Caparezza – Prisoner 709 (Universal, 2017)

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Articolo di Iolanda Raffaele

Dopo Museica e le canzoni intessute d’arte dall’entrata all’uscita, Michele Salvemini alias Caparezza torna sulla scena musicale con tutta la sua genialità.

In questi tre anni di assenza ci siamo spesso chiesti dove fosse finito il re delle verità supposte, del sogno eretico e delle saghe mentali, se avesse subito davvero un’esecuzione pubblica o se fosse riuscito a dare un senso o una misura a quelle inconsce dimensioni del suo caos.

Oggi sappiamo che in quel distacco e in quell’apparente lontananza si annidava qualcosa di importante, di forte, per la quale forse ci vuole molto coraggio, ma di cui sicuramente è valsa l’attesa e la trepidazione.

La risposta è Prisoner 709, settimo album in studio dell’artista pugliese registrato tra Molfetta e Los Angeles che ha visto la luce il 15 settembre per la Universal Music Italia, dopo un lavoro scrupoloso e impegnativo di produzione, di missaggio, di mastering e di registrazione.

È un ritorno in grande stile con quello che può definirsi un concept album, studiato e meditato, e che è la dimostrazione di come un’intima crisi interiore, originata da un disturbo reale e vissuto in prima persona, possa trovare nella musica la salvezza o la gabbia, ma certamente lo sfogo di un tormento.

Il problema dell’acufene che colpisce Caparezza nel 2015 trasforma il suo disco nello specchio della mente e dello spirito, non c’è però tristezza o scoramento, ma il suo lato umano riflesso.

Le canzoni non sono a sé stanti, ma fanno parte di un lungo percorso metaforico, allegorico e, tuttavia, scoperto in cui l’io celato grida più forte di quello evidente. Devono essere ascoltate, lette ed interpretate nel loro ordine di esposizione e tutte d’un fiato, evitando passi avanti prematuri o ascolti isolati.

Sedici capitoli non sono troppi, ma servono a trasformare il disagio in una storia sensazionale, un dedalo opprimente nelle fasi di una vera e propria carcerazione che dal reato attraversa tutte le fasi ed arriva fino alla latitanza. È un percorso circolare che termina così come era iniziato: accettando “il reato”, la sua malattia.

Caparezza si cimenta in un’esperienza nuova, figlia del suo periodo personale, e crea un disco che soddisfa innanzitutto lui, abituato ad esprimere il suo pensiero liberamente e senza l’obbligo di dover piacere prima agli altri, ma che entusiasma anche i suoi ascoltatori, seguaci appassionati ed amanti passeggeri.

Ci aspettavamo un album straordinario e con Prisoner 709 abbiamo avuto la conferma.

Sotto il profilo dei testi la scrittura appare ammaliante, ricercata e piena di citazioni e rimandi a personaggi di ogni tempo, sintomo di una cultura non ostentata, ma tangibile e selezionata nel modo giusto, con giochi di parole per rendere tutto meno pesante e comprensibile, perché l’Italia non è fatta solo di musica banale, ma sforna ancora talenti. La cifra dominante, però, è di sicuro il doppio, l’alternativa, proprio come nella vita in cui il percorso non è lineare, ma ha dei bivi inevitabili e determinanti.

In riferimento alla musica, l’ottimo risultato è determinato dalle collaborazioni italiane e straniere, dai musicisti, dalle voci dei cori armonizzati, dei cori rock, del coro dei bambini e del coro gospel, ma anche dalla varietà di strumenti e dall’incontro virtuoso di chitarra, tastiera vintage, pianoforte, batteria, viola, violino, violoncello, sassofono, tromba, trombone, corno, basso e tuba, con giusti arrangiamenti e una buona direzione d’orchestra.

Apre il concept album Prosopagnosia (Il reato – Michele o Caparezza), un titolo tanto complesso quanto la malattia che rappresenta, un deficit percettivo acquisito o congenito del sistema nervoso centrale che impedisce ai soggetti che ne vengono colpiti di riconoscere i tratti dei volti delle persone.

Introdotta da apparenti rulli di tamburi e voci delle tribù della foresta, questa è la colpa, il reato che ha bloccato l’ingranaggio e ha reso Caparezza ostaggio del suo stesso mondo, il canto.

