglio come si fa a conquistare questo territorio della creatività, sincerità, e del parlare in maniera amorevole con le persone, non essere aggressivi. Mi piacciono le persone amorevoli, che mi raccontano con cura, facendomi percorrere con le parole quello che loro hanno percorso, ci tengo a stabilire con il pubblico un rapporto di conversazione.

In “Pestifera” dai un’immagine di te in cui ti prendi molto in giro per le tue reazioni esagerate, come se ti vedessi da fuori; mi ha incuriosito che tu abbia scelto lo stesso sottotitolo di “Lepre”(vecchia canzone degli Üstmamò ndr)
Devo molto alla mia storia precedente, le citazioni sono tributi. Da quindici anni ho terminato il mio rapporto musicale con gli Üstmamò e sono quindici anni che le persone si chiedono cosa sto facendo. Sono anni che provo degli innervosimenti senza senso, questo innervosirmi sfodera le mie qualità negative, l‘isteria il non portare pazienza.

Beh sì, è nata una pagina tempo fa su Fb “Che fine ha fatto Mara Redeghieri”…
(Ride) a questo punto ve lo dico!

Sono in molti che si chiedono ancora adesso perché si sciolsero gli Üstmamò…
Sono stati quindici anni pesanti, non facili, ma voglio sottolineare che questa esperienza è stata fondante.
Nel mio percorso di quindici anni sono finita in un buco. Noi ci siamo sciolti perché le cose finiscono, finisce l’amore, i genitori, i figli. Ci dobbiamo abituare, io per prima, a non chiedere le stesse cose alla vita, non arrivano. Bisogna accettare nella grazia e nella disgrazia, quello che abbiamo nel carniere, non lamentarci.

Mi sembra una lettura di vita molto consapevole…
In questi quindici anni mi sono domandata: cosa chiedo alla musica? Cosa voglio cantare? Me lo sono chiesta anche alla fine del percorso con gli Üstmamò, questa è una ragione. Io non sapevo più cosa cantare, mi piace scrivere canzoni, ma non trovavo più i fili conduttori della passione e della creatività assieme a quel gruppo di musicisti. E’ stata durissima, molto doloroso. Avevo ottenuto delle cose a trent’anni che poi ho dovuto riconquistare. In questi anni ho capito che per me è importante cantare, ma in maniera fedele a me stessa, anche musicalmente. Il blues non mi appartiene, l‘inglese non mi appartiene. A me la musica non mi molla, se non canto sto male.

Ma l’inglese lo insegni!
Lo insegno ma lo odio (ride) E’ la lingua dei colonizzatori e dei potenti, guarda che mondo ci stanno apparecchiando…

In questi anni hai fatto delle ricerche linguistiche sulle canzoni…
Sì, sono tornata a casa. Come sempre sono tre le riflessioni importanti, le mie radici i miei legami, le passioni che sei obbligata a coltivare… se no…andiamo al mare, ma poi ci si scotta troppo (ride)

Il tema dell’economia ed il suo riflesso sull’uomo ti è sempre caro, lo troviamo in “Cupamente”. Qual è il tuo rapporto con i soldi?
Quello che ho spendo, ma non sono indebitata, non ho mai messo via una lira, non me ne importa particolarmente, non è la mia priorità avere una buona situazione finanziaria, preferisco essere ricca di entusiasmo, passione per quello che mi circonda.

L’altra S rispetto alle tre che citavo primo, potrebbe essere quella di “Strump, brano fortemente dedicato. Secondo te in ognuno di noi alberga un atomo di spirito tamarro?
Sì, è vero. L’avevo intitolata Gnomo, ma non mi piace intitolare la canzone e recitare subito il titolo. Mentre completavo il brano, è stato eletto il presidente degli Stati Uniti, mi son detta beh, colgo l’occasione, qualcuno che può ben rappresentare…(ride). Comunque sì, dentro di noi alberga un piccolo tamarro, ma noi possiamo farlo crescere, innaffiandolo, l’importante è non coltivarlo (ride).

Non c’è solo pop nell’album, c’è spazio anche per il recitato. “Nella casa” è una canzone teatrale, anche filmica, molto evocativa di tutto quello che racconti. C’è un senso di appartenenza al luogo, innanzi tutto come linea genealogica, con l’alternarsi delle voci delle diverse età. La casa è un essere vivente, c’è la spiritualità del sacro femminile, e nonostante le contraddizioni raccontate, emerge forte la devozione…
Sì, a quella casa devo venticinque anni di permanenza, e ne ha viste delle belle! Fortuna che le case non parlano, guardano perplesse, ma non dicono niente! La casa è una cosa che ti contiene, come il corpo, la casa costituisce una specie di piccolo tempio di te stessa, la casa parla di te, come il corpo che coltivi. Casa e corpo vanno coltivati, amati ed anche un po’ adorati. Bisogna rendere omaggio ai nostri contenitori, sono i posti dove rifugiarsi, dove creiamo il nostro silenzio, le cose che preferiamo fare.
Ci sono posti per il nostro spirito che ci governano e ci aiutano a stare meglio, alla mia casa devo parecchio.
E’ vera questa cosa che dici, spesso mi sono arrivati complimenti dal mondo femminile proprio su questo testo.

