Qualunque – Cosa ci salverà dal panico [intervista]

Postato il Aggiornato il

Intervista di Luca Franceschini

Luca Milani, in arte Qualunque, mi accoglie nel baretto di un piccolo paesino della provincia di Milano. Si è trasferito da un po’ nel capoluogo lombardo ma le sue radici sono qui e si capisce che si trova più a suo agio in posti del genere, piuttosto che nei locali trendy della grande città. Dopotutto anch’io sono così ed è per questo, forse, che su tante cose lo seguo al volo. Il primo lunedì dell’anno, l’ep di quattro pezzi uscito a fine 2017, seguito di quel Mafalda, il meteo e tutto il resto che ci era già parecchio piaciuto, è un piccolo gioiellino di cantautorato Indie Rock, dove il vissuto personale non rischia mai di tramutarsi in auto celebrazione e dove la bravura nello scrivere i brani va di pari passo con una sincerità disarmante nell’esprimere il proprio io interiore. La chiacchierata che segue, del resto, ne è una dimostrazione più che evidente…
Allora Luca, come te la passi?
Adesso molto bene! Ho trascorso un periodo in cui non ero soddisfatto di come stava andando il mio lavoro; inoltre, quando suonavo in giro non ero mai gratificato come avrei dovuto essere. Era un brutto momento, non stavo bene, per cui ho provato a capire per esclusione quale potesse essere il problema ed ho considerato anche di smettere di suonare. Non ha funzionato: sono stato fermo giusto qualche settimana ma poi non ce l’ho fatta! Adesso quindi riprenderò a fare un po’ di robe in giro e vedremo che succederà.

D’altronde essendo questo un periodo storico di grande sovraesposizione, in cui esce di tutto e di più, si fa fatica a rimanere a galla, uno rischia di perdersi…
Può essere. Poi io sono una persona che sente molto l’ansia, lo stress; quando ci sono i momenti pesanti mi diventa difficile portare avanti tutto un discorso musicale, perché non ho molte conferme. Ovviamente ho un piccolo seguito molto fidelizzato che mi sostiene però la domanda ti viene: “Perché sto spendendo tutto questo tempo ed energie per portare avanti un progetto di cui non vedo un risultato?”. Che poi di per sé la parola “risultato” non vuol dire niente! Si parla di risultato perché ti viene da paragonarti ad altri tuoi colleghi che fanno la stessa cosa ma il punto secondo me non è lì. E una volta capita questa cosa, la vivi un po’ meglio. Alla fine, banalmente, bastano due persone che ti dicano: “Il tuo disco mi ha cambiato la vita!” e per come vivo io la musica, direi che ne è valsa la pena! 

E’ vero quello che dici. Ma d’altronde penso che la cosa più importante per un artista, ma poi vale per tutti i mestieri, è il capire perché uno fa quello che fa. Magari in passato si poteva anche iniziare a suonare perché si aveva l’ambizione di esplodere ma si può dire che oggi questo principio valga ancora? Non sto dicendo che adesso si debba badare ad accontentarsi ma forse cominciare a mettere in chiaro che lo scrivere canzoni è un bisogno, potrebbe già risolvere gran parte del problema…
In realtà questa cosa del voler far successo, pur se un po’ addormentata, c’è ancora. Quello che manca ai tanti emergenti che ci sono in giro (che sono veramente tanti adesso, non so davvero come fai a fare il tuo lavoro!) è forse il coraggio di proporre davvero quello che si vuole proporre. Sento molte canzoni nuove e vedo che il testo c’è, è anche ispirato, personale ma poi si tende sempre a costruirci dietro un arrangiamento facilone, imitando pedissequamente quel che va per la maggiore. Che non vuol dire poi che sia brutto o che sia per forza un errore ma, da ascoltatore, direi che manca un po’ di personalità. E credo che, paradossalmente, questo possa essere messo in relazione con il voler suonare per esplodere, come dicevi tu. Nel senso che uno si adegua proprio perché vuole subito avere in mano la formula vincente. 

In effetti ci può stare, come ragionamento…
Faccio un esempio: a me piacciono le chitarre. Ma quando ho iniziato a pensare ai nuovi pezzi, l’idea mi è venuta: “Adesso faccio un disco col piano.”. Non mi dispiace affatto questo tipo di soluzione, tanto è vero che quando è diventata la tendenza dominante, ne sono stato contento. Però poi, quando mi sono trovato in studio con Davide Lasala, abbiamo suonato i pezzi e d’istinto mi sono venuti fuori così, coi chitarroni! Non me la sono sentita di virare su quell’altro tipo di sound, nel senso che adesso mi sento addosso quell’altra sensibilità. Che poi non paga, perché il ventenne di oggi non l’ascolta più, la musica con le chitarre! In realtà però non mi interessa più di tanto: mi basta avere 20-50 persone che ascoltano davvero il lavoro che ho fatto e va bene così. Del resto vedo che a quelli a cui arriva, arriva tanto, probabilmente dipende dalla natura intima dei miei testi, è facile che colpiscano di più.

