Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Il avevamo visti a settembre, nel contesto di Unaltrofestival organizzato dal Circolo Magnolia, unico passaggio in Italia per promuovere il disco che ne aveva sancito il ritorno dopo 18 anni di assenza (e uno scioglimento conclamato).

A sei mesi di distanza gli Slowdive fanno ritorno nel capoluogo lombardo e questa volta ci attaccano anche una data a Bologna; esempio piuttosto significativo di un fenomeno ormai tanto noto che risulta pressoché inutile rimarcarlo ogni volta: sono i tour che fanno guadagnare, non certo i dischi. Non avrebbe altrimenti senso questo ripassare dallo stesso posto a così breve distanza dall’ultima volta, per lo più senza nuovi lavori in uscita.
Non che mi sia importato molto, per la verità: siamo stati talmente tanto tempo senza questo gruppo, che conviene godercelo più che si può, anche perché questi tempi non danno nessuna garanzia di stabilità.
L’Alcatraz è stato purtroppo ancora una volta sistemato a capienza ridotta, col palco sul lato lungo, così come avvenuto il mese scorso per Iron & Wine. Non è una buona soluzione, a mio parere: l’affluenza è stata in questo caso più che soddisfacente, tanto che con quella sistemazione si stava stretti e lo stage troppo basso limitava la visuale. Si fosse rischiato il palco principale, il colpo d’occhio sarebbe stato forse meno suggestivo, ma i presenti ne avrebbero senza dubbio guadagnato.

DEAD SEA

In apertura ci sono i parigini Dead Sea, un paio di canzoni pubblicate sul loro profilo Bandcamp sono tutto ciò che hanno al momento per presentarsi al pubblico ma l’endorsement di Neal Halstead e soci, che li hanno voluti in loro compagnia per tutto il tour europeo, è già di per sé motivo di fiducia.
In effetti non deludono le aspettative: il loro è un Dream Pop leggero e piacevole, con un uso piuttosto consistente dell’elettronica (non hanno un vero e proprio batterista ma un membro che si occupa di Loop, percussioni ed effetti vari), a volte virato verso lo Shoegaze, con una voce femminile che a livello di timbro è uguale a mille altre ma che nel contesto funziona benissimo. Nella mezz’ora a loro disposizione riescono a bene impressionare con una prova compatta, senza sbavature e fatta soprattutto di canzoni coinvolgenti. Nulla di che per quanto riguarda l’originalità ma la loro proposta è fresca a sufficienza per poter arrivare e loro sembrano davvero bravi. Non mi stupirei se a breve ne sentissimo parlare ancora.

Gli Slowdive iniziano presto, per la gioia di tutti coloro che “È domenica sera e domani si lavora”. Come lo scorso anno, a dare inizio alle danze è l’accoppiata “Slomo”/“Slowdive”, rispettivamente presente e passato remoto della band, come a rimarcare la continuità, non andata perduta neppure dopo un così lungo periodo di assenza. In effetti il disco che ne ha sancito il ritorno, emblematicamente intitolato col solo nome del gruppo, è stato uno dei più belli del 2017: canzoni meravigliose, per nulla in odore di nostalgia, un sound al passo coi tempi, per una band che appare tra le più credibili, in mezzo alla quantità sterminata di reunion degli ultimi tempi.
Accanto ai classici senza tempo del vecchio repertorio, i nuovi brani non sfigurano, tanto che ancora una volta ci dispiace vedere come ne vengano sempre suonati solo quattro su otto (all’inizio di questa leg era stata aggiunta “Don’t Know Why” ma l’hanno subito abbandonata). Sono comunque sottigliezze, perché la meravigliosa versione di “No Longer Making Time” (proposta leggermente riarrangiata nelle parti vocali, con Rachel Goswell ad occuparsi delle strofe e Neil Halstead dei ritornelli, al posto delle parti armonizzate che figuravano sul disco) sarebbe bastata da sola a dirci che ne valeva la pena di ascoltarli ancora.

Sul palco i cinque inglesi hanno sempre la solita aria di chi si trova lì per caso: zero discorsi di look o pose, il cappellino di Neil come simbolo eloquente di un collettivo che ha sempre preferito comunicare tutto attraverso la musica.
Le luci, in questo senso, danno una mano: sempre molto basse, avvolgenti, per quasi tutto lo show, dei musicisti intravediamo solo le sagome (come da migliore tradizione Shoegaze, del resto. Non dimentichiamo che il termine deriva dal fatto che gli esponenti di questo sound suonavano a testa bassa e poco badavano all’immagine). A tratti vengono usati anche dei Visual piuttosto efficaci, con giochi di colore e atmosfere vagamente futuristiche. L’effetto è voluto: li vediamo solo a sprazzi, così che sia spontaneo concentrarsi solo su quel che stanno suonando.
Atteggiamento da anti divi anche nella disposizione: Neal e Rachel, che sono le due anime della band, collocati ai lati opposti del palco, l’altro chitarrista Christian Savill anche lui defilato sulla sinistra, il bassista Nick Chaplin al centro, ma spesso e volentieri girato di spalle.

In tutto questo, la cosa che fa più paura è la bellezza che sprigionano suonando: una bellezza che non è data solo dalle canzoni (quelle le si conosce da sempre, si sa cosa aspettarsi) quanto dal modo in cui sono eseguite. Non è stato un ritorno sporadico, il loro; eseguono i brani come se non fossero passati tutti quegli anni. La fusione perfetta tra i vari strumenti, le due voci che suonano ancora suadenti e celestiali come vent’anni prima, le code strumentali di “Catch The Breeze” e “When The Sun Hits” che vanno molto vicino al provocare le lacrime.
Suoni al limite della perfezione così come a settembre, anche se questa volta il volume eccessivamente alto del basso ha rovinato un po’ i momenti più elettrici.
Per il resto, un concerto da godere quasi in apnea, dove a stento si trovano le forze per applaudire alla fine di ogni brano. Scaletta ormai rodata, leggermente più corta rispetto alle primissime date, con la sola novità costituita da una “Dagger” assolutamente stratosferica, suonata nei bis. L’inizio acustico e leggerissimo, con un Neal Halstead quasi ipnotico, è sfociato poi nell’accompagnamento leggero di tutta la band; una versione dall’incredibile profondità, sicuramente tra le migliori del concerto.

La celebre rilettura della barrettiana “Golden Hair”, che ha chiuso il set regolare, ha rappresentato un altro incredibile momento; soprattutto il lungo e dilatato finale, dove la band intera è andata dietro al dialogo delle chitarre, suggestiva creazione di un paesaggio sonoro che da solo basterebbe a comprendere che cosa è stato lo Shoegaze.
È come al solito “40 Days” che pensa a chiudere un concerto troppo breve ma che probabilmente è finito giusto in tempo per evitare di spaccarci il cuore.
Saranno pure una band “del passato”, come in molti si ostinano a definirli, ma credo che ora più che mai per gli Slowdive si debbano usare altre categorie: è un gruppo che è stato via tanto tempo, coi loro membri che si sono dedicati ad altri progetti e hanno avuto modo di arricchire il proprio bagaglio di esperienze. Adesso sembrano davvero pronti per restare qui a lungo.