R E C E N S I O N E

Recensione di Stefania D’Egidio

Quando ti chiami Johnny Marr e hai un passato musicale così importante la gente si aspetta sempre cose straordinarie da te: è il destino che accomuna ogni rockstar, quello di avere folle oceaniche che ti acclamano, ma che, allo stesso tempo, sono pronte a puntarti il dito contro se deludi le loro aspettative. Così succede che, se osi troppo nella sperimentazione, ti criticano perchè ti allontani dal tuo marchio di fabbrica, se, invece, percorri la strada già battuta, ti dicono che non hai più nulla da dare alla musica. Con questo dilemma mi sono approcciata all’ascolto di The Age of Everything, il quinto album solista di Marr, pubblicato lo scorso 02 ottobre per BMG, testato nel tour nordamericano e registrato a Manchester, nei suoi Crazy Face Factory Studios. Immaginatelo chino sulla sua chitarra, in questo vecchio edificio in stile industriale, dettaglio che riflette a pieno lo spirito operoso dell’artista. Per chi come me è stato fan di The Smiths si ha sempre un approccio timoroso ai nuovi lavori, sia di Marr che di Morrissey, per paura di restare delusi, del resto Johnny stesso nelle sue recenti interviste ha ricordato quanto fosse forte l’alchimia compositiva tra lui e Moz, unica e irripetibile, tanto che l’ultimo album di Moz mi aveva lasciata un tantino perplessa (la prima reazione era stata: “Ma che roba è questa ???”), mentre l’ultimo di Marr non mi era dispiaciuto affatto, anche per le sue incursioni nell’elettronica, che dal vivo si trasformano in nuova linfa vitale, per quanto ben amalgamate con il suo inconfondibile stile chitarristico.

The Age of Everything è stato scritto a Londra, città di cui sembra riflettere ritmi frenetici e vivacità nella scrittura al contempo libera e catartica: ne deriva un saggio di sano e collaudato indie-rock che sì richiama i trascorsi di Marr, strizzando però anche un occhio alle sonorità elettroniche già assaporate in alcuni suoi progetti collaterali, ad esempio in Electronic, il supergruppo fondato tra il 1988 e il 1999 con membri di New Order e Pet Shop Boys. Se non avete mai dato uno sguardo alla biografia di Marr, dovete sapere che, dopo lo scioglimento di The Smiths e prima dell’inizio della carriera solista, ha messo lo zampino in alcuni dei gruppi più iconici della musica inglese di fine secolo scorso, The Pretenders, The The, Talking Heads, Oasis, Gorillaz, giusto per citarne alcuni. Comunque, tornando al presente, l’album si compone di dieci tracce: in apertura Spin, il primo pezzo uscito a giugno, che sa già di classico, perfetto tormentone da live, e Beyond The Rain, intro dal sapore esotico e cori epici che mi ricordano un pò le atmosfere di The Psychedelic Furs.

Seguono It’s Time, lanciato lo scorso mese, e How Come, accomunati da arpeggi veloci su trama acustica e cori da stadio. In Ophelia il ritmo si fa ossessivo con un giro di accordi che si ripete a loop, quasi da brano dance. La seguente That Feeling conferma la sensazione che l’album guardi avanti, alle date del tour promozionale: è il brano dove la chitarra si sente di meno, per lasciare lo spazio al basso e, soprattutto, ai cori. In and Out of Love è la ballad che mancava per dare quel giusto tocco di onirico a cui ci ha da sempre abituati, ma solo per poco, perchè in Just One More di nuovo largo ad accordi ossessivi per creare la giusta tensione emotiva, come in un crescendo che prosegue con Fire With Fire, in un continuo sali e scendi di ritmo. Chiude All in a Life, il brano più alla Marr, per l’arpeggio, la ritmica sostenuta, quell’intrecciarsi di accordi, voce, delay, cori mistici e un finale sfumato che lascia quella sensazione di volerne ancora un pò.

Cosa dire nel complesso? L’album conferma la maestria di Marr nel generare riff cristallini, ritmiche diaboliche, melodie epiche, ma in primis la sua bravura nel mescolare testi anche cupi con motivi pop dal carattere gioioso e contagioso. È un artista che non rinnega il proprio passato, ma al contempo non vuole restarne prigioniero, che si diverte nel suo lavoro (e lo si capisce), che è ancora alla ricerca della canzone e della performance perfette. Questa voglia di rimettersi ogni volta in gioco traspare dal suo approccio alla scrittura, quasi viscerale, metodico, che lo porta a testare i brani dal vivo prima ancora che vengano registrati in studio, lo noterete subito dai cori dell’album, che sembrano creati ad hoc per una dimensione live. Lui stesso ha confessato che suonare un brano inedito davanti al pubblico, gli consente di capire se l’arrangiamento funziona, se un tempo è troppo lento o troppo veloce, se il ritornello fila, in modo poi da arrivare in studio con brani già snelli e pronti per la registrazione. The Age of Everything mi piace perchè in esso convivono il suo stile chitarristico e le sequenze elettroniche, affidandosi all’immancabile Fender Jaguar e a chitarre acustiche a dodici corde, per creare i classici arpeggi jangly, raddoppiati però dal synth analogico, a metà tra Berlin School e Synth-pop britannico. Ne nascono ritmiche serrate su cui sovrapporre riff di chitarra asciutti e puliti, una sezione ritmica molto più presente, rispetto ai lavori precedenti, e centrata nel mix per fornire una solida base groovy su cui chitarre e voci si muovono liberamente senza risultarne impastate.

Tracklist:
01. Spin (3:51)
02. Beyond the Rain (4:01)
03. It’s Time (4:07)
04. How Come (4:00)
05. Ophelia (3:58)
06. That Feeling (4:25)
07. In and Out of Love (4:46)
08. Just Once More (5:04)
09. Fire with Fire (4:23)
10. All in a Life (5:31)

Photo © Andrew Cotterill


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