E’ vero quello che dici rispetto alle chitarre: dati i testi che scrivi, ci si aspetterebbe magari un altro tipo di arrangiamento ma è un pensiero indotto da quello che c’è in giro oggi. Banalmente, se I Cani avessero fatto successo coi chitarroni, oggi tutti suonerebbero coi chitarroni, no? Però questa tua scelta è un qualcosa che contribuisce a darti una personale individualità all’interno della scena. Aggiungiamo che con queste nuove canzoni sembri avere trovato una dimensione migliore di scrittura…
E’ proprio una maturità diversa, anche rispetto all’approccio in studio di registrazione. Per “Mafalda, il meteo e tutto il resto” sono andato a registrare che non sapevo assolutamente nulla e già se lo avessi rifatto tre mesi dopo sarebbe stato diverso. Stavolta non solo ero in ottime mani per gli arrangiamenti e la musica, ma anche per come utilizzare la voce, è stata tutta un’altra storia.

Si sente un altro livello di maturità, infatti. L’ultima volta che ti ho intervistato avevamo parlato un po’ delle giovani generazioni; adesso, ascoltando l’ep, ci vedo dentro una grande sincerità. In questo senso mi piaci molto di più di altri. In altri che fanno il tuo stesso genere, magari più giovani, ci vedo un po’ di costruzione, nonostante poi ci sia anche gente brava. Tu invece racconti quello che vivi, canti quello che pensi. Credo sia una differenza importante.
Mi ci impegno, a fare così. Capita molto spesso che ti metti lì alla chitarra e, vittima di quello che stai ascoltando (e io ascolto davvero di tutto) ti ritrovi a seguire certe soluzioni più scontate. Mi impegno sempre a fare molta autocritica, piuttosto provo a dire una cosa in modo meno figo, senza magari usare la metafora d’impatto, ma in questo modo faccio sì che la mia musica sia il più semplice possibile. Poi io scrivo di getto, senza troppi artifici mentali, senza troppi dubbi. Cerco sempre di tenere buona la prima stesura, senza farmi tante paranoie. Probabilmente i più giovani, come dici tu, tendono maggiormente a farsi influenzare ma non è neanche colpa loro: la maturità artistica arriva pian piano. Non so neanche se ci possa essere un traguardo! Poi comunque lo vedi subito se uno ha quella cosa in più. Potrei farti qualche esempio…

Beh, Calcutta…
Certo! Lui è bravo davvero! C’è un prima e un dopo Calcutta, oggi. È diventato praticamente nazionalpopolare ed è giusto così, è figo, ci sento davvero tanta sincerità in lui…

Senti, ma perché hai fatto proprio un ep? Comodità o ci sono ragioni più profonde?
Sono in un periodo di passaggio del mio percorso, fare un disco sarebbe stato rischioso, ero certo che dopo due mesi avrei rischiato di voler fare tutto diverso. Per cui ho deciso di registrare quattro canzoni che potessero fungere da collante col lavoro precedente e con quello futuro, se mai ci arriverò. Ma poi anche per un fatto economico: non volevo investire per un disco che magari dopo poco tempo non mi sarebbe più piaciuto. Mi sono sentito proprio così, che se avessi voluto fare qualcosa, avrei dovuto farla sotto dimensionata. Poi è la prima volta che mi affido del tutto ad un produttore. Certo, nel primo c’era Simone Sproccati, con cui facevo i suoni, che mi dava due dritte, ma alla fine era autoprodotto. Con Davide ovviamente è stata tutta un’altra roba!

E “Il primo lunedì dell’anno” da dove viene fuori? Hai pensato a quel disco dei Virginiana Miller?
(Ride NDA) In realtà no! L’ep parla della mia ansia, è un concetto che è presente in tutte e quattro le canzoni. Al momento di decidere come chiamarlo ho pensato alla cosa che mi genera più ansia di tutte, che è il lunedì. E poi ho detto: ma qual è il lunedì peggiore? Il primo lunedì dell’anno ovviamente (Ride NDA)!

