Colter Wall @ Legend Club – Milano, 31 Gennaio 2018

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Colter Wall

Live report di Andrea Furlan, immagini sonore di Stefania D’Egidio

È un Legend Club gremito quello che attende al varco Colter Wall per l’unica data italiana del suo tour europeo. C’era molta attesa intorno al suo nome dopo l’exploit di una sua canzone, Sleeping On The Blacktop, apparsa nella colonna sonora di Hell Or High Water, e il primo album (seguito all’EP Imaginary Appalachia contenente la canzone del film) pubblicato lo scorso anno, un esordio già maturo e sorprendente che aveva lasciato tutti di stucco. Una voce profonda, baritonale, che inequivocabilmente ricorda quella di Johnny Cash, l’uomo in nero, e una serie di canzoni molto belle scritte con in mente Townes Van Zandt, Guy Clark, Waylon Jennings. A parlare attraverso di lui è la tradizione, l’outlaw country, il folk e le sue regole non scritte.

Tutto bene, anzi benissimo! Avevo però qualche riserva: è tutto vero? È un personaggio costruito? Da dove è sbucato così all’improvviso? Un peso decisivo avevano certamente la produzione di Dave Cobb (in quest’ambito il produttore del momento) e le parole d’elogio nei suoi confronti spese niente meno che da Steve Earle (“the best young singer-songwriter I’ve seen in 20 years“) e Rick Rubin. Insomma, avevo paura che fosse un fuoco di paglia, troppo bello per essere vero. Mi sbagliavo, dopo il concerto di Milano ogni mio dubbio si è fugato: il ragazzo canadese è credibile, dimostra serietà e passione, sa quello che fa e come farlo. Ostenta sicurezza anche se un po’ ci gioca ad essere un personaggio, ma ci sta, in fin dei conti è uno spettacolo e stiamo al gioco.

Ian Noe

Ma andiamo per gradi: ad aprire per Colter Wall un certo Ian Noe, che non conoscevo affatto e si rivelerà pertanto un’autentica sorpresa. Qualche anno in più di Wall, si presenta con un’immagine pulita, da bravo ragazzo: cardigan blu, sbarbato, uno di cui ti puoi fidare. Su uno sgabello poggia una tazza con una tisana, molto rassicurante. Niente lascia intendere il seguito: imbraccia la chitarra, infila il jack e comincia a raccontare le sue storie, con una bella voce, energica e squillante. Si impone subito, ha buone carte da giocare, ci vuol poco a capirlo. Tiene il palco alla grande, voce decisa, stentorea e ben impostata, si gioca i suoi cinquanta minuti con grande determinazione. In rete di lui c’è pochissimo, tranne che viene dal Kentucky, classe 1990, e che da giovanissimo ha iniziato a comporre con la chitarra dedicandosi al folk e alla musica acustica tradizionale. Neanche su Spotify uno straccio di biografia, solo un EP di quattro canzoni uscito a Natale. Non fa niente, ci sarà tempo per approfondire. Intanto mi basta quello che ho sentito. Il primo Dylan è l’influenza più precisa, quello della stagione dei diritti civili e delle marce di protesta, quando la chitarra al collo era un’arma. Aggiungiamo Phil Ochs e completiamo il quadro. Come dirò per Colter Wall più avanti, Noe musicalmente dimostra più anni dei suoi, da tempo non mi capitava di ascoltare un ragazzo della sua bravura impegnato in un genere certamente non alla moda qual è il folk. Tra i tanti cantautori in circolazione, anzi songwriter visto che è americano, piagnucolosi, senza nerbo e ripiegati sui propri dolori esistenziali, finalmente ne scopro uno che ha carattere e incisività! Molto, molto interessante. Nota a margine: tecnicamente il suo era lo show supporto, ma non avrebbe sfigurato ad essere lui l’attrazione principale. Inutile dire che lo seguirò con molta attenzione.

Rapido cambio di palco ed eccoci finalmente a Colter Wall. Indubbiamente ha il physique du role: occhi di ghiaccio, barba lunga, il cappello calato sul volto, cinturone e stivali. Una personalità interessante, cinematografica, che non sfigurerebbe in un film di Sam Peckinpah, uno dei tanti loner ripetutamente immortalati dall’immaginario americano, negli occhi la polvere delle grandi praterie, i grandi spazi aperti non a caso citati più volte nel corso della serata. Sguardo accigliato, serio, accenna a malapena un sorriso, non dimostra certo la sua giovane età, nemmeno ventitré anni compiuti ma sembra provenire da un altro tempo.

Tenere un concerto solo chitarra acustica e voce è impegnativo, bisogna catturare l’attenzione con pochi mezzi, e farlo bene. Colter in questo ci riesce senza fatica: sfoggia una più che buona tecnica chitarristica, un fingerpicking vario e intenso degno di chi la chitarra l’ha studiata davvero e la usa non come semplice accompagnamento ma per arrangiare le canzoni con fantasia e musicalità. Gli elementi giusti ci sono tutti, dal country scarno e autentico al blues essenziale e al folk più incontaminato. Un songwriter in purezza, mirato alle storie che racconta, senza fronzoli e dirette, da prendere così com’è. E poi la voce! La voce è ciò che ammalia: ben tornita, profonda, usata senza eccessi, che sa addolcirsi, grintosa all’occorrenza, decisamente evocativa, avviluppata alle melodie western così ben congegnate dall’autore. Naturalmente ci sono le canzoni, eccome! Rispetto al disco, gli arrangiamenti sono ancora più essenziali, asciutti e a risaltare è proprio l’impianto dei brani, resi ora ancora più affascinanti. Se Cash è il riferimento più immediato, durante il set viene più volte alla mente Townes Van Zandt, la desolazione e la malinconia del grande texano, uno degli amori dichiarati di Wall. Se ciò non bastasse ci sono le cover a parlare, Billy Joe Shaver, Woody Guthrie e il bis dedicato a Goodnight Irene (Leadbelly) che ha chiuso una serata davvero ispirata. Non c’è che dire, ha i numeri giusti per sfondare. Certo è giovane, sono solo i primi passi che compie, ma se questo è l’inizio credo che Colter Wall avrà un futuro importante!

Ultima nota, positiva, il pubblico. Di solito ad assistere a questo genere di concerti l’età media è parecchio alta, la fanno da padrone i capelli bianchi. Invece ho notato con stupore la presenza di molti giovani, attenti e interessati a ciò che accadeva sul palco. Era la prima volta che andavo al Legend, quindi non ho un riscontro diretto, ma evidentemente è un locale frequentato e si può permettere di inserire nella programmazione date come questa. Roots music e country non sono certo primi in classifica in Italia, quindi tanto di cappello agli organizzatori. A proposito di cappelli, in sala giravano un paio di Stetson, neanche fossimo in qualche buco sperduto della provincia americana con gli stivali impolverati e il cavallo legato all’ingresso! E se Ian Noe beveva una tisana, nel bicchiere di Colter c’era del whiskey.

 

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