Protomartyr @ Spazio211, Torino – 17 Aprile 2018

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Lino Brunetti

Joe Casey ha bevuto parecchio come sempre e mentre suonano i Less Than a Cube ci passa davanti un paio di volte, nascosto dietro la visiera di un cappellino, schivo e silenzioso come suo solito. Sale sul palco poco dopo, accompagnato dall’immancabile bicchiere di birra, che diventerà subito una lattina e poi un’altra ancora, fino al termine dell’ora abbondante di concerto.

Non è uno che perde la lucidità, però: declama i suoi testi con enfasi, senza mai saltare una parola, e non sono certo liriche semplici. Tra un brano e l’altro, beve dalla sua lattina, ogni tanto ringrazia ma nel complesso attende composto il brano successivo, visto che gli altri tre ne inanellano uno dopo l’altro, quasi senza mai fermarsi.
È bello pieno lo Spazio211, uno dei locali più in vista di Torino, centro di una scena che non ha mai avuto nulla da invidiare a quella milanese (basterebbe guardare il programma del prossimo TOdays per rendersene conto). E che ci sia un sacco di gente questa sera è importante anche per un’altra ragione: all’ultima calata del gruppo di Detroit nel capoluogo piemontese, non c’era stata una grande risposta, stando a chi c’era. Vero che nello stesso frangente li avevo visti a Milano e lì l’affluenza non era stata malissimo; rimane però che il consenso attorno ai Protomartyr sembra essere cresciuto parecchio, non solo nel nostro paese. Difficile che questa maggiore attenzione possa essere attribuita ad un disco come “Relatives in Descent”, che non ha tolto né aggiunto nulla a quanto avevano già dimostrato coi due precedenti, splendidi lavori.


Che più gente si sia accorta di loro non è quindi razionalmente spiegabile, se non con il fatto che un certo tipo di sonorità sembra essere ancor più in auge nell’ultimo anno, in particolare con la buona risposta ricevuta dagli esordi di Idles e Shame, due band che coi Protomartyr condividono la declinazione oscura e muscolare del loro Post Punk.
Il set dei Less Than a Cube, che questa sera giocano in casa, scorre via liscio e non è esente da momenti piacevoli, anche se i brani del loro secondo disco, qui proposti dal vivo per la prima volta e in anteprima, non sono in possesso di quel quid che ci farebbe venire voglia di riascoltarli. A metà strada tra il Seattle Sound e il Garage Rock, con qualche passaggio un po’ più lento e decadente che strizza l’occhio alla New Wave, una formazione a tre che non permette chissà quali sovrastrutture e rende i brani dritti al punto e senza fronzoli, un’interazione tra due voci, maschile e femminile, non sempre impeccabile. Non credo lasceranno il segno ma non sono neanche così malvagi. Se volete, andateveli a cercare.
Ora, sarà sempre la solita polemica sterile ma non vedo nessuna ragione per far iniziare un concerto alle 23 passate il martedì sera, oltretutto con il locale già pieno da un’ora e passa. Sono cose a cui non mi abituerò mai e che a mio parere sono fortemente responsabili della scarsa cultura dei live che ancora pervade il nostro paese.
Lo Spazio211 è una venue indubbiamente più congeniale in estate: lo spazio chiuso del club è infatti stretto, con fastidiose colonne che limitano la visuale; il palco è inoltre bassissimo e se si sta in seconda fila già risulta difficile vedere qualcosa. Aggiungiamo che faceva un caldo d’inferno e avremo un’idea piuttosto precisa della situazione. Peccato, perché lo show in sé è stato bellissimo e avrebbe meritato ben altra modalità di fruizione.


Resta però un dato: mentre osservavo, più o meno dalle retrovie, quella porzione che riuscivo a scorgere dei quattro agitarsi sul palco, e il pubblico muoversi silenzioso al ritmo incalzante della musica, pensavo che comunque i concerti nei primi anni ’80, in Inghilterra, Germania, Olanda, Stati Uniti, non dovevano essere molto diversi. Un sacco di gente lì per ascoltare gruppi che avevano sonorità nuove, che prefiguravano il futuro. Oggi ci riuniamo per ascoltare gente nuova, giovane o giovanissima, suonare musica vecchia, che continua tuttavia a fotografare il presente in maniera naturale e disarmante. E quindi da un certo punto di vista è bello essere pigiati così, alla mezzanotte di un martedì sera qualunque, quando si avrebbero anche mille altre cose da fare. I Protomartyr raccontano in pieno il motivo per cui certe sonorità non moriranno mai, perché certi riff, certe atmosfere plumbee e vagamente malsane, continueranno incessantemente a dirci chi siamo e cos’è che amiamo davvero.
Per il resto, il set del quartetto americano è un martellamento continuo dove la sezione ritmica di Scott Davidson (basso) e Alex Leonard (batteria), due motori precisi e inarrestabili, svolge gran parte del lavoro sporco. Il chitarrista Greg Ahee, che è anche il principale autore dei brani, tratteggia melodie con implacabile rassegnazione. E di Joe Casey abbiamo già detto. Senza dubbio debitore a Mark E. Smith nel modo di cantare, è di fatto lui che tiene il gruppo in mano, con quell’aria scazzata che è più un atteggiarsi che altro, perché poi quando ci danno dentro lo fanno sul serio e non paiono per nulla risparmiarsi.


La scaletta, in un contesto del genere, è importante fino a un certo punto: non tanto perché i pezzi siano tutti uguali (un po’ è vero ma non è un fattore che pesa, in questo tipo di sonorità) quanto perché per trasmettere quella violenza sinistra, quella decadenza compiaciuta, qualunque canzone del loro repertorio risulta adeguata.
Comunque sia, dal nuovo album ne arrivano parecchie, dall’iniziale “My Children” alla conclusiva, epicissima, “Half Sister”, passando per autentiche perle come la punkeggiante “Don’t Go to Anacita” o una “Windsor Hum” veramente fragorosa, o una “Here is the Thing” ossessiva al limite del fastidio. Più che il precedente “The Age of Intellect” (omaggiato comunque con due o tre pezzi forti, tra cui la sempre memorabile “The Devil in His Youth”) è il secondo lavoro “Under the Color of Official Right” a godere di maggior attenzione, con botte da paura come “Trust Me Billy”, “What the Wall Said”, “Come & See” o la meravigliosa “Scum, Rise!”, forse il modo migliore per chiudere il concerto. Non manca neppure un brano nuovo (nel senso di inedito), intitolata probabilmente “Wait” e dotata di tutti i trademark stilistici del gruppo.
Che dire dunque? Ne ho letti parecchi di commenti, in queste ore. C’è chi loda la band ma la dichiara fuori tempo massimo, chi la definisce noiosa, chi, eroe del giorno, sostiene che “all’inizio erano meglio”. La verità è che i Protomartyr sono semplicemente un ottimo gruppo. La critica li elogia da sempre, probabilmente più per finto snobismo nei confronti del trend imperante Hip Pop/Rnb, che per un reale riconoscimento di valore.
Troppi ragionamenti, non credo sia giusto farne: loro stessi suonano quel che vogliono e che siano solamente degli epigoni è una verità che non ha il potere di sconvolgermi. Tutto il resto, lo dirà il tempo.

LESS THAN A CUBE
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