Micah P. Hinson @ Studio Foce, Lugano – 28 Ottobre 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Salvatore Vitale

Quando arrivo davanti allo studio Foce lo vedo lì fuori intento a chiacchierare con una coppia di fan. Ha l’aria trasandata, con un giaccone verde, un rosario di legno al polso e uno zaino con dietro attaccato uno skateboard, l’altra sua grande passione oltre alla musica e alla scrittura. Mentre scambio due parole con Filippo, uno dei ragazzi che si occupa della direzione artistica del locale, vengo a sapere che sta facendo questo tour europeo da solo, senza tecnici né tour manager, con una macchina presa a noleggio su cui ha caricato la chitarra, qualche effetto e il merchandising che venderà alla fine delle serate. Quel pomeriggio, mi si dice, ha fatto il soundcheck, ha cenato con gli organizzatori, riempiendoli di domande sulla loro vita e affrontando qualunque argomento, dalla musica alla politica americana. Poi è uscito e si è messo a parlare con le persone che erano venute lì per vederlo. Sempre, rigorosamente, con lo zainetto sulle spalle perché “qui dentro c’è tutta la mia vita, se lo perdo sono finito”.
Questo è Micah P. Hinson. E io stesso, che non l’avevo mai incontrato se non fugacemente via mail, nell’intervista che avevamo fatto prima di questa data, ne avrò un assaggio breve alla fine, quando, uscito per andare in bagno, me lo trovo lì fuori da solo, che controlla il cellulare. Mi avvicino, lo saluto, gli faccio i complimenti e lui, entusiasta forse da alcune cose che gli avevo detto, mi regala una copia del suo ultimo disco, non senza avermi stretto la mano almeno due o tre volte.
Personaggio fuori dagli schemi, non c’è che dire. D’altronde, se si scorre la sua biografia (troppo lunga per scriverla qui, ma su internet c’è un sacco di roba) si capisce che il cantautore di Memphis è una di quelle persone il cui talento innato è stato scoperto e coltivato in mezzo ad un mare di sofferenze, fisiche e mentali. Uno la cui storia sembra uno dei grandi romanzi americani che lui stesso ama leggere, uno che ha trovato la sua strada grazie ad una serie di circostanze fortunate e ad un amore per la verità e la bellezza che è assolutamente inevitabile, in uno che scrive così.


Il Foce è bello pieno quando sale sul palco. Comincia a suonare l’arpeggio introduttivo di “The Temptation”, il brano strumentale che apre il nuovo “The Holy Strangers”, ma si capisce che è solo un modo per settare i volumi. Suona qualche nota poi si interrompe, regola qualche manopola degli effetti che ha sistemato su un amplificatore e riprende a suonare. È assorto in se stesso, il pubblico, in questo momento, potrebbe anche non esserci. Quando finalmente sembra essere tutto a posto, si lancia in “The Great Void” e “Lovers Lane”, entrambe dall’ultimo disco.
Non c’è nient’altro, sul palco, se non lui e la sua chitarra. Una chitarra vecchia, malandata, ricoperta di adesivi tra cui il suo nome scritto a caratteri cubitali sul lato e il celebre “This Machine Kills Fascists” reso celebre da Woody Guthrie. Non la cambierà mai, terrà quella per tutta la sera, da vero folksinger di altri tempi.
Il concerto non è pensato e costruito come un concerto, appunto. Lui è lì sul palco, da solo, e sicuramente ha preparato una scaletta dei brani, lo si capisce dal fatto che sfoglia una per una le pagine di un quaderno con i testi. Ma per il resto, è come se fosse nel salotto di casa sua, a strimpellare le sue storie con giusto qualche amico che ascolta. Le esecuzioni, comunque, sono magnifiche. Non sono curate o preparate in chissà che modo, sono buttate lì come se fosse una session di prove ma l’effetto è ugualmente incantevole. La voce è profonda, evocativa, un po’ Johnny Cash, un po’ Leonard Cohen, intrisa di sofferenza e sospesa in una dimensione che sta esattamente a metà tra le tenebre e la luce. Impossibile staccargli gli occhi di dosso, difficile anche quasi respirare; infatti è bello vedere la reazione del pubblico, che rimane composto e immobile per tutto il tempo, rapito dalle esecuzioni e zittendo quei pochi che si ostinano a chiacchierare, costringendoli di fatto ad uscire nella zona esterna.


