Articolo di Simone Nicastro immagini sonore di Stefania D’Egidio

In questi mesi invernali il Magnolia si sta immergendo spesso nel nero. Concerti in cui l’oscurità risulta essere in qualche modo la cassa di risonanza per le batterie sintetiche, per lo sferragliare delle sei corde e in qualche modo amplificatore per le voci che raccontano o riflettono sul male di vivere. E l’altra sera al locale sull’Idroscalo sono arrivati anche i The Soft Moon, il progetto di Luis Vasquez, sicuramente tra gli alfieri di una produzione musicale con le connotazioni sopra descritte.

Reduci dall’ultimo lavoro in studio dal titolo Criminal uscito ad inizio 2018, il live di stasera ha confermato tutto l’approccio nichilista e (post)umano della loro musica: riferimenti wave, industrial, shitgaze e “nineinchnailsiani” si miscelano in unico potente e oscuro sound che ha travolto tutti i presenti, partecipi e seguaci del culto. I vari elementi distintivi della band, dalle chitarre schizoide alle ritmiche EBM fino ai filtri radicali sulla voce, sono stati nobilitati da una resa sonora “pompata” ma seducente. I suoni saturi ma in equilibrio nella loro emissioni hanno raggiunto le orecchie e i corpi del pubblico, trascinandoli e circondandoli di un sinistro piacere.

I brani di Criminal hanno avuto un ruolo preponderante, come era lecito aspettarsi, e hanno messo in mostra il lato eclettico ma ben preciso dell’attitudine artistica di Vasquez: Burn, pura cavalcata infernale dai passi marziali, Like A Father, techno dark no-future, e la bellissima Give Something, electronic-ethereal preghiera notturna “When I’m on my own i could give up the ghost cuz I don’t wanna lose my mind that’s why I keep you so close”.

Circa a metà concerto è arrivata anche la mia canzone preferita, Far, tratta dal mio album preferito della band, Deeper, che secondo gli umori della serata è risultata comunque meno cantabile e più tirata rispetto alla versione in studio; anche i brani successivi come Wrong e The Pain hanno continuato a ampliare l’atmosfera in un cortocircuito fatto di materia sintetica e ossessioni elettriche.

La conclusione infine è stata dedicata ad una Want tratta da Zeros del 2012, dilatata in una onda lunga  di percussioni quasi tribali e “beats” al rumore bianco. I The Soft Moon anche stasera si sono confermati cavalli di razza, refrattari ad una uniformità di genere e ancora più spinti di prima verso una radicalizzazione personale della loro concezione della musica.