Abbattersi non serve perché attira solo scontato e cortese pietismo, così, in compagnia del cantante e compositore italiano John De Leo, confessa di non essere più lo stesso, di non riconoscersi, Michele o Caparezza, ed ammette i suoi disagi.

Tra batteria, tastiere e andamenti molleggianti descrive, quindi, il suo male chiamandolo con il vero nome “prosopagnosia”, senza alcuna vergogna, senza nascondersi dietro le parole e nel ritornello in inglese suggella il senso di tutto nella frase “ if you call my name I don’t recognise it, if I look at my face I don’t recognise it”.

Seven O Nine e arriva Prisoner 709 (La pena – Compact o streaming) che, con la sua voce metallica, la cadenza da film d’azione e la ricca carrellata di citazioni, introduce in un viaggio di prigionia consequenziale al reato, idea espressa anche visivamente nel videoclip girato nell’ex carcere di Sant’Agata di Bergamo.

Il titolo del brano, che dà il nome a tutto l’album, non è casuale, infatti, il numero 709 – come spesso il rapper ha spiegato – nasce dalla combinazione delle lettere del suo vero nome (7) e del suo nome d’arte (9), mentre lo 0 indica il continuo dualismo e la scelta tra queste due dimensioni, cosicché semplici numeri diventano il linguaggio codificato del proprio modo di vivere una situazione complicata.

Il prigioniero 709 si muove in un’atmosfera agitata e confusa e rivela chiaramente il processo di identificazione con la sua musica, con il suo disco “io sono il disco non chi lo canta”.

Vive una sorta di spersonalizzazione dovuta al ruolo che lo inchioda e lo trasforma in una copia fisica, in custodia cautelare, rigida o digipack, tra un modo di produrre musica propria del vicino passato (compact) e l’attualità dello streaming; così sta in una gabbia e si avvilisce.

La caduta di Atlante (Il peso – Sopruso o giustizia) è il terzo capitolo che, attraverso la mitologia, coglie il pretesto, l’occasione giusta per narrare una vicenda personale.

Lo scenario abbastanza descrittivo prende forma man mano che iniziano le parole, amplificato da ritmi rock in apertura, basso, tastiere e pianoforte. Riprende il mito di Atlante a cui Giove affida il mondo per punizione e che, innamoratosi di Giunone, Dike, cerca di conquistarla con tutte le sue ricchezze.

Lei lo rifiuta duramente e scappa, ma Atlante, nel tentativo disperato di raggiungerla, muore schiacciato proprio dal mondo che porta sulle spalle.

Da qui la finzione lascia il posto alla realtà, ma non scompare grazie al gioco dell’alternanza delle strofe con cui crea un sapiente parallelismo tra i due piani. Caparezza parla, perciò, della sua storia, del giorno in cui il mondo cadde sulla sua testa e ricorda ogni dettaglio di quei momenti e dell’aggravarsi della sua malattia, l’acufene, che da lì non l’ha più abbandonato.

Si prosegue con Forever Jung (Lo psicologo – Guarire o ammalarsi) e il duetto con il rapper statunitense Matthews McDaniels , membro del leggendario gruppo hip hop dei Run DMC, che interviene nell’intro e nell’outro, nella terza strofa e nel ritornello.

Il personaggio centrale della canzone questa volta è Carl Gustav Jung, psichiatra, psicoanalista ed antropologo svizzero, citato insieme a Freud per averci reso al contempo dottori e pazienti e per essere i padri del rap. Questo genere musicale viene acclamato come una vera e propria psicoterapia, la purificazione del lato oscuro, la liberazione perché ti liberi se parli il rap, lo stesso che ha reso potente la gioventù.

Le parole iniziali dure, martellanti e ripetitive Prisoner 709 did the bad thing, Prisoner 709 did the bad thing, Prisoner 709 did the bad thing, He did the bad thing, he did the bad thing evocano quasi una marcia militare e si contrappongono, perciò, ad un motivetto più leggero che diventa un inno ed un’invocazione di immortalità Forever Jung, forever Jung, forever Jung.

Parola d’ordine del quinto capitolo è Confusianesimo (Il conforto – Ragione o religione) e l’interrogativo riguarda il luogo figurato in cui si possa trovare il conforto se nella ragione o nella religione.

