Emidio Clementi – L’amante imperfetto, T.S.Eliot e i Massimo Volume… [intervista]

Postato il Aggiornato il

Intervista di Luca Franceschini

Emidio Clementi è tornato al romanzo: otto anni dopo “Matilde e i suoi tre padri”, opera per certi versi interessante ma che aveva in parte deluso il suo pubblico storico, “L’amante imperfetto” ci restituisce il narratore che avevamo imparato ad amare con “L’ultimo dio”. È una storia d’amore atipica, cupa e a tratti dissociata, dove la relazione tra i due personaggi principali deve essere ripensata e costruita su nuove basi, dopo che le insicurezze del protagonista riemergono improvvisamente a seguito di un episodio insignificante.

Ho raggiunto Mimì (come lo chiamano tutti) per telefono, durante la mattina di quella che si sarebbe preannunciata una settimana freddissima. Abbiamo parlato soprattutto del libro, di cosa significhi scrivere e insegnare a farlo, della possibilità che un musicista della scena alternativa possa dedicare un reading a T.S. Eliot facendosi notare dagli ambienti accademici e infine, una piccola anticipazione di cosa succederà a breve nel mondo dei Massimo Volume.

Dunque, comincerei col dire che il libro mi è piaciuto, come del resto avevo già scritto in sede di recensione. Ci ho trovato il tuo solito stile di scrittura, molto teso e drammatico, asciutto come nella migliore tradizione americana; però, ed è una cosa che credo ti abbiano chiesto in molti, questa scelta di parlare nella prima parte del romanzo di un tema così esplicito come il sesso raccontato in quella maniera: non mi pare un tema che tu abbia mai trattato. Per cui, come prima cosa mi verrebbe da chiederti da dove viene fuori esattamente questa idea…
E’ vero, non avevo mai parlato di sesso prima d’ora. Così a pelle ti direi che mi è venuto indispensabile partire da lì per raccontare il libro. Mi sembrava funzionasse, che fosse utile ai fini della storia perché dava l’idea di una caduta irrazionale del protagonista da un’altezza piuttosto consistente. Perché questo risultasse efficace dovevo creare nel personaggio un vissuto per così dire da viziato, da privilegiato. È una caduta rovinosa, paradossale, non è facile neppure capire perché avvenga, anche se nel libro poi qualche spiegazione provo a darla, di questa insicurezza che viene mascherata ma che rimane sotto. Un giorno il mio editore, che aveva già letto gran parte del libro, mi disse che la storia gli ricordava quella di un finanziere americano, un tycoon di quelli piuttosto crudeli, che era andato a picco perché lo aveva lasciato una starlette; ma non una importante, una da due lire, proprio! E allora mi sembrava interessante, ci ho visto anch’io una similitudine. Poi hai presente quelle foto dell’orgia che escono fuori all’inizio del libro? Ecco, è stata una storia che è venuta fuori un po’ da sé, non è che abbia forzato troppo sulla trama, mi sembrava che fosse tutta lì e che andasse raccontata proprio in quel modo. È stata anche una scommessa: raccontare il sesso, decidere quali parole utilizzare, non è facile. Ci vuole poco per diventare volgari o per trasformarlo in un inutile sfoggio di presunzione. Una volta capito che dovevo raccontare quello, probabilmente la cosa più difficile è stata come raccontarlo e che parole scegliere.

In effetti è un tema dibattuto: ricordo un articolo di qualche anno fa dove un critico letterario, non ricordo più quale, analizzava le più brutte scene di sesso della storia della letteratura…
Se ci pensi, anche la stessa parola “cazzo”, in bocca ad uno scrittore suona normalissima, in bocca ad un altro suona volgare ed è difficile capire perché, no? Non so neppure se sia legato alla sincerità, dopotutto siamo nel mondo dell’arte. È un qualcosa che avviene anche con le persone, alcune hanno un eloquio volgarissimo eppure non appaiono volgari, ad altre scappa magari una parolaccia una volta ed appare stonata.