Mi ha incuriosito la sequenza delle ultime tre canzoni: l’incarnazione del femminile universale di “Madre Dea”, l’incarnazione umana di “Io essere Umana” , l’incarnazione personale di “Recidiva”, come un passaggio dall’aspetto grande, cosmico, fino a quello singolare personale. Successione casuale o voluta?
Questa è una cosa bella che hai sentito tu. La sfera creativa di qualsiasi persona è bella perché parla di te. Le persone vedono un caleidoscopio dove loro si leggono, per cui spesso ho avuto degli intervistatori illuminati che mi hanno fatto un riassunto meraviglioso. Io non riesco a scrivere dei concept, non ci sono mai riuscita, mi concentro sul testo di una canzone, ci sono diverse fotografie, l’occhio è mio che imposta e raccoglie, però sì, lì c’è un blocco importante, che guarda me.

“Romantica Siderale” è in assoluto, la canzone più elegante e raffinata; i testi dell’album in quale periodo di vita sono nati?
La  più vecchia è “Cupamente”, è uno degli ultimi brani scritti per gli Üstmamò…

Si sente…
E’ scherzoso, ironico, un po’ cartone animato. Da lì sono ripartita ed ho attaccato “Augh”, mi sono riallacciata alla sfera politica nei termini più generici e alla natura degli esseri umani.

In “Augh” ho trovato il fatto di usare i verbi all’infinito molto stile Üstmamò …
Sì sì, lì il gancio c’è, non c’è verso, e sono i primi due brani. Sette anni fa è partito tutto… è stata una bella gara. Quando ti metti in canale creativo e sincero ti senti sicura di volere, ti si appiccicano le cose. Con gli Üstmamò si appiccicarono Ferretti e Zamboni, ora è successo di nuovo, con un produttore artistico che è Stefano Melone. Con lui è nata “Madre Dea”, testo che ho scritto per un documentario, “Al Cusna”. Uscito nel 2009, è stato fatto con due operatori di Bologna che si chiamano Ethnos, con loro abbiamo indagato sulle tradizione cantate dell’Appennino Reggiano.

Avevi scritto una canzone “Word Back” per la colonna sonora del film “Denti” di Salvatores, è un’esperienza che rifaresti?
Un livello fortuitissimo. No, la mia vera passione è lavorare con i miei musicisti, quando non mi viene permesso trovo sempre dei campi non sicuri. La cosa di cui vado più fiera sono le squadre che riesco a costruire, il gruppo è completamente nuovo. L’album è nato voce contrabbasso con Nicola Bonacini, per fortuna è arrivato Stefano Melone che ha dato respiro con le letture di archi, ed elettroniche.

Prima citavi Giovanni Ferretti, ti ha scritto per l’uscita di questo album, come dice lui, “dal sangue al cuore”…
Giovanni mi ha scritto un ringraziamento, e mi ha commosso perché  il legame che ho con lui è fraterno, materno, molto spirituale. E’rimasto commosso dal teaser di “Recidiva, asina mula creativa”,  dove riprendo l’amore che lui ha per questi animali e da lui ho ricevuto questo messaggio, che poi è stato postato.

Ha senso che il nome Üstmamò sia rimasto anche senza di te?
Mi è stato chiesto di poterlo usare dal fondatore degli Üstmamò Luca Rossi, per cui sì. La nostra storia l’ha costruita lui, non c’è verso, ha scelto il nome, la squadra e gliel’abbiamo permesso… Luca ha chiesto di lavorare con lui, sia a me che Ezio Bonicelli. Noi ci siamo sempre rincorsi in questi 15 anni, io ho proposto i miei progetti e Luca ha proposto i suoi, ma eravamo su percorsi diversi, mentre io seguivo percorsi di musica popolare, Luca seguiva il Blues… Gli ho detto: “ma tu dove abiti? A New Orleans?“ (ride)

Quando ci siamo incontrate due anni fa, mi avevi detto che c’era qualcosa in embrione, ti chiesi se poteva aver senso una reunion degli Üstmamò, la tua risposta fu: “Tu faresti l’amore con un tuo fidanzato di 10 anni fa?” Se ti proponessero una rimpatriata solo per una data la faresti?
Nooooo neanche morta! E’ come andare a cena con i compagni delle medie! Non ci vado!

