Giorgieness @ Santeria Social Club, Milano – 16 dicembre 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Il Santeria non sarà proprio pieno pieno ma gli entusiasmi sono giustificati: a poco più di due anni dal suo debutto discografico, il progetto Giorgieness è arrivato ad affrontare un tour da headliner organizzato da Barley Arts e ha fatto registrare un’affluenza più che discreta in una città come Milano e in un locale nuovo ma già piuttosto importante e non certo piccolissimo.

Giorgia D’Eraclea, insomma, può essere soddisfatta: i suoi Giorgieness (adesso ho realizzato che, benché la mente creativa sia la sua, vengono concepiti come una vera e propria band) stanno scalando le preferenze dei fan già dal primo disco e con l’ultimo “Siamo tutti stanchi” paiono aver compiuto un notevole salto di qualità.
Sul palco funziona tutto bene: la chitarra di Davide La Sala (che è un ottimo produttore, tra le altre cose, basta sentire come suona bene l’ultimo disco e come ha fatto suonare bene il nuovo Ep di Qualunque, per dirne una), il basso di Andrea De Poi, membro storico e batterista nella primissima incarnazione della band, la batteria di Lou Capozzi, molto acclamato anche dal pubblico presente, forniscono una prova grezza ma molto potente e calibrata, l’ideale supporto alla voce di Giorgia che è, comprensibilmente, al centro dell’attenzione per tutta la sera, nonostante la sua interazione coi compagni sia notevole. In effetti bisogna dirlo: lei è al centro, è l’indiscussa protagonista ma gli altri non scompaiono anzi, vengono cercati spesso e si capisce che lei vi si appoggia costantemente, che ne ha bisogno per poter dare davvero tutta se stessa.

Nella sua prestazione, la ragazza sfodera tutta la grinta di cui è in possesso, è padrona del palco, visibilmente elettrizzata dalla reazione del pubblico e questo entusiasmo è la molla che la spinge per l’intero concerto. Tra una canzone e l’altra, però, si capisce che c’è ben poco di costruito: Giorgia è sincera e parecchio emozionata, il suo entusiasmo spontaneo per quella serata e per il fortunato periodo che sta vivendo è palpabile e contagioso.
È un bel concerto. Il repertorio è solido e con due soli album all’attivo le possibilità di scelta non sono molte, va da sé che si privilegino i brani migliori: “Sai parlare”, “K2” (ormai già diventata un classico), “Vecchi”, “Fotocamera”, “Che cosa resta”, i due singoli di lancio “Calamite” e “Dimmi dimmi”, “Non ballerò”, fino alla conclusiva “Io torno a casa”, sono tutti esempi di canzoni ben strutturate, sia dal punto di vista melodico che da quello testuale (niente capolavori letterari ma c’è un livello di sincerità nel raccontare la propria esperienza, nel mettersi a nudo con serietà e consapevolezza, che ce la fa preferire a gran parte degli artisti italiani di oggi); il pubblico, da parte sua, risponde bene: conosce già le canzoni nuove, le canta senza problemi e mostra di divertirsi parecchio e di avere già sviluppato un vero e proprio amore incondizionato per tutto il gruppo. Da rilevare anche l’età media non proprio bassissima: segno che la proposta dei Giorgieness non è assimilabile al calderone Indie ma va a pescare in un altro bagaglio di esperienze.

Forse, a conti fatti, l’unica cosa che c’è da sistemare, a parte qualche sbavatura esecutiva che verrà sicuramente eliminata nel prosieguo del tour, è un certo modo che la cantante ha di utilizzare la voce: in studio, soprattutto nell’ultimo lavoro, è stata bravissima e molto attenta al dosaggio; sul palco tende un po’ a strafare, probabilmente trascinata dall’entusiasmo dei fan ma il risultato a volte è impreciso. Qualche imprecisione e qualche urlata di troppo sulle note più alte, poca emissione nei passaggi più bassi (qui però è stata anche colpa del missaggio, a mio modo di vedere), sono andate ad inficiare una prestazione comunque nel complesso più che buona.
Sempre difficile dire se un’artista si meriti il successo che sta avendo, soprattutto quando la sua carriera è appena iniziata. Personalmente mi sono divertito: i Giorgieness sanno tenere il palco e sanno cosa vuol dire suonare rock. Già, il rock. Quella cosa che in Italia sembra essere totalmente morta (salvo quando i giornali la associano ai soliti noti e bolliti nomi) e che forse non è neppure mai nata. Eppure questi quattro ragazzi picchiano che è un piacere, danno ancora alla chitarra e alla sezione ritmica un ruolo centrale e hanno quell’impronta anni ’90 che magari è fuori moda ma che ogni tanto fa sempre piacere risentire.
I detrattori possono continuare a parlare ma qui siamo di fronte ad un progetto credibile. C’è solo da vedere come si svilupperà in futuro.

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