Dipende anche dal contesto, penso. Ricordo che tu stesso qualche anno fa mi avevi detto la stessa cosa riguardo alle parolacce nei libri: se il contesto lo richiede, ci possono anche stare. Nel tuo caso, per quanto riguarda il sesso in questo libro, non l’ho trovato per nulla forzato o esagerato, credo che tu sia riuscito a raccontare molto bene il livello di abbandono, di squallore di un certo ambiente ma anche l’ossessione, la dipendenza. Funziona bene e anzi, se proprio dovessi fare una critica, direi che la prima parte del romanzo è uscita leggermente meglio della seconda.
Un’altra cosa che mi ha colpito è che hai spesso detto che ti viene molto più facile raccontare il tuo vissuto piuttosto che altre cose e infatti pressoché tutta la tua narrativa è autobiografica. In questo caso invece, pur essendoci molto di tuo nel protagonista (perché la tua famiglia è facilmente riconoscibile, così come il tuo lavoro di musicista e scrittore), c’è tutto un aspetto che invece non è direttamente conducibile a te. Come sei riuscito in questo caso a fondere fiction e autobiografia?

Guarda, mi viene sempre da partire da vicende che, se anche non riguardano me direttamente, io possa maneggiare con una certa scioltezza e sicurezza. Poi chiaramente nel momento della scrittura avviene uno scarto, le persone diventano personaggi, i luoghi che conosci diventano degli ambienti e lì senti che la scrittura può prendere una strada diversa da quella reale. Lì io riesco a domare l’immaginazione perché altrimenti un racconto inventato di sana pianta rimarrebbe superficiale. È un romanzo: ha bisogno di quella cifra lì perché altrimenti sarebbe uno sfogo al telefono, un post su Facebook, un parlare con gli amici. Se ho scritto un romanzo è perché volevo farlo diventare un’opera, un’opera che possedesse la sua caratteristica principale, l’immaginazione.

Un altro dato molto interessante è che hai usato la seconda persona. È una tecnica che non viene utilizzata tanto spesso…
Mi sono accorto quasi subito che era una storia che non avrebbe potuto essere raccontata in prima persona: sarebbe suonata troppo falsa! Allo stesso tempo, la terza persona mi avrebbe allontanato troppo dal protagonista. Il “tu” l’avevo utilizzato rarissimamente e in quei casi c’era effettivamente un interlocutore. Sto pensando in particolare al primo racconto de “Le ragioni delle mani” dove usavo la seconda persona ma dove in effetti c’era un’altra persona nella scena, anche se non parlava mai. Poi mi chiedevo se non sarebbe stato troppo pesante, se il lettore sarebbe riuscito a reggere un romanzo intero scritto in quel modo. Alla fine però mi è sembrata la distanza giusta per raccontare una storia del genere: come una cinepresa che non sostituisce gli occhi del protagonista ma è comunque vicino a lui.

Nella recensione avevo citato “Invisible” di Auster, la cui prima parte è scritta tutta in seconda persona…
In effetti è stato anche un po’ quello lo spunto: lui ha questo modo di scrivere che sembra sempre una falsa autobiografia e quel romanzo in particolare funzionava benissimo scritto così. Sì, diciamo che Auster è stata un’influenza…

Beh, lui è bravissimo a raccontare il tracollo psicologico, le vicende di personaggi che vanno a pezzi poco a poco, questo io che si frantuma di fronte alle vicende normali della vita; è un aspetto di lui che mi ha sempre molto colpito.
E mi ha influenzato nella scelta della seconda persona nel senso che mi sono detto proprio: “Se l’ha fatto Auster e se mi è piaciuto come l’ha fatto…”

Mi ha colpito molto il finale: se vogliamo potremmo definirlo “aperto”, non c’è una vera e propria conclusione. Una delle regole basilari della narratologia è che, una volta chiuso il libro, il lettore consapevole non può domandarsi che cosa ne sarà dei personaggi della storia perché essi esistono solo fintanto che c’è un autore che racconta la loro vicenda. Eppure, in questo caso mi verrebbe da rompere un po’ gli schemi e giocare con l’immaginazione, per cui te lo chiedo: hai scritto il libro pensando che dovesse concludersi solo e soltanto così oppure hai fatto qualche ipotesi su quel che sarebbe successo dopo?
Beh, sarebbe potuto finire altrimenti? La frase finale, quella sull’incertezza (“Nella sicurezza si muore, è l’incerto il vantaggio dei vivi” NDA) credo sia la più adatta a tale scopo. Vedi, un finale positivo, col ritorno di un amore incondizionato, mi sarebbe sembrato inverosimile; d’altra parte, se loro poi si fossero lasciati, questo avrebbe reso totalmente inutile il percorso del protagonista nel corso della storia. Forse tutto questo si può riallacciare a quello che ad un certo punto dice l’analista, che la caratteristica principale dell’amore è l’inquietudine. Per cui alla fine torna l’amore ma con la sua caratteristica principale che è l’inquietudine, la passione legata all’inquietudine. Quindi in quel senso, Lucia specialmente, va proprio nella direzione che lei vorrebbe andasse quella vicenda, trascinando dietro il compagno. Poi certo che ci si può chiedere che cosa succederà da lì in avanti! Io credo che ricomincerebbe un’altra storia e chissà cosa avverrà… Però ecco, mi sembrava che una conclusione del genere fosse inevitabile. Ti dirò, il finale non è mai stato in discussione, non sono mai arrivato ad un punto in cui mi sono chiesto: “Chissà che cosa succederà adesso!”. Se l’amore ha bisogno d’inquietudine, del resto, l’inquietudine ti farà porre delle domande ma non ti darà mai delle risposte.