Come ascoltatrice musicale, cosa ascolti, cosa ti emoziona?
Anche questa è una domanda tosta… ascolto molto la radio, mi piace perché è un ascolto facile, dove spero che qualcuno mi dia dei bei movimenti, spaziando. Io ho trovato questo John Vignola, lavora a Radio Rai1 e fa dei riassunti molto curati della storia della musica, fa ascoltare ragionando, come leggere un libro. Mi ha dato spunti di riflessione. Da sette anni a questa parte ascolto prevalentemente musica italiana, cantautori…

C’è un tormentone che dice che i cantautori hanno rotto i coglioni…
Poverini!!! Fanno quello che possono anche loro… e quelli invece che cantano quell’accidente di house rap non saprei neanche come definirla??? I fratelli di Fedez, Calcutta, questa generazione… beh loro sì che sbragano la minchia! Io mi devo rendere conto che esiste un impero della musica e certe radio te lo fanno ingoiare…

Tra i cantautori nuovi c’è qualcosa che ti piace?
Apprezzo moltissimo le scritture dei Baustelle, mi piace il loro cantante, mi piace sempre Carmen Consoli, anche Elisa è una grande interprete, mi piacerebbe molto scrivere per lei.

Tu hai scritto per la Nannini, così come ha fatto Giovanni,  ma questa cosa non è che emerga molto, mi è capitato ai concerti di Ferretti, quando canta “Amandoti”, sentire commenti:  “Ah questa è quella della Nannini”. Tu per lei hai scritto “Meravigliosa creatura”, ma passa per sua..
Non mi offendo, perché quando scrivo per altri non è la stessa cosa, io sono molto contenta che lei mi abbia scelta tra mille per darle una canzone, questi grandi autori ci danno una grossa mano, ci danno la possibilità di esprimerci con le loro modalità, che non sono le mie. Gli autori di testi sono sempre sconosciuti, attualmente c’è un divario tra chi scrive i testi e chi canta. La scrittura è una cosa silente, molto meditativa.

Cambia scrivere per te o per altri?
Sì, è un altro approccio, quello che scrivo per me,  lo scrivo sulla mia pelle, tutto stravissuto. Quello che scrivo per altri ha una specie di rispetto anche per loro, la voce di Gianna e la sua personalità non sono confrontabili con una persona così timida come sono io.

“Meravigliosa creatura” non l’hai mai cantata dal vivo?
No, io non la canterei mai, me lo hanno chiesto, ma non mi appartiene, è come un vestito cucito, ma non sul mio corpo. Se potessi nella mia vita scrivere una canzone per Vasco Rossi, io morirei!

Perché è conterraneo?
E’ simpatico, l’ho sentito anche dire cose molto profonde sulla musica, è un grande interlocutore, lo trovo molto comunicativo, col suo pubblico ha un rapporto presidenziale. Per cui, se riuscissi con le mie parole ad offrirgli un bel testo…

Hai mai pensato di insegnare canto?
No, non sono una brava insegnante, poi mi innervosisco, però ho fondato un coro di voci  femminili. Sono gonfia di orgoglio, quarantacinque femmine pestifere, con le quali ho fatto questo progetto, molto sentito, per far ricordare i canti popolari della loro terra, quelli da osteria, che non ricorda più nessuno. Posso insegnare cinquanta canzoni popolari a donne che non hanno mai cantato in vita loro, e portarle in giro per l’Appennino, ci adorano. Dentro questa ricerca di canzoni da osteria, sono emerse delle perle. Contro il piano bar offriamo questo servizio… (ride)

Ultima domanda sui tuoi live: bastano a se stessi con le nuove canzoni, ma è come se avessi preso i gioielli di famiglia e non rinnegando il passato fai anche dei brani degli Üstmamò. Ecco, secondo me, tra questi preziosi manca “Piano con l’affetto”…
Ce l’abbiamo in cantiere, perché è una delle candidate. Io sono tenuta a ricantare canzoni che ho scritto di pugno, sono veramente i miei gioielli, però entro in imbarazzo… non lo so…

Perché sono del passato, per i contenuti?
Perché ho voglia di cantare delle canzoni nuove, è come quando ti chiedono sempre gli stessi pezzi, so che ve lo devo, ma in questo momento non è la mia cosa preferita, però è doveroso.

Eh, questa manca…
Hai ragione…hai sempre ragione!

Altro su Mara Redeghieri:
Concerto Maggio 2017 alla Salumeria della Musica di Milano

Foto di Alessandro Pizzarotti

 

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Un pensiero riguardo “A me la musica non mi molla, se non canto sto male – intervista a Mara Redeghieri

    Enri1968 ha detto:
    18 agosto 2017 alle 18:45

    Bella intervista.
    Mara ha pubblicato il disco più interessante del 2017. Tante buone cose a lei.

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