In attesa del suo bara day, passa in rassegna le varie credenze occidentali e orientali, evidenziando a tinte forti alcuni dei loro aspetti, non c’è né offesa, né polemica, semplicemente Caparezza e il suo bisogno spirituale da colmare.

Forse sarà l’età ma voglio un culto da osservare per essere libero di privarmi della mia libertà, pertanto, ipotizza un nuovo sistema di fede dato dalla combinazione di più religioni, da seguire contemporaneamente. Il tentativo, però, è fallimentare e, per quanto cerchi un’ancora, perché anche gli scettici cercano una risposta, se c’è il paradiso e qualcuno ce lo dimostra, non riesce a trovarla nella religione, in cui crede sempre meno: “c’è una scienza dietro le religioni, il testo epico, l’impianto scenico, nuove barriere, nuove prigioni, non mi immedesimo”.

Come da un’intro lenta si sale in un crescendo danzante, così anche la canzone avanza e fa largo, tra la batteria e gli arrangiamenti vocali curati da Fabio Barnaba, ad un atteggiamento agnostico che non teme giudizi. Nel finale cori misti gridano Confusianesimo Confusianesimo, confusianesimo, confusianesimo e questo termine ambiguo ed inventato diventa espressione e parodia dell’unico non-culto possibile.

Rintocchi di campana e voci che si rincorrono nella testa scandiscono Il testo che avrei voluto scrivere (La lettera – Romanzo o biografia). Come ogni carcerato che si rispetta anche per lui c’è il diritto ad una lettera o meglio ad una canzone, a scrivere non un testo qualunque, ma un testo epocale, così bello che lo sento e sto male così teso che fa pure male, così tetro che suona al mio funerale, così introspettivo che ne vedi le viscere, che chi lo sente capisce me.

Le strofe sono flussi di coscienza, scioglilingua, parole che si spezzano in bocca e trovano corrispondenza nei giri di batteria e di sassofono, nei suoni elettronici e nei cori.

Scrivo tanto, soddisfatto mai, sono il vanto per i cartolai e vado come un treno perché non mi sento arrivato, non ascolto il giudizio del popolo intero perché non mi sento Pilato, così Caparezza dimostra la sua volontà di continuare a scrivere perché non è mai soddisfatto. È sempre alla ricerca di un altro stesso, non si rinnega e non si condanna, ma non si sente arrivato alle vette e in questa sua maturità va incontro a tutto con la musica.

Con le sue melodie tra il metallico e il dolce, Una chiave (Il colloquio – Aprirsi o chiudersi) è senza dubbio una delle più emozionanti e delle più profonde.

L’interpretazione è complessa e il colloquio, su cui è incentrata la canzone, ha una duplice lettura.

Da un lato sembrerebbe un dialogo del cantante con sé stesso, la sua parte adulta che comunica con il lato più fanciullesco come si nota dalle indicazione fisiche, dai capelli, dal riferimento al luogo di nascita nel mezzogiorno, dall’altro la conversazione con un giovane ragazzo, timido, solitario, escluso dal branco, libero ma ancorato. Si rivede in lui che vive nel suo labirinto e procede in preda ai pensieri, che tutte le mattine indossa la timidezza e l’invisibile e si ripara dall’imbarazzo che sta piovendo addosso con un sorriso che allarga come un ombrello rotto.

Restano tanti dubbi: se ci sia identificazione tra gli interlocutori o diversità nell’uguaglianza, se la parte vecchia è sopravvissuta al male o la nuova ne é intrappolata, ma non lo ammette, e come giustificare il “noi siamo tali e quali” e “so bene come ti senti e so quanto sbagli”?!

Le parole materializzano sensazioni e stati d’animo, portano avanti e indietro, danno forza e disillusione.

La vita è un cinema per i suoi silenzi e il mondo non è meraviglioso come i più sostengono ma, nonostante tutto e al di là di ogni interrogativo irrisolto, c’è un messaggio di fiducia e di speranza, perché non è vero che non si è capaci e che non c’è una chiave, ma con lo sforzo possiamo cercare di trasformare ogni cosa a nostro vantaggio.

Ti fa stare bene (L’ora d’aria – Frivolo o impegnato) è il brano del richiamo dell’attenzione, sin dal suo hey iniziale, e della reazione per trovare ciò che davvero faccia stare bene.