È interessante questa cosa perché in precedenza avevi scritto una canzone sulla domenica e adesso hai fatto un ep sul lunedì. In che rapporto li vedi, questi due giorni? Perché sai, probabilmente è la fortuna di fare il lavoro che volevo fare, ma a me il lunedì piace molto. Se proprio devo dire, mi rattrista di più la domenica, anche se è una cosa che mi succedeva quando ero più giovane…
Dunque, la domenica è il giorno in cui il tuo cervello fa un bilancio della settimana ed è terribile perché non lo vorresti fare davvero ma poi ti ritrovi a farlo. Il lunedì invece è il primo giorno utile per iniziare a fare delle cose che ti porteranno a non sentirti un pirla la domenica dopo perché non hai fatto un cazzo tutta la settimana! Quindi è il primo giorno in cui devi effettivamente muoverti. Da qui l’ansia che provo: “Devo mettermi a fare qualcosa altrimenti la domenica sarà una merda!” e cose così. È una costruzione un po’ artificiosa forse, ma l’ho sempre vista in questo modo. Tieni anche conto che purtroppo io non ho potuto sempre fare un lavoro che mi piaceva, quindi… Ma poi il lunedì è anche l’inizio delle cose nuove e io prima di iniziare qualcosa di nuovo ho sempre avuto un sacco di ansia…

Tutto l’ep mi pare giocato su questa sorta di rapporto tra la paranoia e quello che invece è la realtà. La paranoia, a mio parere, è generata da qualcosa che non si conosce ma anche dall’idea che uno si fa su una cosa che non conosce. La realtà invece rassicura perché quando uno poi si butta nelle cose, le vede per forza per quello che sono. Il tuo disco mi sembra più positivo, in questo senso: parli di ansia, di paranoia, però sotto sotto sembri dire che queste cose non sono vere…
Certo, perché anche nella mia vita sto imparando ad affrontarle. Se prima mi bloccavo, adesso sto imparando questo che hai appena detto tu, che una volta che ti butti scopri che una cosa è diversa da come te l’eri figurata, che non ha senso bloccarsi. Nelle canzoni immagino che questo si percepisca. Ad esempio in “Stasera la luna” dico: “Forse si può stare bene”. Effettivamente, quando poi una o due tre volte ti butti nelle cose e scopri che non sono così terribili, ti viene in mente che forse ce la puoi fare. Quindi sono d’accordo che questo lavoro contenga più spunti verso la positività. Il prossimo sarà certamente Reggae (Risate NDA)…

In “Caffè con il Cynar” citi le serie TV e dici che sono importanti perché offrono l’immagine di una realtà ideale nella quale è bello perdersi per evadere dalla propria. Io invece ho un’idea opposta: nel mio modo di approcciarmi alle serie (ma anche ai romanzi, eh!) io cerco la realtà, nel senso che voglio che una certa storia mi offra un’altra prospettiva sul reale, o mi faccia capire qualcosa che non so…
Io ne guardo veramente tantissime, diciamo che le guardo tutte! Quelle che mi piacciono di più però sono quelle di fantascienza. A livello di sceneggiatura ci sono un sacco di espedienti, banalmente ormai in molte si viaggia nel tempo per cui magari scopri delle cose che succedono dopo ma che in realtà erano successe prima e questa cosa è bella. Mi piacciono un sacco queste costruzioni. Quindi io cerco questo: una bella storia che mi aiuti a staccare, con degli spunti nuovi, che non esistono nella nostra realtà. La serie TV per me è il momento che mi fa staccare. Non penso più ai miei cazzi quando ne guardo una, se ero agitato per qualunque cosa, non ci penso più. Poi ovviamente però ne guardo troppe e quindi il rischio è un po’ quello di rimanere intrappolato in un mondo che non esiste… ne uscirò prima o poi (Ride NDA)!

È un po’ il problema di queste piattaforme però, no? Netflix, Spotify, ti spalancano davanti un mondo di possibilità illimitate. Che è bellissimo all’inizio ma poi ti accorgi che non potrai mai riuscire a guardare tutto, ad ascoltare tutto… e questo genera ansia, per tornare al discorso di prima…
Per come li vedo io, sono canali che ragionano su logiche diverse. Spotify ha avuto il successo che ha avuto per il periodo storico in cui è uscito: esce troppa roba, ci sta che venga resa disponibile all’istante. Prima c’era YouTube però era molto meno pratico. Spotify rappresenta il media perfetto del periodo in cui viviamo, un periodo in cui i dischi non si vendono più. Peraltro poi paga pochissimo gli artisti…

Tu comunque hai scelto di esserci…
Per forza! Devi esserci…

In che senso?
Nel senso che ormai è il mezzo più usato per ascoltare musica, è entrato negli utilizzi comuni di tutti, giovani e non, per cui se non sei su Spotify diventa difficile trovarti. Una persona che mi sente in concerto, normalmente mi aggiunge su Facebook però poi, se vuole ascoltarmi, va su Spotify e se non mi trova è un casino.