Sono le canzoni di “The Holy Strangers” a guidare le fila dello spettacolo: si tratta di un concept album che racconta una storia nerissima, quasi faulkneriana, e che, lui lo dice come se fosse una vaccata pazzesca, alcuni critici hanno definito “Modern Folk Opera”. Come ci racconta lui stesso, originariamente sarebbe dovuto durare tre ore. “Ma quando l’ho detto a quelli dell’etichetta – ha detto durante uno dei lunghi monologhi tra una canzone e l’altra – mi hanno risposto chiaramente che non era il caso. Così hanno deciso loro quali canzoni sarebbero dovute entrare nel disco; ma a gennaio pubblicheremo tutto in formato digitale, anche se odio il formato digitale. Sarà una storia unica da tre ore, e se riuscirò a far stare seduta anche solo una persona ad ascoltarmi per tre ore, vorrà dire che avrò combinato qualcosa di buono nella vita!.
Nel corso della serata suonerà un pezzo di quelli scartati e farà ridere tutti dicendo: “Questa canzone mi piace tantissimo ma l’etichetta ha deciso di non metterla perché sosteneva che la mia esecuzione vocale non fosse abbastanza buona. Ma vi pare possibile?”.
Ha parlato tanto, Micah. Non poteva essere altrimenti, per un uomo curioso e loquace come lui. Quasi la metà del concerto è andata via in racconti, sia relativi alla vicenda narrata nel disco, sia alla sua vita privata. E lasciatemi dire che è un narratore straordinario. È stato un piacere starlo ad ascoltare per tutto quel tempo e alla fine questa parte della serata è stata quasi più bella delle canzoni vere e proprie.
Ha introdotto “Oh Spaceman” rievocando in maniera insieme commovente ed esilarante la nascita del primo figlio, definendola un “miracolo”, perché i medici avevano detto a lui e alla moglie che non avrebbero mai potuto avere bambini. Ha parlato delle sue origini indiane e di come il governo americano abbia previsto un piano di assistenza per lui ma non per la moglie, che appartiene alla sua stessa tribù. Ha tratteggiato un quadro avvilente ma anche un po’ tragicomico di Abilene, la città del Texas dove è cresciuto.


Durante “Take Off That Dress For Me” ha scherzato sul fatto che c’è gente che la scambia per una canzone d’amore ma che, se leggesse più attentamente il testo, si renderebbe conto nessun uomo innamorato parla così alla propria donna!
Ha poi suonato una versione incantevole e potentissima di “Leaning on the Everlasting Arms”, l’inno religioso del 1887 che ha raccontato essere stata la prima canzone che ha imparato a suonare al piano da sua nonna, e che è stata ispirata ad Anthony J. Showalter da un uomo che aveva perso la sua intera famiglia. “Non credo che riuscirei a scrivere una cosa del genere, se perdessi mia moglie e i miei figli.” ha detto alla fine Micah, quasi si sorprendesse per la prima volta di quello che aveva effettivamente cantato.
Ha concluso con la sua versione di “This Old Guitar”, il brano di John Denver che aveva incluso nel disco di cover “All Dressed Up and Smelling of Strangers”, del 2009.
Saluta brevemente e non concede bis. Semplicemente, dà appuntamento a tutti al banco del merchandising, per parlare e autografare i dischi. E posso testimoniare che non è stata una semplice signing session: si è fermato davvero parecchi minuti con ciascuno, chiacchierando del più e del meno mentre toglieva la plastica dalle copertine e ci disegnava sopra autografi personalizzati.
L’avevo sempre ascoltato, Micah P. Hinson, ma non ero mai riuscito a vederlo dal vivo. Adesso ho finalmente capito perché il suo pubblico gli è così affezionato. È che quando incontri un artista autentico che è però anche un uomo autentico, non puoi rimanere indifferente. Non ce ne sono molti di tipi così, ma quando li vedi li riconosci subito. E non te ne stacchi più.

 

 

 

 

 

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