In viaggio insieme ad un simpatico pupazzo celeste che ricorda i tempi dei Muppets e di Bim bum bam, Caparezza mostra tutto il suo disappunto verso le storie drammatizzate in televisione, gli atteggiamenti delle star ed i tuttologi; verso i richiami impropri a mode passate; diete famose ed ansie da invecchiamento. Alle frasi fatte e alle finzioni risponde andando in controtendenza, cercando un motivo che gli tiri su il morale.

Tante cose lo fanno stare bene come superare il concetto di superamento, respirare aria pulita o questa canzone un po’ troppo da radio, ma questa è l’ora d’aria e, in modo frivolo o impegnato, è giusto viverla.

Il brano allegro e leggero esprime tutta la sua spontaneità anche sotto il profilo musicale attraverso la scelta del cantante di inserire voci di bambini e di collaborare con il Coro dei rumori bianchi, diretto dal maestro Lazzaro Cicciolella, ideatore dello stesso coro e presidente della scuola popolare di musica “A. Dvorak”.

Caparezza affida, dunque, alle voci bianche frasi folli di liberazione, che talvolta solo i bambini hanno il coraggio e la naturalezza di dire e, nel riferimento a Mariele Ventre, richiama alla memoria il Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna di cui la stessa fu fondatrice e che diresse per oltre trent’anni.

Migliora la tua memoria con un click (Il flashback – Ricorda o dimentica) è una specie di memorandum di pensieri e di valori scritto per sé stesso a cui ricorrere quando avrà vuoti di memoria, dimenticherà chi è, cosa gli piace e cosa detesta e, anche in questo caso, c’è un’alternativa tra ricordare il proprio essere per proseguire in quella direzione o dimenticare e trasformarsi in un’altra persona.

In questo flashback artificiale, rompe molti luoghi comuni che portano ad agire conformandosi alla massa e a non vivere bene. Ricorda che non si deve avere paura di invecchiare e di stonare; che non bisogna venerare la modernità; che studiare serve perché non è vero che il diploma è inutile e gli ideali non si difendono con i gesti plateali ma con quelli quotidiani, per questo, la cultura va difesa esercitandola, non protestando in piazza per poi tacere.

Bisogna recuperare il senso della realtà; viaggiare in macchina e non con il dito sull’atlante nella propria stanza; tenere a mente che pensare a chi sta peggio non ti fa stare meglio; che accettare il dolore per apprezzare la vita è come ingoiare un tizzone per apprezzare la pizza e che tutti puntano sul nostro senso di colpa e ne approfittano, quindi, dobbiamo stare in guardia.

Tra polistrumentismo, voci artefatte e basi minimal, compagno di questo nono capitolo è Max Gazzé che fa la sua incursione nel ritornello e nell’outro, e, sul finale, la pellicola si riavvolge e svanisce tutto con un click.

Larsen (La tortura – Perdono o punizione) è il capitolo della piena rivelazione della malattia, l’acufene, descritta in tutta la sua sintomatologia, nella difficoltà di essere individuata dai medici e di essere sopportata da chi la vive. Il titolo è una sottile metonimia che richiama Søren Absalon Larsen, il fisico danese che per primo scoprì il principio dell’omonimo effetto detto anche feedback acustico o ritorno e, nella tortura, contrappone una richiesta di perdono all’accettazione di una punizione.

Con l’ironia e la leggerezza che lo contraddistingue, Caparezza parla dello “stalker” che lo perseguita, lo stanca, gli toglie concentrazione e, cosa più grave per lui, gli impedisce di ascoltare la musica come prima. Tra diagnosi errate e scarsa resistenza, incomprensione, ira e un po’ di depressione, nel cervello resta, dunque, quell’amara e piacevole consapevolezza che tromba e cori sottolineano “Hai voluto il rock, ora tienilo fino alla fine!

Un fischio che arriva da lontano per avvicinarsi sempre di più introduce Sogno di potere (La rivolta – Servire o comandare), un altro doppio binario che corre tra rap e trap e caricaturizza il potere di sovrani, consiglieri e papi, estremizzati nel loro lato irresponsabile e menefreghista e nelle filastrocche che ripetono ogni giorno a loro stessi e agli altri, come sottolinea con la voce del bambino Michele Paparella.

Al loro modo di intendere il comando, alle ambizioni di supremazia e ai ruoli di comodo risponde, dunque, con la ricerca di una vita serena, il sogno di potere andare via, la libertà di non chinarsi mai e di alzare gli occhi al cielo per guardare le stelle.