E ti fa muovere, no? Che non è mai una cosa banale…
Esatto!

A partire da questo infatti, si potrebbe dire che il romanzo, pur mettendo in scena una crisi e una caduta, come hai detto prima, nello stesso tempo ci rimette davanti un qualcosa di cui abbiamo bisogno tutti, credo, cioè il fatto che una storia d’amore, pur con alti e bassi, è fatta per durare per sempre. Voglio dire, tu non lo fai in maniera romantica ma arrivati alla fine non si può non rimanerne colpiti. Che ne pensi?
E’ assolutamente vero. Non sarebbe amore se si pensasse che potrebbe finire, no? È ovvio che quando due persone iniziano una storia pensano che questa durerà tutta la vita. Poi succede che tante coppie si lasciano ma non si rendono conto che, proprio nel momento del distacco, c’è sempre una parte di se stessi che viene persa. L’insofferenza, l’abitudine, sono cose che incidono sulla fine di un amore però non ci si rende conto di quanto effettivamente si sia legati l’uno all’altro. Ed è questa la grande caratteristica dell’amore, quello vero.

Torniamo un attimo sulla questione del rapporto tra lo scrittore e la storia che scrive. Tu prima hai in qualche modo lasciato intendere che uno scrittore inizia una storia ma poi in qualche modo questa si scrive da sola. Che è poi quello che molti di loro dicono…
Però è anche una grande illusione, questa…

Ecco appunto, fammi capire bene cosa ne pensi…
Te lo dico perché rispetto ad altri libri (anche se in realtà l’ultimo romanzo era uscito otto anni fa, è passato tanto tempo), questa è stata una storia piuttosto veloce da scrivere, almeno per quelli che sono i miei tempi: ci ho messo un anno e mezzo e il libro non è lungo. In questo senso mi ha ricordato un po’ la gestazione de “La notte del Pratello”: mentre lo scrivevo ricordo che pensavo: “La storia ce l’ho tutta, devo solo essere in grado di raccontarla così come è viva nella mia mente.” Qui è successa la stessa cosa: la storia, parlando un po’ cinicamente, esisteva già. Avrei dovuto solo trovare la giusta voce, le giuste parole. Per questo si può dire che si è scritta da sé, era lì già pronta, altre volte invece è stato molto più problematico trovare la struttura generale, ho lavorato molto più di immaginazione. Penso ad esempio a “L’ultimo dio”, un libro che mi ha impegnato molto, che è scaturito da un fallimento perché prima avevo scritto un’altra storia e ho dovuto rifare tutto daccapo. In quel caso ho dovuto intrecciare la mia storia con quella di Carnevali e non è stato un processo facile. Stavolta invece no, è stato molto meno faticoso.

