Beach Fossils @ Magnolia, Segrate (Mi) – 13 settembre 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Siamo ormai alla fine dell’estate, la temperatura si sta abbassando ma neanche più di tanto e queste ultime sere sono ancora piuttosto miti, nonostante il cielo nuvoloso e una certa persistenza di afa. L’ideale per un bel concerto dei Beach Fossils, una band che ha da sempre fatto della leggerezza e della spensieratezza un suo proprio marchio di fabbrica.

In apertura ci sono i Nervous Conditions, che vengono dall’Inghilterra e di cui non avevo mai sentito parlare prima d’ora. Purtroppo arrivo in ritardo e riesco a vedere solo una ventina di minuti del loro show; dico “purtroppo” perché davvero ne valeva la pena: sul palco sono in sette, ci sono due batterie, un sassofono e una tastierista che suona anche il violino. Una formazione tanto atipica non può che esprimere una proposta altrettanto particolare ed infatti così è. Attitudine Punk Garage, ritmi ossessivi dati dal martellamento continuo della sezione ritmica, dalla ripetizione incessante delle stesse linee melodiche e da un uso del sax e del violino decisamente sinistro e spesso dissonante. Le vocals, poi, sono urlate, aggressive, sgraziate. I brani sono lunghi, quasi mai cangianti, con un utilizzo delle distorsioni e delle ripetizioni che ricorda a tratti quello degli ultimi Swans. C’è qualche sbavatura qua e là e le canzoni, alla lunga, si assomigliano troppo perché dopo un po’ non subentri la noia. Eppure sono giovanissimi e hanno davvero delle belle idee. Sono sicuro che lavorandoci sopra e continuando a suonare, potremmo sentire parlare presto di loro.

Diverso discorso per i Beach Fossils. La band di Brooklyn esiste da quasi dieci anni ed è una garanzia in fatto di qualità dei dischi e prestazioni dal vivo. L’ultimo “Somersault”, uscito a giugno, è probabilmente il loro lavoro più completo, quello dove le qualità del songwriting e la lucidità del suono e della produzione si sono combinati nel modo migliore e ha come ciliegina sulla torta anche un paio di featuring di alto livello come quello di Rachel Goswell, la cui voce va ad abbellire la deliziosamente Shoegaze “Tangerine”.
Sul palco, i cinque sono i classici ragazzi della porta accanto, per nulla vestiti da scena, ognuno abbigliato in maniera diversa e totalmente casuale, ma quando iniziano a suonare il tiro e la coesione non mancano proprio. Il fulcro della loro proposta, come è ovvio che sia, sono i fraseggi chitarristici di Dustin Payseur e Tommy Davidson, unitamente alla voce dello stesso Dustin, scazzata e trasandata in pieno stile Slacker ma non per questo meno affascinante.

Hanno un bel repertorio e lo eseguono con rilassatezza, con le canzoni dell’ultimo disco (“Sugar”, “This Year”, “Down The Line”, “Saint Ivy” sono stati indubbiamente gli episodi migliori) alternate sapientemente alle cose più vecchie (dall’accoppiata “Generational Synthetic”/”Shallow” in apertura, a “What a Pleasure” a “Closer Everywhere”), senza che ci sia nessuna rottura di continuità. Tra un brano e l’altro Dustin e David scherzano col pubblico, tirando in ballo in più di un’occasione la Fashion Week milanese che si sarebbe tenuta la settimana successiva, mentre a New York finiva proprio quel giorno (e non si capiva proprio se apprezzassero o meno la cosa, a dir la verità non sembravano proprio lucidissimi!). Brevi improvvisazioni dal sapore Jazz hanno anche allietato gli intervalli tra i vari pezzi, cosa che ha contribuito ad aumentare il clima svaccato e divertito di tutta l’esibizione. Non è comunque stato un problema: si capisce che è nell’attitudine del gruppo e la performance in sé è stata più che convincente.

Certo, non stiamo parlando di songwriter di primissimo ordine: le canzoni a lungo andare seguono lo stesso modello e finiscono per assomigliarsi un po’ tutte. Da questo punto di vista, peccano dello stesso vizio dei DIIV del concittadino ed ex membro Zachary Cole Smith,che pure avevano realizzato un ottimo lavoro lo scorso anno.
Tutto molto bello, dunque, ma dopo un’ora abbondante si ha la sensazione di aver visto tutto quello che c’era da vedere.

Probabilmente lo pensano anche i nostri, che al termine di “Daydream” invitano sul palco i componenti dei Nervous Conditions e, per festeggiare quello che è l’ultimo show di questo tour europeo, si lanciano in una Jam sgangherata e divertentissima dove eseguono (male!) un poker di canzoni celebri composto da “Wonderwall” degli Oasis (con tanto di caricatissima imitazione di Liam Gallagher da parte del frontman dei Nervous; sarebbe stato interessante vedere un’eventuale reazione del diretto interessato), “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana, una “Everything In Its Right Place” dei Radiohead totalmente senza senso e, per finire, “Praise You” di Fatboy Slim, abortita prima del tempo per manifesto orrore sopraggiunto.

Il pubblico si diverte, filma incessantemente coi telefonini e questa volta probabilmente fa bene: la scena è decisamente il trionfo del Trash e merita di essere immortalata.
È alquanto improbabile che i Beach Fossils usciranno mai da quella nicchia Indie Rock newyorchese di marca Captured Tracks (anche se il gruppo ha ormai lasciato quest’etichetta). Ciononostante, questa sera hanno regalato ai presenti (non molti, purtroppo) momenti davvero piacevoli. Direi che per chiudere in bellezza un’estate ricca di ottimi concerti, è stato più che sufficiente.

foto 1, da 3 a 14 Beach Fossils
foto 2,3 Nervous Conditions

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