Ogni prigione ha il suo carceriere, la sua guardia, così il dodicesimo capitolo è dominato da L’uomo che premette (La guardia – Innocuo o criminale), una tagliente apologia dei “premetto” che irride sul finto buonismo di una parte considerevole di società.

Si tratta proprio di coloro che dovrebbero proteggerci e salvaguardarci e che spesso ostentano in apparenza apertura mentale, comprensione e modernità di pensiero, ma in realtà commettono tutti i crimini e le colpe che giudicano. D’altronde l’uomo che premette è quello che non lo ammette mai, si guarda poco o per nulla allo specchio e nasconde le debolezze dietro i suoi bang bang.

Suoni cupi e sintetizzati ci conducono a Minimoog (L’infermeria – Graffio o cicatrice), un breve spaccato di elettrodi, calmanti, prelievi, bende, tamponi e lastre. È un’infermeria dal titolo particolare che richiama il nome del sintetizzatore monofonico analogico creato da Robert Moog e in cui si avventura per la seconda volta insieme a John De Leo. Come già nella prima canzone, infatti, ritorna anche il tormentato I don’t recognise it, If you call my name don’t recognize it, If I look at my face don’t recognise it, mentre le parole nella parte finale sfumano in un “face, fac-, fa-, f-” e in una serie di ace, ace dal suono metallico in uno stile un po’ mansionano dei tempi di The dope show.

Spazia da un ramo all’altro della cultura, crea ponti e compie salti temporali senza perdere un colpo, così Caparezza nel quattordicesimo capitolo unisce modernità, poesia e musica con estrema disinvoltura.

L’infinto (La finestra – Persone o programmi) strizza simpaticamente l’occhio a Giacomo Leopardi e alla sua opera L’infinito e a Giuseppe Ungaretti e alla sua Soldati, per le citazioni, ma non disdegna nella scelta delle musiche voci robotiche e metalliche che si sposano armoniosamente con il coro gospel Jubilee Gospel Singers, che dà un valore aggiunto alla canzone.

È proprio una finestra sull’umanità, quella che vive di cibernetica e di informatica e non distingue la realtà. Siamo fantocci, figli un’app aliena, più simili a sistemi operativi che a persone in carne ed ossa e stiamo come d’autunno sugli alberi le foglie fatte di pixel, in un futuro che è simulato.

Tutto è finto e noi fingiamo continuamente, però, non c’è nessuna paura del mondo virtuale o non deve esserci e la soluzione risiede nel fatto che solo accettando la finzione noi ritroveremo l’umanità.

Toni più lievi ed intimistici di pianoforte, cori e perfetti arrangiamenti vocali seguiti dal citato Fabio Barnaba portano ad Autoipnotica (L’evasione – Fuggire o ritornare), una parola che sfrutta il beneficio del doppio senso del termine auto come αὐτός greco «stesso» e come automobile.

Lungo il sentiero del subconscio, quindi, questo brano appare come un viaggio in macchina verso o dalla propria anima; è un’evasione da sé stesso da grande, ma che soffre la consapevolezza del fatto che non si può tornare indietro, perché all’acufene non si scappa, non c’è rimedio.

Nel retrovisore, tuttavia, si intravede la strada a lui familiare ed attraversata, la sua musica, che rimane la via più sicura anche nelle incertezze e nel buio della malattia, “ho capito che arrivo alla meta solo se mi perdo”.

Prosopagno sia! (La latitanza- Libertà o prigionia) è l’ultimo capitolo di questo immaginifico e magnifico Prisoner 709, interessante e sfaccettato, quanto complicato e criptico.

Essenziale nella musica, strumentale e corale, e nei testi che recuperano il ritornello di Prosopagnosia, nel titolo afferma in modo sentenzioso e rigido la fine di questo lungo vagare, l’avverarsi inconfutabile di quanto è successo, ma esalta sempre l’aspetto del doppio, perché anche in questa circostanza due sono le prospettive da cui guardare: la libertà per l’accettazione della malattia o la schiavitù per doverci convivere.

Si saranno rincontrati Michele e Caparezza alla fine di questo viaggio? Questo, non si sa, di certo, li vedremo entrambi in giro per un bel po’di tempo.

 

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