I due libri che hai appena citato sono stati recentemente ristampati ed è stata un’ottima cosa perché, soprattutto “La notte del Pratello” era introvabile da diverso tempo. Mi piacerebbe prendere spunto da questo fatto per chiederti un po’ come ti vedi nell’ambito della narrativa italiana contemporanea. Oddio, probabilmente è una domanda stupida, però credo che alcuni dei tuoi libri, nel loro piccolo, siano libri importanti, stanno lì, hanno un peso…
Non saprei, diciamo che mi auguro sia davvero così! È una cosa che da una parte mi fa molto piacere perché sai, la cosa peggiore che possa succedere ad un libro è che debba scomparire perché ad un certo tempo non lo trovi più. Quindi, che i miei libri siano ancora nelle librerie, che ce ne siano anche solo due copie per titolo, mi rende molto contento, mi dà l’idea di avere ancora una presenza. Per quanto riguarda il “Come mi vedo io”, mi vedo come un outsider: quando si parla della letteratura oggi, non vengo mai preso in considerazione; c’è anche da dire che sono un musicista, non sono uno scrittore puro, ma questo riguarda la critica ufficiale. I lettori di solito sono più attenti, mi pare, da quel punto di vista credo di essere più considerato. Sai, mi sono anche trovato a dover lavorare con certi uffici stampa che mi hanno detto: “Come scrittore tu parti con l’handicap perché fai un altro mestiere”. Che è vero, ma è anche il problema della maggior parte degli scrittori italiani, fanno tutti un altro mestiere! Forse nel mio caso, il fatto di essere un musicista crea una situazione tutta particolare: un musicista che fa lo scrittore è gioco forza che si porti dietro un suo pubblico. Un dentista non si porta dietro il suo pubblico, no? Allora pensandoci, forse il fatto che io, facendo lo scrittore, abbia sempre potuto contare a priori su un bacino d’utenza costituito dai miei fan, vedo che un po’ dà fastidio. Come dire, è gente che mi sono conquistato coi miei meriti ma in un altro settore. Da una parte, per certi editori può essere un incentivo a pubblicare il lavoro di un musicista perché pensano che male che vada avranno delle copie vendute a prescindere. Dall’altra però ti mette in una posizione scomoda perché devi giustificare il pubblico che hai senza essertelo meritato!

E’ un bel tema, questo. Ricordo che Iosonouncane lo diceva qualche tempo fa: “Mi hanno chiesto di scrivere un libro ma io faccio il musicista, preferisco che vengano valorizzati gli scrittori veri.”. Però è anche vero che tu non sei Ligabue: come musicista parti già da un contesto letterario, la tua storia coi Massimo Volume lo dimostra in pieno. Praticamente sei diventato scrittore e musicista allo stesso tempo.
Sì certo, sono d’accordo. Del resto la gente che mi conosce e mi segue lo sa benissimo. Però è anche vero che per il mondo di fuori io sarò sempre “quel cantante che si è messo a scrivere libri”… (Ride NDA)

Da anni tieni anche un corso di scrittura creativa al DAMS di Bologna: come mai secondo te le scuole di scrittura vanno così di moda negli ultimi anni? Mi sembra ci sia stato un bel boom di iscrizioni e che ne siano nate diverse nuove. Ma si può veramente imparare a scrivere? Non è piuttosto un dono che o ce l’hai o non ce l’hai?
Fammi partire da questa seconda parte che mi sembra più semplice. Per me ha senso perché anche se non può esistere un’unica tecnica di scrittura, altrimenti tutti attingeremmo da lì e avremmo dei libri tutti uguali, allo stesso tempo io che sono un autodidatta, quando ho letto testi come l’autobiografia di Carver o quella serie di interviste della Paris Review, recentemente ristampate da Fandango, si capisce anche quali possono essere le insicurezze che uno si porta dietro. Insicurezze che quando uno comincia a scrivere diventano insormontabili… ad esempio, quando ho iniziato ero preoccupato perché avevo in mente delle storie ma non sapevo mai come finirle. E allo stesso tempo ero convinto che ogni scrittore, all’atto di scrivere un libro, sapesse già esattamente come dovesse concludersi. Ecco, sentire un’altra voce, una voce famosa, che aveva i miei stessi problemi e che, come me, iniziava a raccontare storie che poi prendevano un’altra strada, mi ha in qualche modo consolato. E ho pensato dunque che, così come erano stati utili a me, anch’io avrei potuto dare dei consigli che potessero essere utili agli altri. Sai, anche l’angoscia della pagina bianca, non è che ci siano soluzioni, è un qualcosa con cui devi convivere. Però raccontarsi quest’esperienza, condividerla, potrebbe indubbiamente essere utile. È utile rivedere una pagina, far vedere loro le correzioni che tu fai, cercare di giustificarle… certe volte non le giustifichi nemmeno: mi è capitato di dire: “Guarda, non ti so dire esattamente perché ma suona meglio così, fidati!”. È un aiutarli ad avere un senso critico che sia loro, anche se poi magari è diverso dal tuo. Poi è anche vero che questo corso io lo faccio in accademia, è un corso che i miei studenti si ritrovano nel piano di studi, non mi capita di avere gente che veneri la sacralità della parola, che abbia come obiettivo quello di diventare scrittore. E devo dire che questo mi facilita il compito perché è come se ci fosse una minore pretesa, anche se ho comunque davanti gente che vuole intraprendere una carriera artistica. Ad ogni modo, quando mi hanno chiamato per fare questo lavoro, la domanda che mi hai fatto me la sono posta anch’io: “Cosa racconto a questi?”. E poi, quando cominci a svelare certi meccanismi, meccanismi che nemmeno io possiedo in pieno, è inevitabile chiederselo, se funzioneranno anche con loro oppure se saranno destinati a rimanere una cosa soltanto tua. E col tempo ho capito che davvero io avevo qualcosa da comunicare ai miei studenti. Non fosse altro che la mia vicenda biografica e le scelte che ho fatto nella vita, che poi sono le scelte che ho fatto sulla pagina.
E per rispondere alla prima parte della tua domanda: scrivere è un’attività imprescindibile, puoi tenere per anni le pagine in un cassetto, puoi fare un lavoro del tutto diverso, può mutare il linguaggio a seguito delle innovazioni tecnologiche ma è una necessità che nasce con l’uomo, ci sarà sempre. È per questo che credo che la scrittura interessi ancora oggi. Non so se ci sia o meno una crisi editoriale ma è evidente che la gente continua a scrivere, poco ma sicuro!