Dunque tu non lo boicotteresti mai, per il fatto che paga poco gli artisti e cose così?
Mah, non credo di avere il potere per fare una cosa del genere! In ogni caso, che tu sia Laura Pausini o che tu sia Qualunque, se ti togli da Spotify perdi di visibilità. Poi magari ci guadagni a livello di vendite ma devi essere grosso, però! Può comunque essere che in seguito, trovata la quadratura del cerchio, recuperati un po’ più di soldi, riescano ad avere anche i mezzi per pagare di più gli artisti…

Magari limitando notevolmente la versione gratuita, come auspicato da David Byrne qualche tempo fa…
Sì, questa potrebbe essere una soluzione. A me comunque Spotify piace: lo trovo un sistema adatto all’oggi, dà visibilità agli artisti ed è un buon integratore coi guadagni che fai coi concerti, vendendo il merchandising… perché credo che se l’artista che vedi suonare ti piace e ti regala un’esperienza molto più forte del semplice ascolto del cd, ti viene voglia di comprare qualcosa…

Torniamo ai contenuti delle tue canzoni: in “Binario” viene fuori con particolare urgenza l’idea del bisogno dell’altro. È un qualcosa che dà forza, il pensare che l’altro ha bisogno di me, così come è terribile la constatazione del contrario. Quindi mi verrebbe da chiederti, pensando a questo pezzo: quanto gli altri sono importanti nel farci superare questa dimensione di ansia di cui parlavi?
“Binario” è il pezzo che pensavo sarebbe piaciuto di meno, invece alla fine è una di quelle che sta avendo più consensi, quasi a pari merito con “Stasera la luna”. Tra l’altro, il giorno prima di registrare la voce avevo un testo completamente diverso. Mi è però venuta voglia di dire qualcosa di più, così la notte prima ho cancellato tutto e ho scritto quello che sarebbe diventato “Binario”. Per quanto riguarda la tua domanda, diciamo che la prima cosa che si fa se soffri d’ansia è cercare aiuto negli altri. Chi soffre d’ansia, normalmente pensa di non potercela fare da solo, che il problema sia troppo grosso e quindi si rivolge a qualcuno. Quando ti capita di parlarne, lo capisci subito se chi hai di fronte ti capisce o no. E il testo parla anche di questa cosa qui, in un certo senso. Quando due persone che hanno passato certe esperienze si incontrano, se ne accorgono subito di avere qualcosa in comune. L’ep l’ho scritto anche pensando a questo e in effetti un po’ di riscontri li ho avuti, in questo senso. L’aiuto degli altri è importante ma non può bastare. Sei tu, da solo, che devi superare il tuo problema; gli altri sono importanti perché ti accompagnano nel viaggio ma il viaggio alla fin fine è tuo. Però è bello che ci siano: condividere le esperienze è la cosa più bella che due esseri umani possano fare, no?

Del resto, quello dell’ansia è un po’ il problema di questi tempi. Sta diventando sempre più faticoso affrontare la realtà…
L’ho notato anch’io, in effetti. Nel momento in cui mi sono reso conto di avere questi problemi e ho iniziato a parlarne coi miei amici, mi sono stupito di vedere che anche loro, in molti casi, provavano questa cosa. Da qui ribadisco che è importante parlarne, normalmente ci si vergogna ad affrontare certi argomenti ma bisognerebbe davvero farlo…

Per concludere, riprendiamo le fila di quel che mi dicevi all’inizio: progetti futuri?
Beh dunque, è da poco che ho deciso che continuerò ad andare avanti come Qualunque per cui non c’è ancora niente di definito; so però che ci saranno delle date e dei pezzi nuovi, che ho già iniziato a buttare giù. Ho anche in ballo altre cose con una band, si tratta di sonorità diverse, più pestate; è nato come valvola di sfogo durante quel periodo difficile di cui ti dicevo e può darsi che in futuro usciranno, non so.
Diciamo che sto cercando un modo per far combaciare questo mio amore per le chitarre, per la violenza strumentale, all’interno di altri tipi di generi. Sto sperimentando molto e quando troverò una soluzione soddisfacente uscirà senza dubbio qualcosa…

Lavorerai ancora con Davide?
Lui è bravissimo, probabilmente il migliore che c’è in Italia, a livello rock. Mi piacerebbe, anche perché, come ti dicevo, su questo ep è stato davvero importante. Però vediamo, non c’è ancora nulla di definito. Una volta che ci saranno le nuove canzoni e le avrà sentite, lo capiremo. Poi comunque a me piace cambiare, può anche darsi che mi rivolga a qualcun altro…

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