Direi che è venuto il momento di cominciare a parlare di musica: sei stato ospite di “Ossigeno”, la trasmissione di Manuel Agnelli… Penso sia meraviglioso che sulla Rai, in seconda serata vada in onda una trasmissione del genere, con un contenuto musicalmente così profondo, non trovi?
Certo! Credo fosse dai tempi di Red Ronnie che non succedeva che qualcuno salisse sul palco, attaccasse il jack e iniziasse a suonare! Certo, succede ai concerti del Primo Maggio ma a parte quello, non esistono da tempo trasmissioni di quel tipo…

Quando è arrivata la notizia che saresti stato ospite col tuo progetto Sorge, un mio amico ha commentato dicendo: “Uno come Mimì ha una ricchezza tale d’esperienza per cui sarebbe stato meglio puntare tutto su una sua intervista, senza farlo esibire con Sorge, una proposta molto ostica, che sicuramente la maggior parte della gente non capirebbe…”. Ecco, volevo chiederti com’è andata e che cosa ne pensi di questa osservazione.
Guarda, io mi sono trovato molto a mio agio. C’era altra gente che conoscevo, oltre a Manuel, la trasmissione non è stata fatta in uno studio televisivo e questo mi è piaciuto; poi è chiaro che ci sono i tempi televisivi, devi stare dentro quelli. Del resto mi era già successo di andare in televisione coi Massimo Volume anche se è stato vent’anni fa, probabilmente le due esperienze non sono paragonabili. Sono stato davvero sorpreso e contento che Manuel mi abbia chiamato e direi che va bene così. Potrà anche sembrare un discorso presuntuoso ma ti dico: prendiamoci quello che di buono c’è, ci siamo trovati Emidio Clementi su Rai3, non è scontato! Poi sai, io agli autori gliel’ho detto: “L’anno prossimo Manuel avrà già rotto i coglioni, vengo a condurla io la trasmissione!” (Ride NDA)

Beh, a me non dispiacerebbe di certo! Quindi devo dedurre che sia stata un’esperienza positiva…
Assolutamente sì! Ho anche suonato il piano davanti alle telecamere, è stata una scommessa. Poi però bisogna vedere come è uscito: al momento, quando sei lì ti senti anche a tuo agio poi magari ti rivedi e sembri un cretino! Ci si può rendere conto che non conosci i mezzi, che non sai come atteggiarti davanti a una telecamera… al momento però ti dico che sono contento, poi quando ci vediamo la prossima volta ti dirò!

Senti ma perché Sorge e non direttamente i Massimo Volume? Siete ancora fermi?
Essenzialmente perché portare un’intera band non sarebbe stato facilissimo. In più Manuel era venuto a vedere Sorge a Milano, gli era piaciuto tantissimo e mi aveva detto che secondo lui sarebbe stato perfetto da portare in trasmissione. Ci sarebbe stato anche tutto il lavoro fatto con Corrado Nuccini ma per una volta che vado in televisione volevo usare parole scritte da me!

Si può dire quindi che se  si insiste sulla qualità, poi la gente risponde, non credi? Tu e Corrado avete proposto questo spettacolo su Eliot e avete fatto molte più serate di quelle inizialmente previste, Manuel fa “Ossigeno” dove porta te, Joan As The Police Woman, canta i Cure e i Pixies… non tutto è perduto, insomma!
Io lo credo, però farei io una domanda a te, se permetti. Si tratta di una riflessione che ho maturato proprio a partire dall’esperienza dei Quattro Quartetti. Abbiamo fatto tante date in giro per l’Italia ma non è mai successo una volta che si sia presentato uno a dire: “Non ti conoscevo, sono venuto perché sono un amante di Eliot e adesso ti dico quello che penso dello spettacolo”. Di fatto, abbiamo portato Eliot a gente che non lo conosceva ma lo abbiamo portato al pubblico che normalmente segue le cose che facciamo. Quindi sono contento del risultato raggiunto ma dall’altra parte rimango dell’idea che la cultura accademica rimanga un mondo separato dal nostro e che di noi non si fidi pienamente. Abbiamo suonato in spazi diversi da quelli che frequenta lei, certo, abbiamo fatto pochissimi teatri, però rimane lo stesso questa idea di estraneità ed è una cosa che mi ha stupito. Tu che ne pensi?

Di base sono d’accordo con te. Mi pare una situazione analoga a quella, molto più mainstream, di Benigni che legge Dante: un sacco di gente entusiasta dello spettacolo ma poi non mi risulta che le vendite della Commedia siano triplicate. Il pubblico va a sentire lui, applaude ma poi non è che torna a casa, tira fuori l’Inferno dalla libreria e si mette a leggerlo… poi c’è da dire che in Italia la cultura funziona a compartimenti stagni. È difficile che ambiti diversi si incontrino: l’accademico settantenne che studia Eliot da una vita non ha letteralmente la minima possibilità di conoscere i Massimo Volume, no? Si muovono in mondi completamente diversi! Poi dipende anche da voi: avete registrato il cd dello spettacolo e avreste potuto chiedervi: “Chi sono in Italia i più grandi esperti di Eliot? Proviamo a scrivere, mandiamo loro il disco e sentiamo che ne pensano!”. Ma è un’iniziativa che avreste dovuto prendere voi perché altrimenti, per l’etichetta e la distribuzione con cui siete usciti, sarebbe stato impossibile arrivare nelle università. Anche dal vivo, c’è da dire che avete suonato nei soliti circuiti musicali indipendenti. Per dire, se suoni al Siren di Vasto, per citare una delle cose più grosse che avete fatto, sicuramente non ti arriva il professore universitario…
Certo, sono assolutamente d’accordo, sono cose che ho pensato anch’io. Eppure mi rimane un po’ il sospetto che una cosa come questa, fatta da gente come noi, rischi di creare diffidenza. Se l’avesse fatta un qualche attore romano probabilmente sarebbe stata un’altra cosa…

Vero, però credo sia un problema di comunicazione. Un attore romano, per forza di cose, è più visibile di quanto potete esserlo voi…

Senti, io a questo punto avrei finito. Non posso però lasciarti andare senza chiederti qualcosa sul prossimo disco dei Massimo Volume, sempre che tu sia autorizzato a parlare…
Certo, figurati! Le parti musicali le abbiamo, sono da rifinire ma nel complesso ci sono. Avevamo già lo studio prenotato ma poi con la questione del libro sono rimasto indietro coi testi, ne ho scritti solamente due e quindi abbiamo rimandato. Credo comunque che prima o al massimo all’inizio dell’estate andremo a registrarlo, per cui sarà fuori a novembre, immagino.

Puoi già anticiparmi qualcosa sulla direzione musicale che avete preso?
Non riesco ad essere molto preciso perché quando saremo in studio tante cose potrebbero cambiare. Ti posso solo anticipare che sarà un disco piuttosto elettrico. E poi che lo registreremo in tre: siamo io, Egle e Vittoria, Stefano (Pilia, il chitarrista che aveva iniziato a collaborare con la band a partire da “Cattive Abitudini” NDA) purtroppo ci ha lasciati.

Pessima notizia, mi spiace moltissimo! Era la miglior formazione che abbiate mai avuto, secondo me. Dal vivo spaccavate davvero!
Eh lo so, spiace a noi e spiace tantissimo anche a lui ma purtroppo aveva troppi impegni, non ce la faceva più a continuare.

Immagino. State pensando di sostituirlo?
In studio sicuramente no, molto probabilmente prenderemo qualcuno per i live: ormai ci eravamo abituati a suonare con due chitarristi e sugli ultimi due dischi Egle ha fatto molte sovraincisioni, sarà necessario avere due chitarre per riprodurre appieno il sound…

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